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Ci scrivono

Anche la sincera devozione può diventare un abuso
    

   Vita Pastorale n. 1 gennaio 2011 - Home Page Il giorno del Corpus Domini, in una chiesa della mia Sicilia, dopo l’«Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo», un ministro straordinario della comunione, provenendo dalla cappella del Ss. sacramento, attraversava la navata centrale portando alzata, a livello del capo e con una larvata solennità, la pisside con le ostie consacrate. Contemporaneamente, come se sull’altare non ci fosse già la presenza reale del Signore risorto nelle ostie e nel vino consacrati, i fedeli si voltavano chinando il capo e facendosi il segno di croce.

Appena iniziata la distribuzione della comunione, il parroco esponeva solennemente sull’altare l’ostensorio col Ss. sacramento. Anche allora c’era chi s’inginocchiava o rimaneva in piedi. Terminata la distribuzione della comunione, col Ss. sacramento solennemente esposto, il solito ministro straordinario riportava la pisside nella cappellina. E come se sull’altare non ci fosse niente, come se non avessero ricevuto da pochi minuti il Corpo e il Sangue del Signore, tutti (alzandosi in piedi) si voltavano inchinandosi e facendosi il segno della croce.

Mi chiedo: quale catechesi eucaristico-ecclesiologica hanno ricevuto, dopo 50 anni di Concilio? Ma Cristo risorto dov’era? Nell’ostia dell’ostensorio, nelle ostie consacrate durante la liturgia eucaristica, nelle ostie della pisside portate dalla cappellina, o in quelle ricevute dai fedeli? Come battezzato e, perciò, tempio vivo dello Spirito, io che ricevo il Corpo e il Sangue di Cristo non valgo, «finché permangono le specie», tanto quanto, e forse di più, della pisside portata dal ministro straordinario? O la presenza di Cristo risorto in coloro che «hanno ricevuto l’ostia» è inferiore al Ss. sacramento della pisside che, addirittura, è più importante di quello esposto solennemente nell’ostensorio? Come vengono spiegate ai fanciulli, che celebrano l’eucaristia della loro prima comunione, le parole del loro catechismo: «Nel pane e nel vino consacrati Gesù Cristo risorto è realmente presente col suo Corpo e col suo Sangue, ci unisce a sé e tra di noi per formare un solo corpo che è la Chiesa»?

Pietro, prete senza collare

Risponde don Silvano Sirboni.
Prassi liturgiche devianti, come quelle appena sopra riportate, sono tutt’altro che nuove alla nostra rubrica. Non è in discussione la buona fede. Si tratta piuttosto di una non sufficiente ricezione della dottrina eucaristico-ecclesiologica conciliare. Per questo nel 2005 Vita Pastorale decise di pubblicare in dieci puntate una rubrica sull’eucaristia con tre scansioni ricorrenti affidate a diverse voci competenti: antropologia, storia, teologia, con lo scopo di offrire ai pastori (ma non solo a loro) una sintesi della dottrina eucaristica alla luce del rinnovamento conciliare, in vista di una corretta catechesi e di una altrettanto corretta celebrazione della messa. Quei contributi sono stati opportunamente raccolti a cura di R. Barile e pubblicati nel 2007; a quell’utilissimo volume rinvio per trovare più ampie e fondate risposte (Discorso breve sull’eucaristia, Edizioni Studio domenicano, Bologna).

Nello spazio imposto dal genere letterario di questa rubrica mi limito a richiamare alcuni principi emanati fin dal 1967 attraverso il primo importante documento postconciliare sulla messa e il culto eucaristico: l’istruzione Eucharisticum mysterium. «Nella celebrazione della messa appaiono manifesti successivamente i principali modi in cui Cristo è presente alla sua Chiesa, poiché in primo luogo egli appare presente nella stessa assemblea dei fedeli, riunita nel suo nome; poi nella sua parola, quando viene letta e spiegata la Scrittura, e nella persona del ministro; infine, e in modo speciale, sotto le specie eucaristiche. Per cui, a motivo del segno, è più consono alla natura della sacra celebrazione che, per quanto possibile, il Cristo non sia eucaristicamente presente nel tabernacolo sull’altare in cui viene celebrata la messa, fin dall’inizio della medesima; infatti la presenza eucaristica del Cristo è il frutto della consacrazione, e come tale deve apparire» (EM 55).

Da questo testo derivano le norme che prevedono la comunione abitualmente all’interno della messa e con pane consacrato nella messa stessa (cf EM 31; OGMR 85). Per le stesse ragioni (eccetto il Giovedì santo e solo là dove è prevista la comunione il giorno seguente) le rubriche non prevedono alcun gesto di venerazione da parte dell’assemblea quando l’emergenza costringesse a ricorrere alla riserva eucaristica o a portare il pane consacrato eventualmente rimasto, e non consumato immediatamente, al luogo destinato per la conservazione (cf OGMR 163).

Alla luce dei testi sopra citati, non è il caso di dettagliare maggiormente le altre evidenti incoerenze descritte. Si tratta senza dubbio di una sincera esuberanza di devozione. Ciò non toglie che si tratti anche di autentici abusi anche se non sempre sono ritenuti tali e stigmatizzati come meriterebbero. L’amore per quella Chiesa che è passata attraverso le acque rigeneratrici del concilio Vaticano II ci spinge a superare ogni tentazione di rassegnazione per continuare con fede tenace l’esodo intrapreso anche e soprattutto attraverso quella liturgia che è fonte e culmine della vita della Chiesa (cf SC 10).

Gli Orientamenti della Cei per questo decennio pongono come impegno pastorale primario l’educazione, la formazione alla vita buona del Vangelo. La liturgia è o non è «la prima e per di più necessaria sorgente dalla quale i fedeli possano attingere uno spirito veramente cristiano» (SC 14)? Cerchiamo di essere coerenti.
   

  Anno sabbatico e cura del clero

Sono parroco con oltre 7.000 anime, senza collaboratore. Nella mia diocesi siamo mal distribuiti. Basti pensare che ci sono sacerdoti senza parrocchie o 2 sacerdoti con 1.000 anime! Sento il bisogno di riposare. Quali diritti ho? Avrei diritto a chiedere l’anno sabbatico? E in questo caso – come mi ha detto il mio vescovo – sarei tolto dal sostentamento clero?

Un parroco calabrese

Risponde don Alessandro Giraudo.
Il Codice di diritto canonico prevede per i parroci solo il tempo delle vacanze che, secondo il can. 533 § 2, è stabilito nella misura al massimo di un mese. Non c’è purtroppo nella normativa codiciale – neppure nel can. 283 che si riferisce ai diritti dei chierici in genere – la previsione di un tempo sabbatico, di qualunque lunghezza possa essere.

Si trova, però, nel Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri del 1994 un intero numero, l’83, dedicato proprio ai tempi sabbatici intesi come risposta alla «stanchezza fisica dovuta al superlavoro», e anche alla stanchezza psicologica, di cui si descrivono alcuni tratti legati proprio alle condizioni in cui si vive il servizio ministeriale.

Le varie esperienze sabbatiche vengono valutate positivamente dal Direttorio, che fornisce alcune indicazioni e ne suggerisce la possibilità anche laddove non siano ancora state sperimentate. Lo stesso numero 83, però, si conclude con l’invito a evitare il pericolo di trasformare il tempo sabbatico in occasione di vacanza o di rivendicarlo come un diritto. Anche il Direttorio per il ministero dei vescovi Apostolorum successores 81 riprende quanto già evidenziato, indicando il periodo sabbatico come una forma eccezionale tra quelle suggerite per il recupero di energie in vista del ministero.

In tal senso, allora, la possibilità di un tempo sabbatico è lasciata all’accordo tra l’interessato e il vescovo, che dovrebbe avere a cuore non solo la preoccupazione di coprire le necessità pastorali, ma anche la cura della persona, della vita e della santità dei presbiteri (cf Apostolorum successores 80).

Effettivamente, il sistema del sostentamento del clero in Italia prevede che il sacerdote abbia un’attività ministeriale nella diocesi. Un’interpretazione stretta e rigida di tale disposizione si traduce nell’esclusione dal sostentamento per un presbitero che non svolga attività ministeriale. Se il tempo sabbatico, però, risponde a una necessità per un presbitero, necessità valutata e accolta dal vescovo, escluderlo dal sostentamento diventa contraddizione della preoccupazione per la cura della vita e della persona di quel sacerdote. Si tratterà, allora, di poter valutare forme adeguate per far sì che il tempo sabbatico non si trasformi in una nuova fonte di fatica, questa volta economica, ma nello stesso tempo per evitare ogni forma di abuso.

Indubbiamente, le sfide che provengono dall’attuale contesto in cui si svolge il nostro ministero sacerdotale dovrebbero indurre la sana e attenta preoccupazione a trovare i modi e i tempi per fermarsi in disparte, come già fece Gesù con i suoi discepoli, senza perdere mai di vista il bene delle persone che ci sono affidate (cf Lc 9,10).
      
 

  Esposizione della salma in Chiesa

Volevo avere alcune delucidazioni in merito all’esposizione delle salme in chiesa. C’è una norma che regola questa cosa? Non è proibito esporre le salme in chiesa? È lecito che una chiesa venga usata come camera mortuaria?

Manselli Fabrizio

Risponde don Silvano Sirboni.
Non c’è un’esplicita norma che proibisca di esporre la salma in chiesa, per il semplice fatto che il rito delle esequie non prevede di norma una simile prassi. Per una qualche ragione pratica il corpo del defunto può essere «portato in chiesa qualche tempo prima che venga celebrata la liturgia esequiale» (RE 40).

Persino riguardo al vescovo è stabilito che, «finché non venga trasferito nella chiesa cattedrale per la celebrazione delle esequie, il corpo del vescovo sia esposto in un luogo adatto, dove i fedeli possano visitarlo e pregare per lui. Presso il feretro o nella chiesa cattedrale si celebri una veglia o la liturgia delle ore per i defunti» (Caerimoniale Episcoporum 1160). È chiarissima la volontà di distinguere i due luoghi. Norma che, come ogni altra norma, deve essere applicata con saggezza e buon senso tenendo conto delle circostanze di luogo e di persone. Pensiamo alla salma del Papa defunto, ma non solo.

Le eventuali eccezioni (che devono essere veramente tali e motivate da ragioni di fede e di opportunità ecclesiale) non devono suscitare stupore e tanto meno disagio nei fedeli. Non è sufficiente la notorietà del defunto e la previsione di un grande afflusso di persone per usare la chiesa come camera mortuaria. «Nella celebrazione delle esequie, tranne la distinzione derivante dall’ufficio liturgico e dall’ordine sacro e tranne gli onori dovuti alle autorità civili, a norma delle leggi liturgiche, non si faccia alcuna distinzione di persone private o di condizioni sociali, sia nelle cerimonie che nell’apparato esteriore» (RE 20).
  

  A quando una nuova traduzione del breviario?

Tre domande:
1. Una nuova edizione del Breviario Romano in lingua italiana dovrebbe essere una naturale conseguenza della promulgazione della nuova versione Cei, anche perché sembra molto più forte la differenza fra la vecchia traduzione dei Salmi e quella nuova, più poetica, rispetto al cambiamento che ha avuto la versione di altri libri biblici.

2. Nel Breviario Romano sono omessi «alcuni Salmi e versetti dall’espressione alquanto dura» (Paolo VI, Costituzione apostolica Laudis canticum 4, 1.11.1970). Tuttavia al riguardo esistono nel Breviario stesso alcune contraddizioni: ad esempio, alla recita del Salmo 39 (40) all’ora media del lunedì della seconda settimana del salterio, sono stati omessi i versetti 15 e 16: «Vergogna e confusione per quanti cercano di togliermi la vita. Retrocedano coperti d’infamia quelli che godono della mia sventura. Siano presi da tremore e da vergogna quelli che mi scherniscono»; ma all’ora media del lunedì della terza settimana, il Salmo 70 (71) è stato lasciato integro, con il suo versetto 13 che recita: «Siano confusi e annientati quanti mi accusano, siano coperti d’infamia e di vergogna quanti cercano la mia sventura». Si dice che questi versetti "imbarazzanti" richiederebbero una spiegazione; ma questo vale per molti versetti, anzi, per tutta la Scrittura. Anche la spada a due tagli, la vendetta e le catene del Salmo 149 (Lodi Domenica I settimana) non sembrano di immediata comprensione. È allo studio una modifica della Liturgia delle ore nella direzione di una preghiera integrale dei Salmi?

3. Esiste il "lezionario facoltativo" per l’Ufficio delle letture di cui parlano i Principi e norme per la Liturgia delle ore al n. 161?

lettera firmata

Risponde don Angelo Lameri.
1
Una nuova edizione della Liturgia delle ore che recepisca la nuova traduzione Cei della Bibbia è sicuramente auspicabile. Non penso però che possa giungere in tempi brevi. È infatti necessario che prima si completi il lavoro di revisione della traduzione del Messale Romano in modo che la Liturgia delle ore possa utilizzare anche le orazioni nella loro nuova versione.

2 Sull’utilizzo dei Salmi imprecatori si è abbondantemente discusso al tempo della riforma della Liturgia delle ore. La soluzione adottata (esclusione dei Salmi 57,82 e 108 e di alcuni versetti di altri Salmi) venne approvata da Paolo VI dopo attenta e sofferta valutazione (cf Lameri A., La liturgia delle ore, EMP 2009, Padova, pp. 34-38). Non risulta che sia allo studio una revisione di questa scelta.

3 Non esiste oggi un’edizione ufficiale del Lezionario facoltativo per la Liturgia delle ore, citato dal n. 161 dell’Institutio generalis Liturgiae horarum. Esistono però due pubblicazioni: quella dell’Unione monastica italiana che propone due cicli annuali per le letture bibliche e patristiche per l’Ufficio delle letture e una recentissima pubblicazione a cura della Comunità di Bose, che propone un ciclo di letture patristiche che segue l’ordinamento dell’anno liturgico.
   

  Beatificazione e canonizzazione

In occasione della imminente canonizzazione del fondatore della mia congregazione religiosa, il beato Luigi Guanella, vorrei sottoporre una questione che avevo già tentato di risolvere parecchi anni fa, durante gli studi teologici, senza venirne a capo in modo per me esauriente: che differenza passa tra beatificazione e canonizzazione? È solo una questione di "calendario" (culto locale la prima, universale la seconda)? Ma io ho sovente celebrato liturgie di beati non appartenenti al calendario della diocesi in cui ero. In che misura nella prima e nella seconda è implicata anche l’infallibilità del Papa?

don Gabriele Cantaluppi - Padova

Risponde don Guglielmo Giombanco.
Nei documenti legislativi del 1983 (la Divinus perfectionis Magister, le Normae e il Decreto generale) non si fa espressa menzione della beatificazione, ma in DP 15 viene enunciato il principio generale che «spetta unicamente al Sommo Pontefice il diritto di decretare il culto pubblico ecclesiastico da prestarsi ai Servi di Dio». Tale culto si realizza, secondo il can. 834 del CDC, «quando esso viene offerto in nome della Chiesa, da persone legittimamente incaricate e mediante atti approvati dall’autorità della Chiesa».

La prima concessione pontificia di tale culto si chiama "beatificazione"; essa consiste nella facoltà che il servo di Dio venga chiamato beato e che in suo onore, nel suo dies natalis, venga celebrata la messa e l’ufficio. La suddetta concessione è limitata solo in determinati luoghi. Se il culto viene prescritto per tutta la Chiesa, si ha la "canonizzazione".

Tra beatificazione e canonizzazione vi è differenza e non è opportuno metterli sullo stesso piano. La prima è un istituto giuridico relativamente recente. Fino al sec. XVI le beatificazioni non furono mai seguite dalle canonizzazioni. Nello stesso secolo però si afferma la prassi di concedere il culto pubblico, circoscritto in un determinato luogo, o in onore di alcuni servi di Dio, la cui causa di canonizzazione non è ancora stata ultimata o non è stata nemmeno istruita. Questa concessione verrà, verso la fine del secolo, chiamata beatificazione. Essa, infatti, non è altro che un indulto di venerazione pubblica di un servo di Dio, circoscritta a determinati luoghi, e fino agli anni del dopo Vaticano II veniva concesso con Lettera apostolica in forma di breve. Dagli ultimi decenni essa avviene nel contesto di una solennità analoga a quella della canonizzazione.

I beati di per sé possono essere venerati pubblicamente solo in determinati luoghi; per essere venerati ovunque si richiede l’autorizzazione della Congregazione per il culto divino (vedi alcuni annoverati tra i beati della Chiesa universale). La canonizzazione, invece, è l’ultimo stadio delle cause dei santi e costituisce l’introduzione del culto precettivo di un beato in tutta la Chiesa. Perché ci sia la canonizzazione, la normativa canonica prescrive solo un miracolo ottenuto per intercessione del beato dopo la sua beatificazione e regolarmente approvato.

Riguardo alla domanda in che maniera è implicata l’infallibilità del Papa nelle cause di canonizzazione o di beatificazione, ci viene in aiuto la Costituzione dogmatica Lumen Gentium 25: «Questa infallibilità, della quale il divino Redentore volle provveduta la sua Chiesa nel definire la dottrina della fede e della morale, si estende tanto quanto il deposito della divina Rivelazione, che deve essere gelosamente custodito e fedelmente esposto». La richiesta dell’infallibilità per le canonizzazioni non si trova nei documenti ufficiali, ma alcuni teologi sostengono che, per la canonizzazione, ma non per la beatificazione, è richiesta l’infallibilità. La canonizzazione, infatti, secondo loro rientrerebbe nell’oggetto secondario del magistero, che riguarderebbe le "verità cattoliche"che, pur non essendo rivelate, sono tuttavia necessariamente connesse con il deposito della rivelazione.

Nel contempo però sono diversi gli autori che affermano la non necessità dell’infallibilità nella canonizzazione, per custodire e difendere il deposito della rivelazione. Certo la canonizzazione, a nostro parere, costituisce sempre una proclamazione solenne e quindi acquista un’importanza particolare per la fede della Chiesa e ha la qualità della certezza.
  

  Diaconato sconosciuto?

Nel numero 9/2010 è stata pubblicata la lettera di un "religioso francescano" che poneva tre precisi quesiti. Nulla da commentare circa la risposta di don Gianni Cavagnoli al primo quesito, ma le risposte al secondo e al terzo, aventi per oggetto alcune funzioni diaconali, mi pare siano state trattate con molta approssimazione e mi sono sembrate evasive.

Pertanto, senza spirito polemico, vorrei precisare quanto segue: circa la domanda sull’esposizione del Ss. sacramento e sulla benedizione eucaristica, va detto che il diacono è ministro ordinario della santa comunione (non dell’eucaristia, perché non è suo ufficio la presidenza della celebrazione eucaristica): come tale è suo compito "ordinario" distribuire la santa comunione sia nelle celebrazioni, sia fuori dalla messa e anche in forma di Viatico (cf CJC can. 911 § 2); inoltre è ministro ordinario dell’esposizione del Ss. sacramento e della benedizione eucaristica (cf CJC can. 943 e anche Paolo VI, Sacrum diaconatus ordinem V, 22, 3 l.c. 702). Pertanto, anche in presenza di presbiteri o vescovi, il diacono può esporre il Ss. sacramento e impartire la benedizione eucaristica. Per quanto riguarda il quesito riguardante l’omelia, posto il fatto che è compito del diacono presiedere eventuali celebrazioni domenicali in assenza di presbitero (Cf Congr. per il culto divino, Christi Ecclesia 381, l.c. 388-389; e Congr. per il clero, Ecclesiae de mysterio del 15.8.1997, art. 7), va detto che è ufficio proprio del diacono proclamare il vangelo e predicare la parola di Dio, anche eventualmente durante la santa messa su incarico, ovviamente, di colui che presiede l’assemblea liturgica senza che, peraltro, ne sia impedito (cf IGMR 61).

Per approfondire la tematica si rimanda altresì al Direttorio per il ministero e la vita dei Diaconi permanenti emanato dalla Congregazione per il Clero nel 1998.

Mi sono permesso di intervenire per cercare di "aiutare" a fare un po’ di chiarezza su questi temi circa il ruolo diaconale ancora un po’ sconosciuto nella vita della Chiesa.

diacono Federico Iacolino - Biella

Risponde don Gianni Cavagnoli
Ringrazio di cuore il diacono biellese per le puntuali citazioni con cui ha convalidato il suo argomentare, relativamente ai due ultimi quesiti posti dal "religioso francescano" (in VP 9/2010), sui quali, onestamente, non avevo fornito risposte "evasive". Semplicemente li avevo avallati come scontati, perché a mio parere non costituivano problema, ma ovvietà. Lo zelo nell’aiutare gli altri a «fare un po’ di chiarezza» su realtà già palesi in sé stesse ha totalmente conquistato il nostro diacono: e ne prendiamo atto. Peccato che, in questo santo ardire, citi ancora IGMR 61, a distanza di più di sei anni dalla pubblicazione di OGMR 94, in cui, tra l’altro, si chiarisce ulteriormente la figura e le mansioni del diacono durante la celebrazione eucaristica.

Che la predicazione, o meglio l’omiletica, appartenga al diacono solo "talvolta" (quandoque) per incarico del vescovo o del presbitero che presiede, si evince, tra l’altro, anche da OGMR 175, dove, nella descrizione delle funzioni diaconali durante la liturgia della Parola, non compare affatto.

In ogni caso, se il diacono tiene l’omelia o assolve qualche altro compito dei presbiteri, anche in loro presenza, è perché questi glielo "concedono", non viceversa. Il diacono può esserci o non esserci in una celebrazione eucaristica, tant’è che OGMR prevede la duplice possibilità (Messa senza diacono [120-170] e Messa con il diacono [171-186]). E può essere sostituito da un laico "moderatore" anche nelle celebrazioni in assenza (o in attesa) di presbitero (Christi Ecclesia 30), pur senza che questi pronunci l’omelia.

Ma, al di là di simili precisazioni, sempre per assecondare la invocata "chiarezza", si ribadisce ancora una volta, a chiare lettere, che la figura diaconale non può esaurirsi in questioncelle di diritto liturgico, principalmente perché, secondo l’insegnamento paolino, non si venga uccisi e soffocati dalla lettera (cf 2Cor 3,6).

Allora, come lucidamente ribadisce D. Vitali, «l’attuale tendenza a cercare la soluzione dei problemi che affliggono il diaconato permanente in rapporto al presbiterato sembra rivelarsi un vero e proprio vicolo cieco, sia perché riduce un tema teologico a una faccenda di relazioni problematiche di competenze e – in ultima analisi – di potere; ma soprattutto perché disconosce la radicale differenza significata dall’affermazione che il diaconato non è ad sacerdotium ma ad ministerium» (VP 11/2010, p. 32).

Perciò lo Spirito Santo, effuso con l’ordinazione, costituisce i diaconi collaboratori del vescovo e del suo presbiterio «nel ministero della Parola, dell’altare e della carità, mettendosi al servizio di tutti i fratelli». Questi compiti «esigono una dedizione totale, perché il popolo di Dio li riconosca veri discepoli del Cristo, che non è venuto per essere servito, ma per servire» (Ordinazione dei diaconi, p. 134).

E in questo la fantasia dello Spirito è assolutamente inesauribile e la conclamata «chiarezza circa il ruolo diaconale ancora un po’ sconosciuto nella vita della Chiesa», come asserisce il preciso interlocutore, si traduce nell’appassionata ricerca di un ruolo tutto e sempre da definire, in riferimento alle imprevedibili e sconfinate esigenze della Chiesa, in cammino nel tempo.

 

  Chiese d'arte e partecipazione ai riti

Prima questione. La celebrazione eucaristica si svolge in una chiesa che, per il suo pregio artistico, è meta di un intenso flusso turistico, concentrato soprattutto nelle domeniche e giorni festivi. Molti entrano durante lo svolgimento delle funzioni religiose per interesse artistico e non per partecipare alla messa. Da qualche tempo abbiamo transennato l’unica navata in modo da impedire che chi non partecipa ai riti continui a girare per ammirare le opere d’arte e fotografare. È stato limitato un poco il disturbo, ma rimane il fatto che durante la celebrazione dei misteri, nello stesso spazio, sia pure da metà chiesa fino in fondo, sostano persone che non vi partecipano e la cui attenzione è attratta da altro. Vi è un reale fastidio per i fedeli e per i celebranti: si avverte la sensazione che sia violato un momento di intimità della comunità orante. Che fare? Sarebbe pensabile la chiusura della chiesa a turisti e fedeli ritardatari all’inizio della celebrazione? È pedagogicamente utile? I collaboratori hanno al riguardo posizioni diverse.

Seconda questione: riguarda la partecipazione alla comunione eucaristica. Considerata la situazione sopra accennata (assemblea occasionale, forestieri, persone giunte in qualsiasi momento...), con una certa frequenza si accostano all’eucaristia persone sconosciute e giunte all’ultimo momento, e si uniscono alla processione dei fedeli. In molti casi non vi sono segni che attestino che sono cristiani e credenti.

Come fare? Una volta da un gruppo di visitatori, un po’ appartato ad osservare quanto si stava svolgendo, una ragazza si staccò e si avviò per ricevere l’eucaristia; presa la particola, tornò presso gli altri; ne staccò con i denti un pezzetto e passò il resto agli altri, che "assaggiarono" incuriositi e ridendo. Non mi restò che mostrarmi profondamente offeso per quel comportamento, incontrando tuttavia sguardi interrogativi: non capivano quanto dicevo, né io ero in grado di parlare la loro lingua. Esistono soluzioni?

Terza questione. Come fare con i fedeli – generalmente anziani, ma non solo – che durante la celebrazione della messa vanno nelle varie cappelle a rendere omaggio alla Madonna e ai santi? Come convincere a partecipare attivamente alla celebrazione coloro che desiderano assistervi "privatamente", cioè da lontano, magari protetti dall’intimità di una cappella?

lettera firmata

Risponde don Daniele Piazzi
Sono problemi di tutte le chiese di rilevanza artistica. Circa il primo e secondo problema posso suggerire al lettore le soluzioni che ho visto tempo fa a Notre Dame di Parigi e nel Duomo di Milano. Quelle cattedrali non vengono chiuse. A Parigi la navata centrale è transennata e la domenica si accede ai banchi prima della celebrazione attraverso varchi dove si è accolti da laici che offrono un foglietto con un riassunto in più lingue sia del vangelo del giorno, sia dell’omelia. Un cartello plurilingue ben alto agli accessi spiega (soprattutto per i giapponesi) che cosa significa fare la comunione eucaristica per i cristiani; un breve richiamo c’è pure nei foglietti. Anche la cattedrale di Milano non ha accessi alla navata centrale se non dalle laterali, il che scoraggia gli scorazzamenti dei turisti. Inoltre, c’è sempre personale di sorveglianza.

Pertanto consiglierei durante le celebrazioni di chiudere l’accesso ai banchi dai camminamenti laterali con dei cordoni mobili, stesi tra i banchi e le pareti. Si potrebbero posizionare a diverse altezze (ultima fila di banchi, a due terzi, a metà, a un terzo della navata) a seconda del numero dei fedeli presenti, soprattutto alle messe feriali. L’accesso ai banchi verrebbe convogliato soltanto dalla corsia centrale. È opportuno, però, creare, collocando due piantane con cordone a un metro e mezzo circa dall’ultima fila di banchi e davanti alla corsia centrale, un accesso forzato alla stessa. Sulle piantane avvisi discreti, ma visibili, avvertano che lì si entra solo per partecipare alle celebrazioni con l’eventuale richiamo al senso della comunione eucaristica.

Non sempre sarà possibile, ma la soluzione migliore è quella di creare un gruppo di volontari per la sorveglianza nei giorni festivi.

La terza questione è più delicata. Non penso che si riuscirà ad averla vinta sulla devozione di alcuni fedeli. Anche perché glielo abbiamo insegnato noi agli anziani, quando erano giovani, a riempire la messa con le devozioni. Più che rimproverarli a celebrazione in corso, può essere utile ogni tanto fare qualche richiamo sereno e serio nell’omelia (soprattutto feriale) per indirizzare i gesti della devozione. Altrimenti... durante la messa si chiudono gli accessi alle cappelle sempre con quelle eleganti piantane in ottone e cordone rosso, che fanno anche l’ambiente molto signorile.

 

  Visioni Pastorali

Un capolavoro come un uomo, compattato in nove mesi, può essere fatto solo da una mamma, da un papà e da Dio. Educare un bimbo vuol dire fargli capire che la vita è bella, non perché pieni di cose, ma perché abbiamo un cuore grande che batte per gli altri: questo l’ha detto un certo Gesù ed essi, essendo quasi analfabeti su questo argomento, hanno bisogno di trovare testimoni. Comunque i bimbi ci fanno capire spesso che ad essere in "emergenza educativa" siamo proprio noi adulti e il Signore accende "una stella" perché noi non perdiamo la direzione vera della vita.

Nel paese capitano degli autentici miracoli. Verso le nove del mattino vicino alla chiesa vedo una di quelle mammine tanto trendy con una carrozzeria da "Ferrari", e un figlio vestito alla moda che le dice: «La porta di Gesù è aperta, Gesù non dorme più, è sveglio, andiamo a trovarlo». Il bambino corre verso la luce del tabernacolo e dice: «Ciao Gesù». Un bimbo per dare smalto alla vita, per ringiovanire la fede, per rinnovare l’amore e togliere noi adulti dall’indifferenza e consegnarci all’essenziale: stare bene con Dio per stare bene con sé stessi e con gli altri.

Chi è in "riserva", noi o i bimbi?

don Giovanni Bosio

 

  Stola e "stoloni"

Da qualche anno ci sono stati regalati in parrocchia degli stoloni particolari dei quattro colori liturgici da indossare a mo’ di scapolare sul camice bianco. Sono liturgici oppure sono solo da indossare sulla casula che dovrà essere bianca e non di altri colori liturgici? Anche perché a me richiamano alla mente l’Egitto e questo mi fa sorridere!

don Mimmo Parlavecchia

Risponde don Daniele Piazzi
Strano a dirsi, ma non esistono normative minuziose per la confezione degli abiti liturgici. Della stola il Caeremoniale episcoporum (66), però, annota che «è indossata dal sacerdote in modo che girando attorno al collo cada sul petto».

Se ho capito bene la descrizione, le vesti in oggetto non sono un tipo di stole "con la coda" (scapolare sulla schiena) che sono nate qualche decennio fa per la concelebrazione. Devo dire che quel tipo di stole mi ha sempre fatto ridere, perché volevano "vestire" i concelebranti senza casula con un abito liturgico più appariscente. Sempre se ho capito bene la descrizione della veste in oggetto, lo scrivente si riferisce a un’altra "novità" apparsa recentemente nel vestiario liturgico. Si tratta, in effetti, di scapolari mobili, spesso forniti dai laboratori di arte sacra con una casula sulla quale indossarli. Sono proprio scapolari: due strisce verticali unite da un girocollo.

Concordo con il lettore nel ritenerli, prima che inadeguati artisticamente, abbastanza ridicoli. Meglio acquistare una casula tutta del colore liturgico, anche se non ha grandi ornamenti, e per i concelebranti una serie di stole ben tagliate e di buona stoffa (e queste anche solo bianche se non si hanno soldi per confezionarle nei quattro colori).

 

  Fedeltà e abbonamenti a quasi 100 anni di VP

Scrivo per ringraziarvi della fedeltà alla diffusione della buona notizia. Ho ricevuto VP fin dal secondo anno di seminario e anche dopo, quando sono diventato presbitero, avete continuato a inviarla anche se io non ho mai pagato l’abbonamento. Riflettendo su questo, sono arrivato a comprendere che non è giusto abusare di questa fedeltà; perciò ho effettuato un pagamento di 260 €, come il bollettino allegato in fotocopia mostra, che comprende almeno questi dieci anni di vita sacerdotale. Voglio ringraziarvi ancora di questa fedeltà.

Un parroco di Vibo Valentia

Risponde don Giuliano Censi
Carissimo don (per una volta ometto io il nome), la tua lettera ha fatto il giro dei nostri uffici, come lo ha fatto il 7 dicembre anche il versamento di 1.000 euro da parte di un parroco del Trentino. Ti ringrazio di cuore – più che per la cifra (e ti garantisco che ci serve) – soprattutto del tuo apprezzamento e fedeltà: lavoriamo sodo ogni mese per rendere un servizio sempre migliore ai nostri lettori. E le tue parole (mi pare che sei un prete molto giovane) danno sollievo all’animo e ci spronano a continuare in questo che è il 99° anno della rivista.

Si invitano i lettori a inviare lettere stringate ed essenziali. La direzione non pubblica quelle che arrivano anonime o senza indirizzo anche se, su richiesta, si può omettere la firma.
La redazione è fornita di indirizzo postale, fax ed e-mail

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