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 Vita Pastorale n. 9 ottobre 2011 - Home Page GIOVANNI PAOLO XXIII - Le linee-guida del suo ministero

Il Buon pastore

di Michele Manzo

 

Papa Giovanni intese dare un senso pastorale ad ogni incarico ricoperto. Da patriarca a Venezia e poi da Papa a Roma, di cui si considera a pieno titolo il vescovo, realizza lo schema a lui caro: visite pastorali e Sinodo. Le sue uscite nella città di Roma vengono diffuse in tutto il mondo...

Angelo G. Roncalli ha inteso dare un senso pastorale ad ogni incarico svolto, con l'intenzione di adattare sé stesso, il Vangelo e la liturgia nei vari Paesi in cui ha operato. E di incarichi ne ha ricoperti tanti prima di divenire Pontefice. È stato diplomatico a servizio della Santa Sede per 28 anni, prima come delegato apostolico in Bulgaria e Turchia, poi come nunzio in Francia. Lascia la diplomazia per il patriarcato di Venezia e poi per il pontificato a Roma, in cui è giunto all'età di 77 anni.

Papa Giovanni benedice i fedeli durante il pellegrinaggio a Loreto del 4.10.1962 (foto RICCARDI)

Papa Giovanni benedice i fedeli durante il pellegrinaggio a Loreto del 4.10.1962 (foto RICCARDI).

La diplomazia del "cuore"

Appena divenuto vescovo nel 1925 e giunto in Orient Express a Sofia, in Bulgaria, il delegato apostolico ha cercato di dare un tono pastorale all'incarico diplomatico. La prima mossa è stata di visitare i villaggi bulgari in cui erano presenti comunità cattoliche di rito orientale, poi di promuovere la formazione del clero locale, con la consacrazione del primo vescovo bulgaro e la fondazione di un seminario, incontrando non poche resistenze negli ordini religiosi.

Trasferito dieci anni dopo in Turchia, si è accreditato come nunzio «entrando per la petite porte», come scrive l'ambasciatore francese, evitando d'imporre usi e costumi diversi dai locali, una diplomazia che Morozzo della Rocca non esita a definire «speciale perché pastorale», condita d'amabilità e mitezza. Alla prima messa natalizia Roncalli sostituisce l'uso della lingua francese con quella turca, suscitando le proteste della diplomazia francese presso la Santa Sede. Il suo slogan preferito, sia nel diario spirituale che in numerosi discorsi pubblici, era: «Io amo i turchi».

Anche in Francia, in cui è nunzio dal 1944 al 1953, Roncalli dimostra di non essere un diplomatico "puro" come gli altri. «A differenza dei suoi collaboratori più romani», osserva Etienne Foilloux, «vuole conoscere e amare il Paese dove è stato inviato». Visita e partecipa alle iniziative ecclesiali in quasi tutte le diocesi francesi. S'interessa e intrattiene buone relazioni, anche attraverso frequenti inviti a cena. La sua è una sorta di diplomazia del "cuore", attraverso la quale riesce a portare a soluzione anche i problemi più spinosi, come quello noto dei vescovi collaborazionisti.

Ma è a Venezia, di cui è patriarca dal 1953 al 1958, che Roncalli hamodo di esercitare effettivamente e direttamente il ministero episcopale. Qui egli realizza uno schema pastorale di tipo tridentino, a lui tanto caro per averlo appreso negli studi (principalmente nella storia delle visite pastorali nella diocesi di Bergamo) e nell'esperienza di segretario del vescovo Radini Tedeschi. Il modello si avvale di due strumenti fondamentali a disposizione del vescovo: la visita pastorale e il Sinodo. A Venezia nel 1957, come già a Bergamo nel 1910, si celebra il Sinodo diocesano al termine della fase delle visite parrocchiali.

1906: Roncalli era segretario del vescovo Radini Tedeschi.

1906: Roncalli era segretario del vescovo Radini Tedeschi.

Vescovo di Roma e Papa

Già la sera dell'elezione, il 28 ottobre del 1958, Giovanni XXIII afferma deciso a monsignor Tardini, segretario di Stato: «Mi propongo di dare accentuazione al primo servizio cui il Signore mi ha chiamato. Di fatto son Papa quatenus episcopus Romae».

Egli dimostra di aver chiara fin dall'inizio la necessità di supportare la dimensione pontificale con quella episcopale, l'azione internazionale con quella pastorale. Non concepisce l'idea di un Papa che non sia anche effettivamente vescovo, ben radicato nel ministero pastorale. Al proponimento segue subito la realizzazione.

Dopo circa una settimana papa Giovanni scrive una lettera al vicario per la diocesi di Roma, cardinale Micara, in cui invia una particolare benedizione «ai fedeli che ci chiamano col dolce nome di vescovo». Il primo incontro con la città si svolge a quasi un mese dall'elezione, il 23 novembre, a San Giovanni in Laterano per prendere possesso ufficiale della cattedrale, ripristinando un rito che non si svolgeva da tempo. Le manifestazioni di simpatia della folla durante il percorso in automobile spingono alla commozione il cardinale Pizzardo, suo accompagnatore, e il Pontefice annota la sera sul suo diario: «Uno dei giorni più belli della mia vita ». Nel suo discorso aveva parlato dell'essenza della dottrina cristiana, il Libro e il calice, dichiarando di essere venuto «soprattutto come pastore».

Pochi giorni più tardi torna al Laterano per incontrare i seminaristi, visita il suo vecchio amico ammalato monsignor Paschini e apre l'anno accademico dell'Ateneo: nel discorso si presenta nuovamente «sotto le sembianze del Buon pastore». Il 22 dicembre in Vaticano c'è il primo incontro con i parroci romani e il colloquio tocca temi di tipo pastorale.

S'interessa dello stato delle parrocchie di Roma, affermando che gli piacerebbe tanto visitarle. Il periodo natalizio è utilizzato da papa Giovanni per mettere in pratica le idee appena presentate alla diocesi e renderle note al mondo. Sono note le visite ai bambini ammalati dell'ospedale Bambin Gesù e ai carcerati di Regina Coeli. «È attraverso la Chiesa di Roma, come vescovo della diocesi», nota bene Riccardi, «che Giovanni XXIII entra nella città». Ma non solo. Attraverso il circuito televisivo, ormai diffuso ovunque, l'immagine pastorale del Papa entra nel mondo.

Per il primo Natale da Papa visitò i bambini malati dell'ospedale romano Bambin Gesù, ove benedisse i piccoli, alcuni dei quali lo avevano scambiato per Babbo Natale (foto RONCALLI).

Per il primo Natale da Papa visitò i bambini malati dell'ospedale romano Bambin Gesù, ove benedisse i piccoli, alcuni dei quali lo avevano scambiato per Babbo Natale (foto RONCALLI).

Il Sinodo diocesano

Al termine dei cento giorni, il 25 gennaio 1959, nell'aula capitolare del Monastero di San Paolo, Giovanni XXIII presenta il suo noto programma di pontificato condensato in tre punti, di cui il primo riguarda Roma. Si tratta del Sinodo diocesano. Come a Bergamo, da segretario di monsignor Radini Tedeschi, e poi a Venezia, come patriarca, Roncalli torna sullo strumento sinodale come il principale per svolgere il ministero episcopale. Solo che là il Sinodo era stato preceduto dalla visita alle parrocchie e qui no.

Lo schema sembra ribaltato forzatamente per la ristrettezza dei tempi e la duplice veste di pastore locale e universale che il Papa ricopre. Il ragionamento di Roncalli è semplice e ordinato, valido forse per la maggior parte delle città del mondo alla fine degli anni '50 e alla base dello stesso Concilio: la città si è sviluppata e la Chiesa non altrettanto, quindi c'è bisogno di un "aggiornamento pastorale".

L'attenzione del Papa è rivolta ai bisogni religiosi della popolazione che richiedono una ristrutturazione dell'attività diocesana nella sola «prospettiva del bonum animarum e di una corrispondenza ben netta e definita del nuovo pontificato con le spirituali esigenze dell'ora presente». Roma è così poco diocesi da non averne mai celebrati dopo il Concilio tridentino; il precedente risale al 1461. Perciò è il "primo" Sinodo diocesano; la preparazione occupa tutto il '59, per essere celebrato dal 25 al 27 gennaio 1960.

Nel corso dei lavori, affidati a una commissione a capo della quale Roncalli preferisce l'attivo vicegerente mons. Traglia, egli offre più volte e in più modalità le sue indicazioni. Già dopo pochi giorni, il 29 gennaio, va a incontrare sorprendentemente i parroci romani durante un loro rituale incontro ai Ss. Giovanni e Paolo per rassicurarli circa l'ordinarietà dello strumento sinodale all'interno di ogni diocesi, e poi convoca più volte la commissione sinodale in Vaticano, per infondere la propria ispirazione circa la redazione del testo normativo, lavoro in cui si condensa la preparazione del Sinodo.

Nell'udienza del 17 marzo egli comunica che gli articoli del testo, a suo avviso, «non debbono trasformarsi certamente in norme di ascetica, ma neppure debbono essere lasciati aridi e secchi come le disposizioni di un codice: qualcosa di vibrante ci vuole. Anche nel Codice di diritto canonico, se ci fosse un poco più di unzione (non troppa, s'intende, che il troppo guasta), forse sarebbe meglio». In circa quattro mesi il testo viene redatto in prima versione.

La maggiore novità rispetto ai sinodi coevi è proprio quella della richiesta "unzione", cioè di caratterizzarsi non solo per lo stile giuridico. Alla fase di consultazione partecipa anche papa Giovanni che, oltre a seguire i lavori attraverso le udienze con i responsabili, invia più volte osservazioni al testo. In generale egli si orienta a sottolineare le prerogative del Vicariato come centro coordinatore di una diocesi il più possibile "normale" come le altre. Giovanni XXIII vuole sfatare il detto secondo cui «a Roma si fanno le leggi e fuori si osservano ».

In particolare, interviene sullo zelo pastorale dei parroci verso le celebrazioni liturgiche, sullo stile di fraternità all'interno del clero e sulla trasformazione del nome dell'organo di stampa che, da Bollettino del clero romano, vuole che diventi Rivista diocesana, in quanto riflettente meglio l'intera comunità cristiana, non solo quella clericale.

Le visite alle parrocchie

Nel frattempo, nel corso della primavera del 1959, papa Giovanni avvia l'altra iniziativa pastorale ordinaria di un vescovo, le visite parrocchiali. Utilizzando l'antica consuetudine romana delle stazioni quaresimali – celebrazioni penitenziali che si tengono ogni giorno in una chiesa secondo un piano prestabilito – Giovanni XXIII interviene ad alcune di esse, quelle domenicali. Nel '59 partecipa tre volte nelle chiese antiche del centro storico.

Nel '60 cambia la formula, adattandola alla crescita della città. Decide infatti di spostare le sedi stazionali nelle parrocchie dell'estrema periferia romana, anche in alcune borgate allora più malfamate, come Centocelle e Primavalle. La ragione è che «gli pareva che la soavità di tali affabili incontri religiosi non dovesse essere riservata solo alla grande città che è abituata da secoli a queste manifestazioni.

Chi dal Vangelo avesse voluto prendere l'applicazione più semplice, subito avrebbe visto il Buon pastore in cerca delle sue pecorelle». Da allora, salvo che nel '62 a causa degli impegni conciliari, le visite si susseguono nel corso della Quaresima nelle parrocchie periferiche: Tiburtino Terzo, San Basilio, Ostia, Terzo Miglio, Quarticciolo, Portuense, Laurentino. Il più delle volte da penitenziali si trasformano in trionfali per la partecipazione della folla e per l'assieparsi della gente intorno al passaggio dell'automobile con il Papa. Il percorso di trenta km tra Vaticano e San Basilio sulla via Tiburtina, il 31 marzo del 1963, a due soli mesi dalla morte, viene ricoperto in un'ora e mezza. Roncalli fa più volte fermare l'automobile per benedire le persone acclamanti.

Dentro la borgata il Papa è costretto a percorrere l'ultimo chilometro in piedi sull'auto, tanta è la gente intorno. Nel discorso all'interno del locale provvisorio che funge da chiesa egli si dichiara felice e ottimista, coerentemente con il messaggio evangelico. «È vero: c'è del male nel mondo », dice a cuore aperto, «nondimeno, grazie al Signore, molte sono ancora le anime rette, zelanti, generose. Lo hanno confermato appunto le manifestazioni delle domeniche di questa Quaresima, suscitando ovunque commosso slancio spirituale ed indimenticabili impegni».

La struttura pastorale di Roma si conclude con il trasferimento degli uffici del Vicariato nella sede storica del Palazzo del Laterano, una sorta di "cittadella" della diocesi con la cattedrale, il seminario e l'Ateneo, già elevato al rango di università. La decisione improvvisa viene annunciata senza colloqui preventivi, in pubblico, la sera del 24 giugno 1962, proprio a San Giovanni: «Oh, se il Papa, vescovo di Roma, raccogliendo gli uffici dell'amministrazione diocesana presso questa sua cattedrale basilica, Lateranum fulgens, e disponendo dei palazzi che la circondano, potesse radunare qui, con più grande larghezza di respiro, tutta, o quasi, l'organizzazione della diocesi di Roma!».

Tradizione e aggiornamento, modernità organizzativa e senso della diocesi da costituire in tutte le sue parti (Sinodo, parrocchie, seminario, università, clero, uffici) convergono armonicamente tra loro. Giovanni XXIII non solo annuncia la necessità della Chiesa di adeguarsi al mondo contemporaneo – esplicitamente nel discorso d'apertura del Concilio – ma lo mette in pratica a Roma. Dimostra alla città e a tutto il mondo cosa intenda per aggiornamento pastorale.

L'approccio al ministero episcopale, che vuole esercitare con decisione ferma e consapevole, si pone in netta continuità con le modalità già utilizzate negli altri incarichi e territori, ma con una maggiore rapidità di esecuzione e di convinzione, senza titubanze. Prende le tradizioni antiche e le adegua ai tempi moderni. Non rimane fermo sull'esistente ma si sposta alla ricerca della gente cui presentare il Vangelo. A una città in fase di sviluppo confuso offre emozioni profonde e tanti gesti di affetto. A una diocesi poco delineata dà il suo contributo per rafforzarla in tutte le sue porzioni ma soprattutto dona la sua pastoralità piena, calda, vicina. Si contano in circa 150 le uscite dai sacri palazzi per recarsi in città. È un Papa che non nasconde ma esalta il proprio ministero pastorale. «Noi l'amiamo questa Roma sacra!», dice ai membri della giunta comunale in visita a pochi mesi dalla morte. «E quando dal palazzo apostolico, o dalla Torre San Giovanni, o dal Castel Gandolfo contempliamo i centri residenziali che crescono, il cuore si intenerisce e trepida. Per un vescovo non è questione di aree fabbricabili, di quartieri alti e popolari: è questione di anime».

Michele Manzo
docente presso l'Issr dell'Ateneo pontificio Regina Apostolorum, Roma

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