Periodic San Paolo - Home Page  
 Vita Pastorale n. 8 agosto 2011 - Home Page Gli 80 anni di Famiglia Cristiana

Ha fatto l'Italia

di Beppe Del Colle

 

Dal primo numero fino alle recenti pubblicazioni non si è affatto affievolito lo spirito con cui il beato don Alberione nel 1931 diede l'avvio alla rivista, che si è ottimamente inserita nel contesto sociale, qualificandone il percorso.

Non ci avevo mai pensato, ma il tema è giusto e va dimostrato. Anzi, meglio, raccontato. Davvero Famiglia Cristiana, che compie ottant'anni, è un giornale che "ha fatto l'Italia", nel senso che ha accompagnato la storia di questo Paese, e soprattutto del suo popolo, portando avanti più che poteva, e come poteva, in ogni circostanza, il lucignolo fumigante acceso dal beato don Giacomo Alberione poco meno di cent'anni fa, nel 1914: una congregazione religiosa offerta integralmente alla parola di Dio con gli strumenti caratteristici di un secolo che ha fatto della comunicazione sociale, insieme, il mezzo e il messaggio.

Fra questi strumenti, insieme ai libri e poi la radio e quindi la tv e infine il web, ci sono i giornali; e fra questi, appunto, Famiglia Cristiana. Andiamo con i tempi, per capire il senso di una storia. Il 26 maggio 1931 il governo Mussolini ordina a tutti i prefetti di procedere allo «scioglimento di tutte le associazioni giovanili non dipendenti direttamente dal Partito nazionale fascista e dall'Opera nazionale Balilla». Detto fatto. Il 3 giugno l'ordine risulta eseguito «senza il minimo incidente »: cioè, sigillate le sedi dei circoli di Ac, sequestrati i beni e i documenti «con particolare interesse per l'elenco degli iscritti» (come ha scritto Antonio Airò su Avvenire del 28 giugno scorso). Il papa Pio XI si indigna, si chiude nella sua biblioteca per tre giorni e scrive (in italiano, non in latino) la famosa enciclica Non abbiamo bisogno, che L'Osservatore Romano pubblica il 5 luglio.

È un documento in cui, fra l'altro, il Pontefice polemizza duramente con il tentativo del regime di monopolizzare l'educazione dei giovani attraverso «l'odio, la violenza, l'irriverenza». Rispondere alle attese del Papa Nel Natale del medesimo anno esce il primo numero di Famiglia Cristiana. Non ho naturalmente nessuna prova di quello che scrivo, ma ho sempre pensato che quel settimanale, dodici pagine formato quotidiano, fosse stato immaginato da don Alberione anche come una risposta alle preoccupazioni del Papa per quello che stava succedendo in Italia: l'avvio di una generazione intera alla realizzazione di quegli «otto milioni di baionette» che Mussolini desiderava per le sue folli ambizioni imperiali.

Affettuosa è l’Ave Maria di Desdemona (Jennifer Sue Johnson e William Hall jr).

Il direttore don Antonio Sciortino con sullo sfondo don Giuseppe Zilli.

Famiglia Cristiana nasceva con una missione in più, rispetto a quella fondamentale della diffusione del messaggio biblico: la difesa della libertà dei cittadini e del diritto della Chiesa di educare i giovani secondo i principi evangelici, che pure era stato ammesso dal Concordato di due anni prima. Così si spiega quello che accadde dodici anni dopo, nella primavera del 1943, quando la rivista pubblicò per alcune settimane lettere che provenivano dai suoi lettori e che manifestavano dolore e rabbia impotente per la morte di tanti giovani soprattutto prima, durante e dopo la tragica ritirata di Russia del gennaio precedente. Ancora una volta un prefetto intervenne, quello di Cuneo, che impose di sospendere le pubblicazioni del settimanale (ricomparve a luglio, dopo la caduta di Mussolini). Tutti sappiamo come andò nel dopoguerra. In pochi anni, soprattutto grazie alle parrocchie e al volontariato delle suore paoline che giravano l'Italia per diffonderla casa per casa, Famiglia Cristiana crebbe rapidamente in diffusione soprattutto nelle aree per così dire "interne" della penisola, le campagne, le comunità locali, i gruppi cattolici sparsi ovunque. Quando nel 1954 fu chiamato a dirigerla don Giuseppe Zilli (aveva solo trentatré anni) la rivista soffriva di un'immagine incompiuta, rispetto al resto della stampa italiana: era "solo" un giornale cattolico. Don Zilli si guardò intorno. Venne a Torino, da Alba dove risiedeva, e conobbe qualcuno che poteva dargli una mano. Aveva una scommessa con sé stesso: ampliare la cerchia dei collaboratori, cercare dei giornalisti laici ma credenti. Attraverso la loro professionalità "declericalizzare" le pagine di una rivista che solo a tale condizione poteva crescere.

Il primo numero di Famiglia Cristiana.

Il primo numero di Famiglia Cristiana.

Rivista che cresce e si consolida

Dalla metà degli anni cinquanta al 1961 crebbe di centomila copie l'anno, fino a superare il milione. Ogni limite stilistico era stato sottoposto a una regola generale: Famiglia Cristiana parla di tutto, in spirito cristiano – come don Zilli disse in un discorso pronunciato in pubblico nel 1974, nel ventennale della sua direzione – «con l'obiettività e la serenità che la sua natura gli impongono ».

E poi: «La paura di esporsi nei giornali cattolici, come nella Chiesa, è sempre stato un errore ». Non era stata vittoria facile. Sempre in quella circostanza don Zilli trovò il coraggio per dire che «in questi anni credo di aver dato, a coloro che allora mi vollero, molte soddisfazioni, ma anche molti dispiaceri, costringendoli a dibattersi tra amore e odio, tra interpretazioni benevole e altre distruttive. Era inevitabile. Per un insieme di circostanze questo settore della San Paolo si è ritrovato alla testa di un movimento trainante, in parte atteso e in parte temuto. La rottura degli schemi, l'ingresso nel vivo della società, il capovolgimento di alcune concezioni, il rifiuto di lavorare a rimorchio non potevano che causare traumi.

«Di più: tutti i successi, per quanto modesti, e gli uomini che vi sono dentro, hanno una componente "eretica", non nel senso peggiorativo della parola, ma nel senso di una "diversificazione" delle concezioni e dei metodi. La rottura, per certi aspetti, è quasi necessaria con molti di quelli che fino a ieri ti seguivano per le vie consuete. Quando qualcosa comincia a cambiare si pensa più a una tua azione disgregatrice che non a un'azione innovatrice, più a una sorta di esaltazione anomala che non a una tua intuizione.

La copertina che celebra gli 80 anni della rivista.

La copertina che celebra gli 80 anni della rivista.

Succede allora che chi vorrebbe esserti grato trova il modo di non esserlo fino in fondo perché ti vorrebbe perfetto». Se poi si riflette su quanto personalmente don Zilli operò per portare Famiglia Cristiana al primo posto fra i settimanali italiani e quelli cattolici di tutto il mondo (a metà degli anni settanta un numero toccò la cifra di un milione e settecentomila copie) basta ricordare l'enorme successo dei suoi "Colloqui col padre", che fino al giorno della sua prematura morte (nel marzo del 1980, ad appena 59 anni) rimasero nettamente al primo posto fra le preferenze dei lettori. La chiave interpretativa di questo successo consiste nell'estrema libertà e insieme coerenza cristiana con cui il direttore rispondeva alle domande di ogni genere dei suoi lettori (e soprattutto lettrici) sugli argomenti anche più delicati, e a volte scottanti nei rapporti con la morale cattolica.

Uno stile che non poteva non tener conto di quanto stava succedendo nella società, non solo italiana: gli anni del divorzio e dell'aborto diventati leggi dello Stato e confermati in via referendaria. (Ne seppe purtroppo qualcosa anche il suo successore, don Zega, che dopo 18 anni di direzione dovette lasciare la rivista per polemiche a volte assurde sullo stesso argomento dei rapporti fra fede e moralità pubblica e privata, in una società in continua mutazione antropologica ed etica).

C'è poi un dato che normalmente sfugge a chi parla della storia di Famiglia Cristiana: quale sia stato, per così dire, il suo "indotto" sul mondo cattolico italiano. In un rapporto che chi scrive sottopose nel 1982 all'attenzione di un pubblico specializzato nel marketing giornalistico, osservai che «quest'anno Famiglia Cristiana distribuisce qualcosa come undici miliardi (di lire, ovvio) sotto forma degli sconti ai rivenditori parrocchiali.

Una rivendita con cento copie settimanali può assicurare ottanta- centomila lire ogni mese al responsabile, un milione l'anno». Del resto lo sapevo già da gran tempo. Alla fine degli anni cinquanta, quando Famiglia Cristiana eleggeva ogni dodici mesi fra i suoi lettori "la mamma dell'anno", don Zilli mi inviò a consegnare il premio a una madre di famiglia davvero eroica che viveva in un piccolo comune del Goriziano, allora terra di emigranti. Chi l'aveva segnalata era una suora che gestiva un asilo infantile. Quando andai a trovarla, mi stupii che quella scuola materna fosse bella, grande, e ospitasse anche bambini di comuni vicini, ma la religiosa mi spiegò: «Con i soldi che la vostra rivista mi lascia sulle copie che distribuisco ogni settimana ho potuto costruire questo asilo, e posso mandarlo avanti».

Affettuosa è l’Ave Maria di Desdemona (Jennifer Sue Johnson e William Hall jr).

Don Alberione, con accanto don Giuseppe Zilli, avvia le rotative per la stampa di FC (foto PSP).

...una regola generale: Famiglia Cristiana parla di tutto, in spirito cristiano.

Nel cuore della nostra società

Il discorso, a questo punto, non può che proseguire nel cuore della società italiana, che Famiglia Cristiana ha sempre rappresentato fedelmente, senza interessi materiali o politici di nessun genere. Nel 1980 un sociologo, Antonio Morossi, osserva in un saggio pubblicato dalla Claudiana che la rivista paolina, in un'epoca di profondi sconvolgimenti sociali ed etici che impegnano fortemente la Chiesa cattolica nel tentativo di salvaguardare i valori evangelici messi ogni giorno in discussione, «recupera una serie di caposaldi ben collaudati dell'ideologia cattolica: a) il ruolo guida della Chiesa nella costruzione di una società alternativa a quella esistente; b) la solidarietà umana e la semplicità di vita proprie delle piccole comunità; c) l'individuo e la centralità del "privato" nella sua esistenza!». Detto in altri termini, è l'umanesimo integrale di Jacques Maritain. Anche oggi, chi legge Famiglia Cristiana sa che quell'analisi è perfetta. Certe volte mi dico che il linguaggio, lo stile, l'antropologia di origine biblica della rivista sono anche profetici.

Un esempio. Nel 1985 organizzammo, con l'aiuto di De Rita e del suo Censis, una serie di interventi su tredici località e zone del Paese particolarmente interessate alla piccola e media attività industriale o agricola: dal Cadore al Valdarno, da Perugia alla piana di Vittoria (in Sicilia) da Novara all'industria del fiore nel Napoletano; dalla Val Vibrata (fra Abruzzo e Molise) alla Fontanabuona, dalla "cintura" torinese robottizzata alla Riviera del Brenta e a Lumezzane. Nel prologo scrivevamo: «C'è un'Italia della fiducia alla quale il domani non fa paura. Un'Italia della fantasia, della volontà di intraprendere, della capacità di lavorare, del desiderio e dell'abitudine a innovare, del rifiuto dell'assistenzialismo, della pace sociale; un'Italia i cui valori antichi si sposano istintivamente con le caratteristiche migliori della società contemporanea ».

E alla fine: «Il Duemila è alle porte: i bambini di oggi avranno allora vent'anni, prepariamogli una nazione in pace, prospera, più civile, dove trovare un lavoro non sia una scommessa difficile, quasi perduta in partenza, come è oggi, dolorosamente, per tanti giovani italiani». Parole che vanno bene anche adesso, no? Ecco perché è giusto dire che Famiglia Cristiana ha aiutato, e continua ad aiutare, «a fare l'Italia».

Beppe Del Colle

 Vita Pastorale n. 8 agosto 2011 - Home Page