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Vita Pastorale n. 6 giugno 2011 - Home Page Editoriale

Paolo di Tarso, uno di noi

di Paolo Pegoraro

 

Chiunque porti il nome di "Paolo" dovrà recarsi, prima o poi, in pellegrinaggio a Palazzolo Acreide (Sr). La pretesa potrebbe apparire esagerata se non vi fossi andato di persona, scoprendo un nuovo volto dell'Apostolo che celebreremo a fine mese. Memori dei tre giorni da lui trascorsi a Siracusa (At 28,12), diversi centri della provincia siciliana manifestano la loro devozione al santo, ma a Palazzolo – della quale Paolo è il patrono principale – la festa dura otto giorni. E che festa. Quando la statua secentesca dell'Apostolo esce dalla basilica, un'assordante raffica di mortaretti tuona per lunghi minuti, oscurando il cielo con nuvole di striscioline di carta colorata sparate per aria da centinaia di cannoncini collocati sulla facciata della chiesa stessa. Il santo, acclamato a gran voce, viene portato a spalla nuda dagli uomini e seguito dalle donne scalze. Gli si offrono spighe di lavanda e grandi pani tondi. Alla sua presenza si issano, nudi, i bambini nati nell'anno. La statua di san Paolo – lo sguardo fermo e calmo, la spada d'argento levata – attraverserà tutte le vie del paese più e più volte. Ma ciò che mi ha davvero colpito, al di là della bellezza dei festeggiamenti, è la loro profonda autenticità. A Palazzolo san Paolo è davvero il santo della gente comune.

Mons. Crociata celebra il 25° dei collaboratori della San Paolo di Alba, 2008.

La fantasmagorica processione in onore dell'apostolo delle genti (foto PEGORARO).

Di Paolo si conoscono tanti altri volti. Paolo l'instancabile missionario ed evangelizzatore: d'accordo. Paolo il comunicatore, certo, uomo di tre culture, letterato e scrittore finissimo. Paolo il pensatore, mistico e filosofo, come da sempre ce lo presenta la sua iconografia. Insomma, Paolo il grande genio – "della fede" dice la Chiesa, "dell'odio" scriverà F. Nietzsche – ma comunque: uomo eccezionale, intelligenza superiore. Eppure un santo troppo spesso ammirato più che amato, tenuto a distanza da quelle stesse straordinarie qualità che amici e nemici gli riconoscono. Ma a Palazzolo Acreide ho sperimentato una vera devozione popolare a san Paolo. Viscerale, frastornante, gioiosa, sanguigna, assolutamente sincera. Il suo nome lo portano in tanti, tantissimi. «San Pauluzzu», lo chiamano confidenzialmente. «E chi siemu tutti muti?» si rincorrono le grida dei fedeli, «Viva Paulu di la vita patronu!». Che significa: «Viva Paolo patrono della vita». Saulo di Tarso, il fanatico persecutore, patrono della vita? Saulo di Tarso, colui che – ancora ragazzo – approvò l'uccisione di Stefano... protettore della vita? Proprio così.

Mons. Crociata celebra il 25° dei collaboratori della San Paolo di Alba, 2008.

(foto PELUSO).

San Paolo apostolo: non un ideologo corrusco, impegnato a piegare violentemente la realtà a misura delle proprie dottrine, ma un santo dell'allegria. Perché per san Paolo conversione significò anche imparare a essere un uomo comune, e a prendere sul serio la gente comune. Lui, benestante, di un casato rinomato, di cultura ellenistica, cittadinanza romana e studi con i migliori maestri d'Israele; lui, che avrebbe potuto trascorrere il resto dei suoi giorni come un rabbi stimato e circondato di discepoli; proprio lui, lasciò la sua brillante carriera per mescolarsi a gente priva di prestigio sociale: ignoranti, adulteri, ubriaconi, schiavi, disonesti e quant'altro. Gente che aveva sempre considerato con sufficienza, gente neppure chiamata alla salvezza. Abbandonò il proprio nome e quanto rappresentava – Saul, prototipo del sovrano «alto e bello», che «superava dalla spalla in su chiunque altro del popolo » (1Sam 9,2) – per prendere un nome pagano: quello di "Paulus", il piccolo. Pietro era un uomo del popolo, Paolo imparò a esserlo.

Eppure fu proprio quest'uomo fuori dal comune a comprendere che il cristianesimo era il credo dell'uomo comune: «Non c'è più giudeo o greco, schiavo o libero, uomo o donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Imparò a spezzare la propria sapienza per l'analfabeta come per il dotto. E a non ritenersi migliore di nessuno, ma neppure peggiore. Perché tutti fatti della medesima carne e con gli stessi problemi: «Non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,19). Eppure tutti, anche il più abietto, in fondo bruciati dallo stesso desiderio: quello di essere amati e di amare senza limiti. Se Pietro fu chiamato a presiedere nella carità, Paolo è colui che quella carità l'ha indicata quale primato assoluto. Un amore essenziale, necessario, che oggi sperimentiamo imperfettamente: non siamo amati nella misura in cui vorremmo e non amiamo come vorremmo. A meno che lo Spirito di Cristo non prenda dimora in noi, insegnandoci ad amare nella dimensione della croce. Per questo ci sono necessarie la fede e la speranza. Dell'amore e della fede si parla molto nei vangeli, meno della speranza. È una parola tipica di Paolo: «Sperando contro ogni speranza» (Rm 4,18); «La speranza non delude » (Rm 5,5); «Salvati nella speranza» (Rm 8,24); «La speranza a cui siamo chiamati» (Ef 1,18); «Una sola è la speranza» (Ef 4,4). E dunque: Paolo patrono della speranza cristiana. E cosa mai ci è più necessario della speranza, in questo inizio di Terzo Millennio? Scendi dal piedistallo sul quale ti abbiamo collocato, Paolo di Tarso, e torna a camminare tra la gente con la quale tu scegliesti di stare. Perché tu sei uno di noi.

Paolo Pegoraro

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