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Il sacerdozio battesimale dei fedeli / 1

Il coraggio e le parole

di ANDREA GRILLO
   

   Vita Pastorale n. 1 gennaio 2011 - Home Page Nell’Anno sacerdotale si è parlato molto di sacerdozio ministeriale e quasi niente di sacerdozio dei fedeli in virtù del battesimo. Che vuol dire "comune"? Un noto liturgista laico lo spiega in tre puntate (ndr).
  

La tesi che vorrei dimostrare è che il concetto di "sacerdozio comune" va inteso non tanto come l’attribuzione astratta a ogni battezzato di una capacità in fatto di culto spirituale, ma una "forma di vita" che, in quanto struttura la comunità sacerdotale, correla la fede e la vita a partire da alcuni simboli rituali fondamentali, nei quali essa può riconoscersi riconosciuta.

Foto Censi.
Foto Censi.

Tuttavia, prima di avventurarci per la via che dovrebbe condurci a questa evidenza, voglio sostare un momento e guardare a questi nostri tempi, nei quali il discorso sul "sacerdozio comune" appare divenuto di colpo tanto difficile e persino impervio, o censurabile. Come mai oggi accade questo? Perché nella Chiesa degli ultimi anni si è diffusa una certa paura a questo proposito? Perché mai, ad esempio, dovremmo usare solo con cautela il termine "assemblea celebrante"? Perché l’Anno sacerdotale è stato pressoché totalmente monopolizzato dal sacerdozio del presbitero, tralasciando spesso sia quello dell’episcopo sia quello del battezzato? Dobbiamo forse convincerci definitivamente di vivere "tempi difficili" per il sacerdozio comune?

Per rispondere a questi interrogativi vorrei percorrere una strada forse curiosa, ma molto proficua. "Tempi difficili", dicevo: ma "tempi difficili" è anche il titolo di uno dei più grandi romanzi di Charles Dickens, nel quale la "difficoltà" dei tempi sta essenzialmente nei limiti strutturali di un modello educativo sbagliato. Un modello senza passione, senza affetti, senza corpo, senza emozioni. Un modello solo mentale e solo calcolatore.

Il sacerdozio comune, solo una dottrina? Anche noi, all’inizio di questo decennio dedicato al tema della educazione, possiamo facilmente riconoscere di vivere "tempi duri". E siamo in difficoltà proprio a causa di una "maleducazione" troppo diffusa. Ma attenzione, perché, come accade nel romanzo, assicurare che nuove generazioni vivano la fede, attestino la loro vocazione, rendano testimonianza del Vangelo, ha bisogno di una rilettura viva e vitale della tradizione. Ogni riduzione apologetica, ogni via breve, per quanto bene intenzionata, fa il gioco dell’avversario.

Abbiamo bisogno, anzitutto nella Chiesa, di non ridurre l’identità a formule quantitative o misurabili, dobbiamo riscoprire l’immaginazione, l’affetto, la passione come componenti essenziali dell’identità cristiana. Per questo, ai "tempi duri" – e duri proprio per cattiva educazione – dobbiamo rispondere con il coraggio con cui il concilio Vaticano II ha scelto la ricchezza e l’ampiezza della tradizione piuttosto che la essenzialità e la ristrettezza delle definizioni o dei canoni (O’Malley). Chi pretende di difendere la tradizione in questo modo angusto, rifugiandosi nel passato, più o meno inconsapevolmente, ne diventa l’affossatore. Ai "tempi duri", dunque, rispondiamo con la fiducia nella ricchezza inesauribile di una esperienza dello Spirito che nessuna dottrina e istituzione può semplicemente chiudere nei necessari, ma poveri linguaggi della ufficialità giuridica, istituzionale o dottrinale. Non a caso il Vaticano II ha voluto ripartire dalla forza vitale dell’atto di culto liturgico, della Parola rivelata, della Chiesa testimoniata, del mondo abitato dallo Spirito.

Anche il "sacerdozio comune" oggi possiamo difenderlo – se vogliamo difenderlo – solo in questi termini e a questo prezzo. Se provassimo a ridurlo a una dottrina da difendere, avremmo forse trovato molte buone ragioni, ma saremmo già completamente fuori strada. Senza volerlo, faremmo il gioco dell’avversario. Posso ora presentare il mio percorso più nel dettaglio, riprendendo punto per punto il mio piccolo schema in tre passi.

La tensione tra vita quotidiana e celebrazione liturgica La prima questione che dobbiamo affrontare consiste nell’avvertire lucidamente la tensione che ancora opprime la nostra visione del culto rituale in rapporto alla vita. Di per sé il testo di Paolo («Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente»: Rm 12,1) ha contribuito non poco – in una lettura del tutto inadeguata – ad avvalorare l’idea che la fede cristiana traduce il culto in vita quotidiana e quindi, in sostanza, riduce il culto alla vita. Se il testo di Paolo avesse solo questo significato – convinzione ahimè molto più diffusa di quanto non si creda1 – avremmo già finito la discussione.

Qui è in gioco, come riconosceva già 35 anni fa un grande padre della riforma liturgica – il "pianese" Cipriano Vagaggini – l’"aporia liturgica", ossia la difficoltà di tenere insieme, significativamente, "fede viva e rito". Se noi pensiamo il "sacerdozio comune" sotto la luce di questa ipotesi angusta di separazione/opposizione tra riti e vita, non verremo mai a capo del rompicapo. Qui dobbiamo lasciarci invece guidare dall’autorità del testo di LG, dove i §§ 10 e 11 si susseguono secondo una logica molto limpida e ci invitano a considerare «l’esercizio del sacerdozio comune» anzitutto nei sacramenti.

Che cosa è "comune"? L’alternativa tra privato e pubblico Il sacerdozio "battesimale" è detto, appunto, "comune". Potrebbe sembrare che questo aggettivo, che specifica il termine sacerdozio, sia di facile comprensione. Penso invece che proprio su questo punto la nostra mente tenda a incepparsi, funzioni male, capisca poco o niente. Perché essa coglie del termine il significato più semplice, ma forse anche più superficiale. Dove "comune" indica ciò che appartiene a tutti in generale, e a nessuno in particolare. Il sacerdozio del battesimo, infatti, è di tutti i battezzati, nessuno escluso. Ciò che è comune è di tutti, appunto. Ma il termine "sacerdozio comune" significa una "relazione a Cristo e ai fratelli" di altro genere. È qui utile considerare ciò che ci suggerisce un bravo studioso italiano, Roberto Esposito, che nel suo libro Communitas suggerisce un’altra etimologia del termine: communis non verrebbe da cum unio, mada cum munus, ossia dal partecipare a uno stesso dono/debito. Nel sacerdozio comune faremmo insomma un’esperienza di dono/debito condiviso (e non anzitutto di un diritto!). Sacerdozio comune non è diritto di tutti, madono e debito in solido! E questo farebbe sì che si faccia esperienza della Chiesa come "comunità", al di là delle comprensioni private o pubbliche della stessa Chiesa. E qui, io credo, ci dobbiamo fermare un attimo a riflettere.

Se sacerdozio indica una certa competenza al sacrificio, se il sacrificio indica la comunione e se comune vuol dire "di tutti", allora è chiaro il rischio di una progressiva e inarrestabile banalizzazione e indeterminazione dell’espressione paolina. Se poi arriviamo al "culto razionale" con cui si chiude l’espressione dell’inizio del cap. 12 della Lettera ai Romani, allora vediamo bene quali siano i rischi di una lettura troppo "accomodante", in cui il culto "razionale" è la vita buona. In questa lettura, ogni rito è sempre troppo poco. Così la sua mediazione è strutturalmente secondaria e superata. Si passa così, troppo velocemente dall’agire di Dio all’azione (secolare) dell’uomo, facendo evaporare la mediazione rituale nel suo spessore simbolico. 

Andrea Grillo
(continua)

Note

1 Tale convinzione è anche suffragata da elementi testuali: cf Pitta A., Sinossi paolina, San Paolo 1994, Cinisello B., dove ricorda che «Paolo definisce come "sacrificio" sia la colletta dei Corinzi per la Chiesa di Gerusalemme, sia l’aiuto economico della comunità di Filippi» (p. 180). Resta da decidere se il sacrificio è compreso come condivisione, o la condivisione come sacrificio. L’"offerta viva" è la vita o la vita di comunione? La differenza non è piccola e la mediazione che il simbolo rituale esercita non è marginale, purché la si voglia considerare.

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