Periodic San Paolo - Home Page  
Vita Pastorale n. 6 giugno 2011 - Home Page A 20 anni dalla morte di mons. Piero Rossano

Uomo di dialogo e missione

di Giovanni Ciravegna

 

Nato a Vezza d'Alba (Cn) nel 1923, morì a Roma nel 1991. Teologo, biblista, uomo di cultura cosmopolita, attenta al dialogo tra i popoli e le religioni. La sua grandezza è indiscutibile e rara la capacità di capire il prossimo.

«L'anima di Piero Rossano vive nella visione del Paradiso e nella comunione dei santi, mentre il suo corpo riposa a Vezza d'Alba (Cn), suo paese natale, e il suo pensiero rimane nei suoi scritti e nel ricordo di numerose persone in Italia e nel mondo». Così don Paolo Tablino, prete albese e missionario in Kenya, introduceva il suo libro Piero Rossano, come Paolo, uomo del dialogo e della missione (Editrice Esperienze 2008): un ritratto da lui composto attraverso testi e lettere, ma soprattutto frutto di una profonda amicizia.

Don Tablino è morto poco dopo questa sua preziosa fatica, e riposa nella terra di Marsabit, anche lui nella visione del Paradiso. Un motivo in più per associarlo in questa ricorrenza di don Rossano che certamente lui avrebbe contribuito a rendere più viva e vera, avendo la sensibilità di cogliere nell'amico la particolare vocazione missionaria.

«Ritengo infatti», così ha scritto, «che sia necessario ben conoscere questa dimensione della sua personalità per avere un'immagine che colga non solo l'indiscutibile grandezza dell'uomo del dialogo, ma anche la sua radice profonda che, partendo da Vezza, lo portò, attraverso Alba e Torino, a Roma, e poi lo condusse, lui che amava e studiava Paolo, l'apostolo di Cristo alle genti, ai più lontani confini della terra».

Nato nel 1923, Piero Rossano, dopo gli studi seminaristici, conseguì una formazione accademica letteraria, biblica e teologica. Docente di Sacra Scrittura nel seminario di Alba, venne chiamato a Roma ove ha insegnato nelle Università gregoriana, lateranense e urbaniana. È stato segretario della Pontificia commissione per la Neovulgata dal 1965 al 1971 e del Segretariato vaticano per le religioni non cristiane dal 1973 al 1983. Giovanni Paolo II, visitando un giorno il suo ufficio e ringraziandolo per il suo servizio, gli disse che lui «amava la Chiesa attraverso i non cristiani». Ha effettuato frequenti viaggi in Asia, Africa e Americhe, i quali lo hanno messo a contatto con le principali religioni e culture. Ha collaborato a molte imprese editoriali italiane e straniere. Nel 1983 papa Wojtyla lo ha ordinato vescovo e nominato ausiliare di Roma per la pastorale della cultura e rettore della Pontificia università lateranense. Morì a Roma il 15 giugno 1991.

Per conservare la memoria e far rivivere l'eredità spirituale e culturale di mons. Rossano, nel 1997 si è costituito il Centro studi Piero Rossano, voluto da un gruppo di amici, con la collaborazione della diocesi e del seminario di Alba, parrocchia e comune di Vezza, famiglia Rossano, Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Pontificia università lateranense, diocesi di Roma, Pontificia accademia delle scienze, altre realtà culturali ed ecclesiali. Al presidente del Centro studi Piero Rossano, mons. Cesare Battaglino, abbiamo rivolto alcune domande nella ricorrenza del ventennio della morte di mons. Rossano.

Roma, 12 gennaio 1987: mons. Rossano presenta il volume Maria alle radici della fede con Franca Zambonini e Oscar Luigi Scalfaro (foto CENSI / SAIE).

Roma, 12 gennaio 1987: mons. Rossano presenta il volume Maria alle radici della fede con
Franca Zambonini e Oscar Luigi Scalfaro (foto CENSI / SAIE).

Come compaesano, quasi compagno di corso nel cammino seminaristico e per una continua frequenza e amicizia, sicuramente rimani una delle fonti più autentiche per farci meglio conoscere mons. Piero Rossano.

  • Com'è nata in lui, fin da giovane, la passione per lo studio, le lingue, la Bibbia e la cultura in generale?

«L'albero si conosce dai frutti, ma per capirlo a fondo è necessario esplorarne le radici, e le radici di don Piero sono nel nativo paese di Vezza d'Alba. Una dignitosa povertà era di casa, nella sua come in tante altre famiglie, quasi tutte inserite nelle iniziative di tipo cooperativistico. Erano forme di collaborazione economica nello spirito della Rerum novarum di fine Ottocento, una presenza di Chiesa in grado di aiutare la gente a crescere in dignità e solidarietà.

«In famiglia si respirava un forte senso religioso associato a una grande laboriosità. La fede permeava la vita quotidiana e la parrocchia era in grado di offrire esperienze religiose, catechistiche, sacramentali. Rossano stesso ricorda: "Eravamo un gruppo vivace di seminaristi ai quali si univano altri studenti del paese durante le vacanze negli anni di guerra, e dopo la preghiera del pomeriggio, si faceva cerchio e non mancava il dibattito di letteratura, di filosofia o sui fatti del giorno".

«Lo stimolo grande per don Piero e per tutti noi aveva la sua fonte nel seminario di Alba, a contatto con guide di ampie vedute, in un ambiente dove, per la lungimiranza di un maestro come don Natale Bussi, il confronto con le culture era un cantiere sempre aperto. Lì don Piero trovò il posto ideale per la sua maturazione intellettuale e sacerdotale, mettendo a frutto anche gli intervalli tra le ore di scuola, per noi occasione per dare sfogo alla voglia di correre e giocare, per Piero invece era un di più per continuare nel "grande studio", gomiti sulla scrivania a leggere e studiare, perché ogni minuto era per lui prezioso».

La copertina del libro di Paolo Tablino, "Piero Rossano come Paolo, uomo del dialogo e della missione" (2008).

La copertina del libro di Paolo Tablino,
"Piero Rossano come Paolo, uomo del dialogo e della missione" (2008).

  • È facile che mons. Rossano sia conosciuto per il grande lavoro svolto nell'ambito del Segretariato vaticano per le religioni non cristiane; ma sicuramente occorre porre alla base la sua formazione biblica e il suo amore per l'apostolo Paolo: che cosa hai da dire al riguardo?

«È sufficiente una breve scorsa ai volumi di Pio Gaia, Una vita per il dialogo (2003), e di Paolo Tablino, Piero Rossano come Paolo, uomo del dialogo e della missione (2008), e al catalogo delle pubblicazioni che accompagnarono il suo lavoro per rendersi conto della missione affidata a don Piero.

Toccò a lui curare la nascita e poi diventare responsabile del Segretariato per i non cristiani: un compito "fuori le mura della città e fuori dell'accampamento" (Eb 13,13), "un cammino che non ha ancora una strada, ma se la apre camminando", commentava don Piero citando A. Machado. Le armi in dotazione erano quelle indicate da Paolo: la verità, la giustizia, l'annuncio del Vangelo, la spada dello Spirito che è la parola di Dio (cf Ef 6,13-17).

«Don Piero ha contribuito in modo eccezionale a chiarire il senso autentico del "dialogo interreligioso", perché era preparato non solo per la sua cultura ma anche per indole personale, dotato com'era di una grande capacità di ascolto. La sua vasta cultura biblico-filosoficoteologica, oltreché linguistica, gli permetteva di guidare con raffinato discernimento le innumerevoli occasioni di dialogo-confronto tra le religioni e le culture.

«Innamorato di san Paolo, lo ha studiato anche come punto d'incontro e di sintesi delle tre culture, ebraica, greca e latina. Era così affascinato dalle lettere dell'Apostolo da dire che, se per qualche impedimento avesse potuto ricevere un solo scritto, desiderava i capitoli 4, 5, 6, 7 della seconda lettera ai Corinzi e – aggiungeva – in greco! Poteva anche non parlare di "scritto", perché conosceva tutta la lettera a memoria, e in greco!

«Don Rossano ha dato un grande contributo agli studi biblici, incaricato da Paolo VI a guidare la revisione della Vulgata di san Girolamo e in particolare commentando da maestro le lettere ai Tessalonicesi, ai Corinzi, ecc., tutto teso a far sì che "Paolo venga letto con entusiasmo". Aveva dovuto, con rammarico, abbandonare gli studi biblici per diventare come Paolo "missionario errante" della Chiesa del Vaticano II presso le "genti", "occasione per manifestare agli uomini l'amore di Cristo", come gli aveva detto Paolo VI, cosa che don Piero ricordava sovente come qualifica della sua missione.

«Con felice intuizione, nella bara tra le mani gli hanno posto il testo greco-latino aperto al cap. 13 della 1Cor là dove è detto: "Nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem" ("qui come enigma in uno specchio, là faccia a faccia"); era questo il suo stemma di vescovo e l'enigma era Cristo! Commentando una finissima poesia di Hopkins, da lui tradotta e dal titolo Nondum, don Piero aveva sottolineato la pazienza e la speranza dell'attesa espresse nel verso: "Conducimi come un bimbo per mano / pur se ancora nel buio, non però nel timore / attenderò fino a che erompa l'eterno mattino"».

  • Uomo del dialogo e della missione: è il sottotitolo del libro scritto da don Paolo Tablino: come sapeva mons. Rossano valorizzare e coniugare queste due dimensioni essenziali della Chiesa?

«Va reso un grande grazie a padre Paolo Tablino per aver raccolto e commentato l'amplissima corrispondenza intercorsa per anni tra lui e don Piero. Pressoché coetanei e fior fiore del presbiterio albese, ambedue hanno servito la Chiesa, prima nella diocesi di Alba come insegnanti nel seminario, e in seguito don Paolo come missionario Fidei donum in Kenya e don Piero a Roma come voce della Chiesa nel campo del dialogo interreligioso. Le numerosissime lettere intercorse tra i due amici nell'arco di oltre cinquant'anni erano nate dal bisogno di mettere a confronto due esperienze pastorali, l'una sul campo concreto della missione ad gentes, l'altra a raggio universale in varie mansioni.

Il libro diventa una preziosa testimonianza per le diversità e le consonanze di due esperienze con sullo sfondo lo snodo della vita della Chiesa del dopo Concilio. «"Il volto e lo stile della 'missione' dopo il Vaticano II è quello del 'dialogo', fraterno, rispettoso, attento a ciò che lo Spirito di Dio fa comprendere al cristiano attraverso l'altro": così Rossano commemorava a Roma nel 1990 il 25° della dichiarazione conciliare Nostra aetate, riflettendo sul cammino del dialogo interreligioso. Per l'occasione, citò una frase dell'autore spagnolo Josè Ortega y Gasset: "Inseriti profondamente nel luogo in cui ci troviamo, con assoluta fedeltà al nostro organismo, a ciò che vitabilmente siamo, aprire bene gli occhi su ciò che ci circonda, e accettare il compito che il destino ci propone: il tema del nostro tempo".

«Una citazione che descrive il volto di Piero Rossano: "profondamente radicato" nel suo territorio geografico, umano, spirituale, quantomai ricco di stimoli culturali e spirituali, in "assoluta fedeltà" alla vocazione che gli era stata consegnata e che onorava come servitore del Vangelo, "con gli occhi aperti" sul mondo che ci circonda dove si costruisce con la forza dello Spirito la nuova umanità modellata sull'icona di Cristo," accettare il compito al quale si è chiamati: il tema del nostro tempo". Servendosi del suo limpido ragionare e mettendo in campo il suo disarmante sorriso in grado di abbattere barriere e pregiudizi, fece dire a un suo interlocutore con amichevole ironia ma al tempo stesso con convinzione: "Vous avais le don de rendre agreable aussi le Vatican"».

  • Cosa può significare, oggi, celebrare il ventennio della morte di mons. Rossano e quali sono gli impegni che il Centro studi deve portare avanti con più urgenza?

«A vent'anni di distanza c'è da compiacersi per le molte iniziative promosse e realizzate: da ricordare in particolare i convegni fatti a Roma e ad Alba, mentre altri sono in progetto. S'intende proseguire nel suo nome e con il suo stile su questi tre sentieri da lui percorsi:

1) consapevoli che la Chiesa ha il compito di offrire al mondo la verità, che non è un enigma avvolto in un mistero ma è il volto di Cristo, verità liberante (Gv 8,32) e fatta persona, ricordando però che "la verità non si impone », si propone (Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente);

2) consapevoli che il "patrimonio di fede", affidato da Cristo alla Chiesa, oltre a dare risposta di senso alla vita umana, ha una ricaduta di civiltà e di dignità per ogni creatura;

3) consapevoli che è doveroso per ogni cristiano uscire senza paura come lui ha fatto "fuori delle mura e fuori dell'accampamento" (Eb 13,13), per "dire" la propria identità ricordando che le frontiere per la Chiesa non sono quelle artificiali degli Stati, ma quelle del cuore dell'uomo, dotato di una componente religiosa ineludibile sulla quale don Piero ha scritto tanto e che può aprirsi con il dialogo al Vangelo».

Giovanni Ciravegna

Vita Pastorale n. 6 giugno 2011 febbraio 2011 - Home Page