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Alla riscoperta dell'"identità"

Occidentale uguale cristiano?

di MAURILIO GUASCO
   

   Vita Pastorale n. 1 gennaio 2011 - Home Page

L’acceso dibattito in sede di Costituzione europea sulle radici cristiane da evidenziare nel testo ha innescato delle reazioni di cui – in Italia – si sono fatti paladini soprattutto i cosiddetti "atei devoti". Richiamarsi alle radici cristiane dell’Occidente in realtà porta a conclusioni diverse...
  

Il problema dell’"identità" si è posto alle società occidentali in epoca relativamente recente. Si era abituati a identificare le persone in base ad alcune caratteristiche comuni (lingua, cultura, religione, etnia), o anche al luogo in cui abitavano. I grandi processi migratori avevano già messo in causa tali paradigmi, senza però provocare problemi di difficile soluzione, soprattutto perché vi era una certa affinità tra gli emigranti, che ritrovavano nei Paesi di emigrazione alcune di quelle caratteristiche comuni.

Certo, la storia aveva assistito a problemi nati proprio dalla definizione delle identità. Per ricordare solo un caso clamoroso, la rottura dell’unità religiosa determinata in Occidente dalle divisioni intercorse nel corso del secolo XVI aveva prodotto intolleranze e persecuzioni. Si era pensato di trovare una soluzione con un principio diventato famoso: ciascuno stia o vada nel Paese in cui si pratica la religione di cui lui si sente figlio – cuius regio eius religio (pace di Augusta, 1555). In qualche modo era la credenza religiosa che determinava la propria identità.

Lentamente però si è superata l’idea che vi fosse un elemento forte, quale la lingua, la nazione, la cultura, che individuava l’identità; questa appariva sempre più come il risultato di una pluralità di riferimenti, di forme culturali complesse. Anzi, un eccessivo riferimento a un elemento identitario unico ha prodotto conseguenze devastanti. Si veda ad esempio cosa è successo dopo la dissoluzione della Jugoslavia, quando le singole regioni hanno finito per trovare nell’appartenenza religiosa la propria identità, espellendo quindi o perseguitando le minoranze religiose presenti in un Paese che tendeva ad affermare l’unità anche religiosa.

Ben presto, causa anche i processi di secolarizzazione che hanno segnato la storia recente di vari Paesi europei, si è acceso il dibattito sul senso dei riferimenti religiosi nelle leggi e nelle costituzioni, di cui è stata elemento emblematico la discussione sull’eventuale richiamo alle radici cristiane dell’Europa da inserire nel testo della Costituzione europea.

Le radici

Entravano in conflitto elementi di natura diversa. Dal punto di vista storico, era innegabile il contributo dato dalle religioni, e in particolare dalla religione cristiana, alla formazione dell’Europa. D’altra parte, proprio una cultura fortemente laica, per non dire antireligiosa, temeva che quell’eventuale richiamo fosse la premessa per poi chiedere che alcune norme presenti nel cristianesimo ispirassero qualche articolo della Costituzione. Si rischiava così, in nome di una opportunità politica, di dimenticare i dati storici.

Quelle discussioni hanno però rimesso in primo piano il problema delle identità nazionali, dei fondamenti delle culture, del ruolo delle religioni nella formazione di quelle identità nazionali. Non si può d’altronde negare che le religioni siano un elemento importante nella definizione delle identità collettive; anzi, può succedere che si rafforzi la tendenza a ritrovare alla base di tali identità proprio la religione, in un’epoca caratterizzata da vasti fenomeni migratori e dalla nascita di comunità non solo multiculturali, ma anche multireligiose.

Emerge allora da un lato l’esigenza di rinsaldare la coesione della comunità, con un richiamo esplicito ai valori tradizionali e con la restituzione alle Chiese della centralità perduta, nel tentativo di individuare un fondamento etico condiviso; dall’altro lato appare, anche se in forma latente, la tendenza ad affermare la superiorità del proprio modello sociale, ammantando di religiosità rivendicazioni in primo luogo economiche e sociali e tutelando privilegi, considerati irrinunciabili, per rispondere al bisogno di sicurezza di fronte alla paura che ingenera tutto ciò che è altro, diverso, nuovo. Di qui sarebbe nato il conflitto tra opposte tendenze fondamentaliste, ciascuna delle quali pretende l’accettazione esclusiva e totalizzante di valori non solo religiosi, ma anche etici, culturali, sociali e politici, ponendo le basi di quello scontro di civiltà prefigurato in un noto saggio da Samuel P. Huntington.

Il dibattito sul presunto "scontro di civiltà" riduceva la riflessione sui rapporti tra politica e religione a un aspetto più specifico, quello dei rapporti tra cristianesimo e Occidente. La cosa più interessante è stata in Italia la partecipazione al dibattito di quelli che si possono definire i nuovi atei cristiani o, secondo un’altra terminologia, gli atei devoti. Amonte di tutto questo vi è in parte la nota affermazione di uno dei grandi intellettuali italiani del XXsecolo, Benedetto Croce, il quale riteneva che «non possiamo non dirci cristiani», cioè figli di una storia che ha le sue origini e i suoi fondamenti nel cristianesimo.

Una suora delle Missionarie della carità di Madre Teresa sceglie gli abiti per i cristiani di Orissa, India, perseguitati dai fondamentalisti indù.
Una suora delle Missionarie della carità di Madre Teresa sceglie gli abiti per i cristiani di Orissa, India, perseguitati dai fondamentalisti indù (foto Leto).

Su questa base, altri studiosi hanno fatto ulteriori passi avanti, dicendo che «dobbiamo dirci tutti cristiani», invitando quindi il cristianesimo a non abbandonare quello che loro ritengono il suo ruolo essenziale, cioè di rappresentare il fondamento e la difesa dei valori occidentali. Le ragioni sono in parte comprensibili, e spesso dettate dalla nuova situazione che si va creando in Europa in seguito alle correnti migratorie provenienti in parte dai Paesi islamici. Questo riapre i vecchi e mai risolti problemi della tolleranza religiosa, del dialogo, del rischio dell’indifferentismo religioso, figlio del relativismo culturale e morale. E riapre il discorso sull’identità religiosa dell’Europa, e dell’Italia, che sarebbe rappresentata proprio dal cristianesimo. I valori occidentali si identificherebbero dunque con i valori cristiani, e da questo si dovrebbe desumere che l’eventuale debolezza del cristianesimo finirebbe per determinare anche la debolezza dell’Occidente, il quale a sua volta ha bisogno del sostegno delle Chiese per non correre il rischio di soccombere di fronte ai nuovi invasori.

Il cristianesimo è occidentale?

Il sostenitore più lucido di tale tesi è il politologo Marcello Pera, già presidente del Senato italiano. La sua tesi è molto chiara: «Il cristianesimo è tanto consustanziale all’Occidente che un suo cedimento avrebbe conseguenze devastanti». Bisogna dunque evitare tale cedimento, provocato, talvolta consapevolmente, talvolta inconsapevolmente, dal clero, da molti teologi e in certi casi anche dalle gerarchie ecclesiastiche. In effetti, ricorda Pera, su questi temi sono stati molto ambigui sia il concilio Vaticano II sia Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio. Occorre dunque ridare volto a un cristianesimo forte per evitare che il suo indebolimento finisca per indebolire l’Occidente, essendo i due consustanziali. Occorre riscoprire e riaffermare l’identità cristiana del mondo occidentale.

Non è qui il luogo per aprire una riflessione sulle conseguenze devastanti di tale teoria sull’annuncio cristiano, sull’inculturazione del cristianesimo nelle varie culture, sulle Chiese locali, addirittura sul fatto che il cristianesimo non è nato in Europa, e secondo simili teorie non vi sarebbe mai potuto arrivare, se fosse diventato consustanziale ai luoghi e alle culture in cui era nato. Quelle teorie ci dicono che chi oggi volesse diventare cristiano dovrebbe prima occidentalizzarsi, data la totale identità tra cristianesimo e Occidente.

I nuovi atei devoti possono diventare uno stimolo forte alla riflessione; ma forse è molto ambiguo pensare che possano diventare un grande aiuto per il cristianesimo. A meno che questo scelga davvero di occidentalizzarsi, e sia necessario un nuovo Concilio di Gerusalemme e un nuovo Paolo di Tarso per far riscoprire alla Chiesa e al cristianesimo la sua vocazione universale.

Maurilio Guasco

 

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