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 Vita Pastorale n. 5 maggio 2012 - Home Page Giordano Bruno

Uno spirito libero

di LUCA DESIATO

 

Filosofo e scrittore, il frate domenicano elabora una nuova teologia giudicata
eretica dalla Chiesa. Denunciato all'Inquisizione, viene condannato e bruciato vivo
a Campo de' Fiori, in Roma. Condanna che obbedisce all'implacabilità dell'epoca.

Roma, Piazza Campo de' Fiori, dove il filosofo venne arso vivo, con la statua di Ettore Ferrari, 1888 (foto CENSI).

Roma, Piazza Campo de' Fiori, dove il filosofo venne arso vivo, con la statua di Ettore Ferrari, 1888 (foto CENSI).

Una buona parte dei documenti dell'Archivio segreto vaticano, riguardanti in particolare quelli dei processi dell'Inquisizione, subirono la tragica sorte di essere prelevati per ordine di Napoleone e trasportati a Parigi. Era il 1810. Roma sotto tutela francese e il Papa deportato in Francia.

Si voleva costituire, razziando opere d'arte e documenti per mezza Europa, un faraonico "Museo della civiltà europea liberata dalla rivoluzione".

Con la caduta di Napoleone non se ne fece nulla. Molte delle preziose carte vaticane finirono come carta da imballo: droghieri e pescivendoli ci incartarono per mesi le loro mercanzie. Perirono così gli atti originali dei processi di Galileo Galilei e di Giordano Bruno. I resti del saccheggio, 37 casse, furono riportati a Roma dal cardinale Consalvi, su ordine di Pio VII.

Dopo una ricognizione avvenuta a fine Ottocento, riguardo la vicenda di Giordano Bruno si rinvenne un prezioso sommario degli interrogatori, delle idee e degli scritti del filosofo e teologo nolano, compilato a Roma (sulla base del precedente processo veneziano) nell'estate del 1597: quattro anni e mezzo dopo l'ingresso del Bruno nelle carceri romane dell'Inquisizione.

Echi di documenti, accuse, difese a oltranza, vibrazioni che vengono dalle ombre di un'anima, e dalle pieghe corrusche di un'epoca. Basta immergersi nella lettura (sono stati integralmente ripubblicati dalla Biblioteca apostolica vaticana nel 1942, a cura di Angelo Mercati) e ci appare come una visione. Èla gelida notte di Natale del 1599 e in una cella, a lume oscillante di candela, il frate prigioniero scrive un memoriale.

Racconta la sua vita, si difende dalle accuse, attacca, attende di conoscere la sua sorte: assoluzione se si ravvede, condanna se persiste nelle sue idee ritenute perniciose ed eretiche.

Giordano Bruno, ritratto del 1578 (foto WIKIPEDIA.ORG).

Giordano Bruno, ritratto del 1578 (foto WIKIPEDIA.ORG).

Il primo processo per eresia

Siamo senza dubbio di fronte a un pensatore visionario, una figura non priva di intuizioni profetiche, della formulazione di una grandiosa visione cosmogonica non priva di venature magiche. Giordano Bruno come specchio abbrunato e al tempo stesso sfolgorante di un secolo, il Seicento, fucina di arti e di scienze, di scoperte astronomiche e azzardi della ragione.

Giordano Bruno nasce a Nola nel 1548 da famiglia modesta. Il suo talento lo indirizza verso gli studi ecclesiastici. Presto entra nell'ordine domenicano e si fa strada come insegnante per il suo acume e la dialettica. Ma il suo insegnamento percorre sentieri inusuali: intuizioni, azzardi, sincretismi. Matura le prime opere di filosofia cosmogonica De minimo, De monade, De immenso. Viene destituito dall'insegnamento, subisce a Napoli il primo processo per eresia e scampa alle accuse. Da quel momento inizia una vita errabonda.

Viaggia, si sposta sempre, inquieto, sempre in polemica e oppugnazione: a Padova, a Torino, poi a Ginevra dove si avvicina ai calvinisti, ma viene dagli stessi perseguitato e abiura. Si reca a Parigi, entra in contrasto coi professori della Sorbona (anche per il suo modo tutto moderno d'insegnare in lingua volgare). Sarà poi a Tolosa, a Francoforte, a Praga, infine in Inghilterra (vive a Londra dal 1583 al 1585, dove alla corte di Elisabetta sarà spia per conto dell'ambasciatore di Francia). Lascia l'Inghilterra e si reca a Magonza, Francoforte, Praga, ammirato e contrastato, sempre posseduto dal suo demone speculativo, dal furore di una fiamma anti ortodossa, da un pungolo irridente e superbo. Infine la sua venuta a Venezia, che gli sarà fatale.

Per l'inquietudine delle sue idee teologiche, espresse in modo anti-sistematico e iperbolico, per la sconvolgente filosofia sensista, anzi positivista ante litteram, Giordano Bruno era risultato pericoloso agli occhi degli stessi protestanti. Quello che gli difettava era certamente l'equilibrio, spinto com'era, anzi ustionato, dall'incandescenza di un pensiero onnivoro.

La sua epoca gli stava stretta. Ma ogni epoca gli sarebbe risultata stretta. Nei suoi dialoghi filosofici, molti dei quali scritti nel periodo inglese, vi è una razionalità che si spinge fino alle soglie dell'allucinazione: lo Spaccio della bestia trionfante e la Cena de le ceneri, poi gli Eroici furori (con una tesi che oggi si direbbe bergsoniana, sulla forza dell'anelito che spinge l'uomo verso l'infinito).

Vi sono naturalmente anche opere teologiche come De la causa, principio et uno e il De l'infinito, universo e mondi, dove l'universo viene rappresentato sotto l'aspetto di totalità e di eterno mentre l'uomo, spettatore e partecipe, sta di fronte a questo immenso ritmo universale, si scioglie fuori di sé stesso e si rituffa nella pienezza dell'Essere.

Enunciazioni in odore di panteismo che dovevano mettere in allarme l'occhiuta vigilanza di qualsiasi custode dell'ortodossia. Nel 1592 inizia dunque per Giordano Bruno il periodo veneziano, ospite del patrizio Giovanni Mocenigo, che vuole essere istruito nelle scienze matematiche e nelle arti magiche, come in quella tanto propagandata "arte della memoria".

La condanna definitiva

Un sodalizio che si guasterà presto. Il Mocenigo, forse deluso nelle aspettative di apprendista di magia, lo denuncia all'Inquisizione.

La nobiltà veneta vi appare come baluardo dell'ortodossia, giocando in questo nevrosi e bigottismo, soprattutto paura. La paura, è questa che immancabilmente nasce dal contatto con il Bruno.

Dovunque andrà, parlerà, insegnerà, scriverà: ecco originarsi il disagio, ecco l'ansia di fronte alla possibilità di oltrepassare il limite, di essere coinvolti e bruciarsi. L'infinito del pensiero vagabondo, della diversa visione teologica generano allarme e rifiuto, la necessità di salvarsi dall'untore. Nel maggio 1592 il nolano subisce un processo da parte dell'Inquisizione veneziana, viene condannato e abiura il 3 giugno: «Tutti li errori che io ho commessi [...] et tutte le heresie che io ho tenute, hora io le detesto et abhorrisco».

Tutto quello che volevano sentirgli dire, il Bruno, fiaccato dalla prigionia, lo dice. Venezia cercherà invano di trattenerlo, non tanto per salvarlo quanto per riaffermare la propria indipendenza giurisdizionale da Roma.

E sarà a Roma, nelle mani della ben più severa Inquisizione romana che il Bruno verrà consegnato agli inizi del 1593. Sette anni di detenzione, interrogatori, diatribe, promesse e ritrattazioni, fino alla condanna definitiva, sotto Clemente VIII. «Pronuntiamo, sententiamo et dichiaramo te, frà Giordano Bruno, essere heretico impenitente, pertinace et ostinato, et perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche et pene dalli Sacri Canoni, leggi et constitutioni imposte. [...] Di più condannamo, riprobamo et prohibemo tutti gli sopradetti tuoi libri et scritti [...] che siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro».

Tale è la terribile dichiarazione che si legge nel documento superstite. È l'8 febbraio del 1600. Il 17 febbraio, a cinquantadue anni, l'eretico viene arso vivo nella piazza di Campo de' Fiori, luogo del mercato di frutta e verdura, di fronte a una grande folla. E pare che in mezzo a quella folla assistette all'esecuzione lo stesso Caravaggio.

Un giorno drammatico, «un avvenimento doloroso», ha detto qualche tempo fa il cardinal Sodano, «un triste episodio della storia cristiana moderna» (una risposta pacata a certe esagitate commemorazioni laiciste inscenate nel quarto centenario della morte a Roma).

Quello che aveva soprattutto spaventato gli inquisitori, determinandone la condanna, era la magmatica commistione, nelle dottrine del Bruno, dell'elemento teologico con quello filosofico panteistico, matematico, cosmologico ed esoterico.

Un disagio, la consapevolezza di star difendendo l'ortodossia, ma anche un equivoco colpevole che si ripeterà trent'anni dopo con il processo a Galileo. La Chiesa per necessaria autodifesa non fu profetica e cedette all'intolleranza dell'epoca.

Fra le idee teologiche ereticali del nolano impugnate dagli inquisitori figurano la negazione della presenza reale di Cristo nell'eucaristia e della verginità di Maria. Inoltre il Bruno sostiene che Dio è Uno e non Trino, e che questo Dio Uno e l'universo sono la stessa cosa, che la Sacra Scrittura è una fantasia, che il demonio alla fine dei tempi si salverà e, soprattutto, che Cristo non è un essere divino ma un semplice uomo e per di più impostore, riprendendo con questo l'eresia ariana.

Sono affermazioni che a un orecchio religioso suonavano come orribile blasfemia. E l'eretico impenitente e reo confesso veniva punito con la pena capitale. In fondo, il dramma che fu la condanna e l'esecuzione per mano del braccio secolare di Giordano Bruno obbedisce all'implacabilità dell'epoca. Esso ci appare oggi, dall'esame delle superstiti carte processuali, come un vano e drammatico tentativo da parte delle autorità ecclesiastiche di risparmiare a sé stesse il peso e le conseguenze della condanna di uno spirito libero ma al tempo stesso ereticamente esaltato.

Luca Desiato

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