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Cominciamo con la spiegazione dei termini:
"educare" presuppone che si entri in relazione
con le persone e che si condivida un percorso
comune. Nello stesso tempo, la strada
non è a senso unidirezionale: si deve camminare
accanto ai ragazzi con umiltà e passione.

Molti sono i soggetti del "rischio": dagli
adulti ai genitori e insegnanti, ai parroci,
ai movimenti e associazioni alle comunità di accoglienza, agli stessi "educandi"...
Sono prete da 30 anni: il tempo
è passato veloce e intenso nel
lavoro pastorale in parrocchia
e, da più di 20 anni, anche nell'impegno
sociale.
Una delle sensazioni
più chiare che provo ripercorrendo
con la memoria questo periodo
importante della mia vita è
la consapevolezza di come tante
idee che avevo sono cambiate, di
come gli incontri fatti e le esperienze
vissute abbiano lasciato dentro
di me tracce significative e profonde,
di come le idee e le certezze
che avevo da studente in seminario
e da giovane sacerdote si sono
spesso incontrate e talvolta scontrate
con le evidenze della vita.
Questa riflessione di carattere generale
riguarda sicuramente anche il
concetto di "educare": da studente o
da giovane prete non avrei mai potuto
concepire niente di più semplice e
diretto di questa opera di trasmissione
di saperi e di valori, da agire in
modo unidirezionale dal maestro ai
discepoli senza alcuna loro reazione
o partecipazione.
Poi piano piano la
vita ti modifica, apre nuove visioni e
prospettive... e si definisce uno scenario
molto più intenso e coinvolgente,
dove l'educazione diventa un processo,
una storia di relazioni, un camminare
accanto alle persone condividendone
sogni e fatiche.
L'esperienza maturata come operatore
nella comunità terapeutica, il
volontariato internazionale a Calcutta
e in Africa, la partecipazione
alle iniziative del Cnca (Coordinamento
nazionale comunità di accoglienza)
hanno dato a questo mio
processo una caratterizzazione particolare,
con forti stimoli e grandi
compagni di viaggio.
Se oggi dovessi declinare la parola
"educare" ne evidenzierei soprattutto
due aspetti.

I ragazzi della comunità di accoglienza di Doccio a Bientina,
Pisa (foto SICCARDI).
Condivisione di un percorso
L'educazione presuppone l'accoglienza
e la condivisione di un percorso
comune. Non si può educare chi
prima non si fa entrare in relazione
con noi. L'efficacia dell'intervento
educativo nella comunità terapeutica,
per esempio, dipende prima di tutto
dalla capacità dell'operatore di entrare
in relazione con la persona, camminare
accanto alla sua difficoltà,
non restare bloccato dalla categoria
di appartenenza (tossicodipendente,
detenuto, ecc.).
Ricordo bene quanto
sia stato difficile a volte costruire relazioni
educative con gli ospiti della nostra
comunità, quante ore di lavoro
fatto insieme nel bosco, quanto tempo
libero condiviso, quanto ascolto
hanno preceduto i momenti importanti
in cui qualcuno ha cominciato a
riprendere in mano la propria vita!
La relazione educativa diventa allora
il più corretto ed efficace approccio
al disagio delle persone, fatto di
ascolto, di rispetto, di distacco dalle
proprie certezze. Intorno ai ragazzi
accolti nelle nostre comunità ho sentito
crescere in questi anni atteggiamenti
di pregiudizio e di esclusione,
magari mascherati con la pretesa di
"educarli" per recuperarli a una vita
normale.
Non c'è educazione nella
violenza e nella sopraffazione psicologica,
nemmeno se fatte a fin di bene:
su questo aspetto tante realtà anche
del mondo cattolico dovrebbero
rivedere con criticità atteggiamenti e
scelte fatte nelle loro comunità di recupero.
La persona non si porta né si
salva, ci si cammina accanto!
Con il Cnca si è combattuto molto
per contrastare l'approccio punitivo
e repressivo con cui il governo sta affrontando
negli ultimi anni il problema
dei consumi di droga: il cartello
Non incarcerate il nostro crescere si
è incentrato soprattutto sulla priorità
dell'educazione rispetto alla repressione:
«Per questo vogliamo affermare
l'assoluta contrarietà allo
slogan "punire per educare" della
nuova proposta di legge presentata,
che evidenzia la palese discrepanza
tra l'intenzione pedagogica contenuta
nel dispositivo di revisione e le
condizioni reali della sua applicabilità
in una società che alimenta e incoraggia
stili predatori, dissipativi, edonistici
e competitivi, che costituiscono
uno dei fattori di vulnerabilità sociale
più importanti in rapporto al
consumo di droghe [...].
«L'ascolto richiede, in ogni occasione,
la capacità di chiedersi sempre
cosa sia meglio per il bambino,
il giovane, l'anziano, il tossicodipendente,
il disabile, che sono tra i protagonisti
principali dei nostri progetti.
Richiede politiche di accompagnamento
che escludano il giudizio
a priori e comportino, invece, il riconoscimento
della diversità, dell'unicità
e dell'autonomia di colui a fianco
del quale ci si pone. A noi interessano
le persone, le loro storie, i loro
problemi, il loro benessere, prima
che le sostanze che consumano.
«Punire e basta non è solo un cattivo
modo di educare, ma è anche e
soprattutto inutile. Il fallimento delle
politiche repressive è ormai un
dato acquisito. Riteniamo vadano
sperimentate, come molti Paesi europei
stanno facendo, ipotesi di approccio
diverse da quelle proposte
dal governo, più di ispirazione sociale
che legale, che sappiano cogliere
sia le complesse e gravi problematicità
di una tossicodipendenza grave
che la potenziale pericolosità di
consumi diffusi e generalizzati che
coinvolgono in maniera problematica
anche sostanze legali altamente
pericolose come alcool e nicotina.
«La tutela di sé e degli altri sono
valori importanti. Non si insegnano
valori con la coercizione. È un dato
acquisito delle scienze che si occupano
di educazione, di pedagogia,
di supporto, di trattamento e di clinica
delle dipendenze. Se ne sono
accorti in tanti in Europa e molti di
noi lo affermano da tempo come
scelta ideale e di pratica quotidiana
di intervento» (cf Cnca, Educare
non punire, febbraio 2004).

Il presidente del Cnca don Armando insieme con Lucio Lucini della cooperativa Parsec, Roma (foto A. GIULIANI).
S'insegna e... s'impara
L'educazione presuppone sempre
la reciprocità, non va soltanto in una
direzione. La strada, simbolo della
marginalità, non è un luogo dove si
va soltanto a insegnare: sulla strada
si impara, si conosce meglio sé stessi
e la vita. La mia esperienza personale
e quella di tutti gli operatori e i volontari
del Cnca potrebbero raccontare
di quanti maestri e di quante lezioni
di vita abbiamo incrociato nel nostro
cammino. È bello pensare che chi insegna
impara e che l'allievo lascia
sempre qualcosa di sé al maestro.
Questo pensiero è stato così evidente
nel Cnca nel 2000, l'anno del
Giubileo, che si è poi concretizzato
in una bella pubblicazione dal titolo
Quando l'asina educa il profeta
(Comunità Edizioni 2008): a volte
può capitare (come è accaduto al
profeta Balaam nel racconto biblico
di Numeri 22) che sia proprio colui
che tu conduci che indichi a te quale
sia la strada giusta!
Questi due aspetti ci aiutano, secondo
me, a recuperare il senso più
vero del concetto di educare e a liberarlo
da quel limite impositivo che
spesso ne limita la praticabilità e
l'efficacia. Prima di parlare dei ragazzi
e dei giovani dovremmo infatti
parlare con i ragazzi e con i giovani
e – meglio ancora – ascoltarli.
Il tema che i vescovi italiani hanno
indicato per il prossimo decennio (La
vita buona del Vangelo) ci offre la
possibilità di scoprire tutta la ricchezza
di un intervento educativo che non
si impone, ma propone una bella visione
della vita e accompagna il cammino
per raggiungerla. In questo tempo,
nel quale tutti i riferimenti etici
sembrano dissolversi nel degrado singolo
e collettivo, alla Chiesa e a tutti i
cristiani è offerta la grande opportunità
di presentare la bellezza della vita
secondo il Vangelo, una vita che non
è compressa e limitata dalla fede, ma
che ne è liberata in tutte le sue potenzialità:
essere cristiani è davvero un
bel modo di vivere, profondamente
diverso dalla banalità dei modelli che
attraversano il nostro tempo.
Ai genitori e a tutti gli educatori è
affidato il compito di camminare accanto
ai ragazzi e ai giovani, con umiltà
e passione, accettando il rischio della
relazione e la disponibilità a cambiare.
Il giorno in cui le persone che
ci sono state affidate prenderanno il
volo nella loro autonomia, saremo
contenti di essere stati loro di aiuto.
Armando Zappolini
parroco e presidente del Cnca
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