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Editoriale

Pace da vivere e costruire insieme

di GIANNI COLZANI.
   

   Vita Pastorale n. 1 gennaio 2011 - Home Page

L'Europa è oggi di fronte a grandi sfide. La forte immigrazione che la investe sfida le sue popolazioni a verificare nei fatti il proprio patrimonio di giustizia e di compassione; lo sviluppo tecnologico-industriale ha prodotto ricchezza ma anche una crisi ambientale e un mutamento del clima che molti non ritengono un prezzo troppo alto da pagare; la globalizzazione ha abbattuto le distanze, ma non ha favorito quella crescita di responsabilità che ci si augurava e ha visto un arroccamento in difesa della propria ricchezza; il pluralismo socio-culturale ha prodotto una crisi di valori condivisi e un individualismo che ha minato la solidarietà e la coscienza di far parte di un tutto e di doversi impegnare per un bene comune.

Il villaggio di Nevé Shalom - Wahat al-Salam, vicino a Gerusalemme (WORDPRESS.COM)
Il villaggio di Nevé Shalom – Wahat al-Salam, vicino a Gerusalemme
(WORDPRESS.COM)

In questo vuoto di orientamenti dobbiamo collocare le religioni. La caduta dell’impero comunista nel 1989 ha evidenziato il carattere ideologico della denuncia delle religioni come falsa coscienza, come oppio del popolo, mentre l’attentato contro le Torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001 ha aperto un contenzioso tra Occidente e islam che ha generato guerre, conflitti socio-politici, pregiudizi e via dicendo. Il dibattito sul ruolo pubblico delle religioni è di nuovo centrale. Per un verso si conviene che le religioni siano un fattore positivo della vita sociale ma, per un altro, cadono su di loro anche le accuse di chi le vede fomentare una spirale di violenza.

Due citazioni possono servire a precisare gli estremi di questa tensione. Prendo la prima da Samuel P. Huntington, direttore del Centro di studi strategici e internazionali di Harvard: «La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legate alla cultura»(1). E poiché il cuore delle culture mondiali sono le religioni, la sua ipotesi è che i luoghi dove si incontrano e si confrontano civiltà diverse saranno i luoghi dove esploderanno le battaglie del futuro.

Per contro, H. Küng, teologo e pubblicista di fama mondiale, alla ricerca di un nuovo paradigma per la società umana, scriverà: «Noi tutti abbiamo una responsabilità nei confronti di un migliore ordine mondiale [...]. Noi, però, in quanto persone religiose e orientate spiritualmente, che fondano la loro vita su una Realtà ultima, [...] siamo tenuti in maniera del tutto particolare a lavorare per il bene dell’intera umanità e a preoccuparci del pianeta terra. Noi non ci riteniamo migliori degli altri uomini ma abbiamo fiducia che l’antichissima sapienza delle nostre religioni sia in grado di indicarci delle vie anche per il futuro»(2). Nel suo sforzo di offrire un orientamento etico a un mondo confuso,

Küng concluderà: «Non c’è pace tra i popoli di questo mondo senza la pace tra le religioni universali. Non c’è pace tra le religioni universali senza la pace tra le Chiese cristiane»(3).

Queste sfide vanno trasformate in opportunità. È presumibile che la compresenza di religioni diverse finirà per avviare una profonda modificazione delle religioni in base a quella vicendevole influenza che R. Panikkar indicherà come «mutua fecondazione».

A questo proposito vorrei semplicemente ricordare tre episodi emblematici per un futuro diverso. 

1 Il primo è un libro sui "versetti dolorosi" dei testi sacri delle tre grandi religioni: l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam(4). Se le religioni sono cammini d’amore, versetti dolorosi sono quelli che contrastano con questa basilare prospettiva religiosa. È un fatto che il dialogo tra le religioni si ferma quando deve farsi autocritico; di fronte al rischio di una lettura fondamentalista, il testo chiede di concentrarsi sull’insieme del messaggio fino a trovare il coraggio che, per viverlo, occorra trasgredire qualche singolo comando. Sviluppando la tesi di un’alleanza costruita non solo sull’obbedienza a Dio ma sul partenariato tra Dio e l’uomo, se ne ricava un’etica della responsabilità che osi mettersi contro una tradizione religiosa nel nome della stessa tradizione religiosa. Senza autocritica, difficilmente il dialogo tra le religioni farà molti passi avanti. 

Il secondo è un testo sul diritto comparato delle religioni(5). L’esplosione di violenza antioccidentale e anti-cristiana, anche in terre di antichissima tolleranza, mostra l’attualità di questo tema. Il diritto qui oggetto di ricerca è il diritto come è inteso dalle rispettive religioni e non come è praticato da quegli Stati che pure vi si rifanno. Senza richiamare questioni di fondo, si può dire che il punto difficile è il nesso posto tra esperienza religiosa ed esperienza socio-politica; mentre gli Stati liberali dell’Occidente lo inquadrano tra i diritti individuali delle persone, il Sud del mondo vi coglie la radice della coesione nazionale e il fondamento di un preciso orientamento del costume.

Da qui uno scontro tra individualismo religioso dell’Occidente e valorizzazione del peso sociale e pubblico delle religioni nell’Oriente islamico, indù e confuciano. Solo uno sforzo per una sintesi superiore che tenga conto di entrambe le esigenze potrà favorire quella libertà religiosa che sta a cuore ai veri credenti. 

3 Il terzo dato è la necessità d’incentivare forme di cooperazione tra le varie religioni: conoscersi più a fondo, pregare insieme è certo decisivo, ma lo è ancor più cooperare, fare insieme. Mi piace ricordare qui Nevé Shalom – Wahat al-Salam, un villaggio a poca distanza da Gerusalemme dove vivono insieme, secondo uno spirito cooperativo, ebrei e palestinesi di cittadinanza israeliana. Il sistema educativo-scolastico che vi è adottato prevede un’educazione bilingue, contatti quotidiani tra i due gruppi e lo sviluppo della personalità del ragazzo attraverso lo studio della propria cultura e tradizione e il rispetto di quella altrui (nelle foto: il Centro spirituale pluralistico, con uno spazio per la preghiera islamica da un lato e una sinagoga ebraica dall’altro; la scritta dice: «Non c’è alcuna via alla Pace. La Pace è la via»).

In poche parole, un futuro di pace sarà il frutto del rifiuto di ogni forma di fondamentalismo, del recupero di una cultura aperta e dialogica, e della costruzione di un diritto all’altezza dei problemi di una società multiculturale e multireligiosa come quella in cui ci troviamo a vivere.

Gianni Colzani

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