Periodic San Paolo - Home Page  
 Vita Pastorale n. 5 maggio 2012 - Home Page Intervista a Tiberio Timperi

I padri separati

di ROBERTO CARNERO

 

Il tema della paternità dopo un divorzio è affrontato dal popolare giornalista
televisivo che ha raccontato la propria vicenda personale in un romanzo
autobiografico, ponendo una più ampia questione generale.

Il tema è di scottante attualità. Parliamo della questione dei "padri separati", il cui numero ammonta oggi in Italia a 4 milioni e mezzo. Quasi sempre, cioè 9 volte su 10, i figli vengono affidati alla madre. L'ultimo film di Carlo Verdone (nel doppio ruolo di regista e attore), Posti in piedi in paradiso, racconta le tragicomiche avventure di tre papà ridotti sul lastrico non solo dalla crisi economica, ma soprattutto dalle ex mogli alle quali devono versare onerosi alimenti.

Timperi con il maresciallo Adornato, che ha effettuato uno sciopero della fame per vedere la figlia

Timperi con il maresciallo Adornato, che ha effettuato uno sciopero della fame per vedere la figlia. (foto WWW.ADIANTUM.IT).

Il tema della paternità dopo un divorzio è affrontato pure dal popolare giornalista televisivo Tiberio Timperi (attualmente conduttore su Rai Uno del programma Unomattina in famiglia), che ha scritto per Longanesi un romanzo autobiografico intitolato Nei tuoi occhi di bambino (pp. 168, H11,60). Autobiografico, dicevamo. Anche se l'autore non vuole parlare tanto di sé e della propria vicenda personale (anche per comprensibili ragioni di privacy volte a tutelare suo figlio, che oggi ha sette anni), quanto della più ampia questione generale.

 

Roma, 5.10.2011: manifestazione del Movimento femminile per la parità genitoriale

Roma, 5.10.2011: manifestazione del Movimento femminile per la parità genitoriale (foto WWW.VENTIMIGLIA.BIZ)

Timperi, come mai ha deciso di scrivere questo libro?

«Ho cercato di partire dal mio dolore, di addomesticarlo, per scrivere un romanzo-verità. Mentre lo scrivevo, mentre provavo a raccontare la mia storia, altre storie sono venute a me, anche per il mio lavoro di giornalista. Storie dure, dolorose, storie di padri che vorrebbero giocare con i propri figli, mentre viene loro impedito di farlo. Padri a metà. Padri che, dopo il fallimento dei loro matrimoni, sono costretti a contare le ore e ad aggrapparsi al ricordo di un sorriso per sopravvivere nell'attesa di poter vedere i propri figli. Storie di percorsi familiari che si muovono fra mille difficoltà e sentimenti contrastanti. Storie fatte di amarezza, solitudine, rimorsi, pregiudizi, beghe legali, ma anche di piccole conquiste quotidiane e rari momenti di gioia. Storie di padri alla ricerca di un equilibrio fragile e prezioso, da raggiungere e difendere giorno dopo giorno».

Tra queste storie c'è anche la sua personale?

«Sì, anche se poi nello scrivere il romanzo ho fatto una sorta di sintesi delle diverse vicende come la mia, e sono tante, con le quali sono venuto a contatto».

Che cosa ha scoperto interessandosi a questo tema?

«Ho rivisto profondamente alcuni stereotipi propri della nostra cultura. In genere siamo portati a pensare che a soffrire emotivamente siano soprattutto le donne. Invece ho incontrato molti uomini che soffrono, che piangono, che magari addirittura si disperano per la mancanza dei loro figli».

Come si può ovviare a questo problema? Se è comprensibile che spesso nelle cause di separazione i figli vengano affidati alla madre, come si può armonizzare questa decisione con il diritto dei padri a incontrarli, a trascorrere del tempo con loro, e con il diritto degli stessi figli ad avere accanto a sé la figura del genitore?

«Perché lei dice che è "comprensibile" che i magistrati tendano ad affidare i figli alla madre? Vede, anche lei è vittima di questo pregiudizio "mammocentrico", che è un pregiudizio tutto italiano. La legge in realtà dice un'altra cosa: che la prole va affidata al genitore più equilibrato e disponibile, quello che possa garantire ai figli le migliori condizioni di crescita e di sviluppo, sul piano materiale, culturale e psicologico. Basterebbe che la legge fosse applicata, invece in Italia quasi sempre a fare le spese della mancanza dei figli sono i padri».

Lei afferma che questo è un problema italiano...

«Sì, perché altrove, penso ad esempio alla Spagna, le cose non vanno così: i giudici valutano le cose con maggiore serenità, senza preferenze, consce o inconsce, nei confronti della madre o del padre. Ma non c'è ragione perché non debba essere così anche in Italia. L'articolo 3 della nostra Costituzione vieta chiaramente ogni discriminazione tra le persone sulla base di distinzioni di sesso».

Da dove deriva questo pregiudizio negativo rispetto ai padri e a favore delle madri?

«Da una cultura molto profonda e radicata, alla quale si sono aggiunte le trasformazioni della società italiana avvenute negli ultimi cinquant'anni. Il movimento femminista ha ottenuto importanti conquiste, ma a mio avviso in molti casi ha determinato anche una iper-tutela delle donne a svantaggio della controparte maschile. Si è passati dalla discriminazione a un'eccessiva protezione. Non vorrei che questa affermazione suonasse maschilista, lungi da me ogni presa di posizione ideologica, ma è qualcosa che ho avuto modo di constatare nella concretezza della vita quotidiana».

Questo atteggiamento diffuso di cui lei parla come influisce praticamente sulle cause di separazione?

«I giudici sono iper-protettivi nei confronti delle donne. Affidare un bambino 23 giorni alla madre e 8 al padre significa discriminare quest'ultimo. Purtroppo nelle relazioni genitori-figli quantità è sinonimo di qualità».

Che cosa si potrebbe fare?

«Penso che bisognerebbe abbreviare i tempi della separazione e introdurre dei contratti prematrimoniali. So che la Chiesa cattolica su questo punto nutre delle perplessità, ma invito a riflettere su che cosa accade oggi. In Romania ci si divide in 3 mesi, in Italia ci vogliono in media 3-4 anni. Chi ci guadagna è soprattutto un esercito di avvocati, di psicologi, di assistenti sociali. Nel frattempo c'è gente che vive sulla pelle dei nostri figli. Ma se non vogliamo introdurre il cosiddetto "divorzio breve", puntiamo almeno all'affidamento condiviso».

Che posizioni ha trovato su questo argomento all'interno della Chiesa?

«Al di là di una certa rigidità ufficiale, in molti tra gli operatori pastorali a contatto diretto con le persone e con le loro sofferenze quotidiane, sacerdoti, parroci, suore, sono preoccupati del fatto che le persone tendono a sposarsi sempre meno. Ne ho parlato di recente proprio con una suora paolina, Cristina Beffa. Ho avuto un'educazione cattolica, che mi ha trasmesso un forte senso morale, ma non sono praticante. Quindi non intendo pormi come uno che voglia impartire lezioni alla Chiesa. «Però penso che sarebbe giusto offrire un'altra possibilità a chi sbaglia, cioè consentire più facilmente che dopo l'eventuale fallimento del primo matrimonio le persone possano sperare in una nuova relazione. Ciò le aiuterebbe a uscire dalla solitudine e probabilmente anche a vivere meglio il rapporto con i propri figli».

Roberto Carnero

 Vita Pastorale n. 5 maggio 2012 - Home Page