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Don
Mario si è spento a Roma il 29 maggio scorso a 80 anni. È stato tra i
primi sacerdoti in Italia a dedicarsi alla lotta contro la droga, fondando
il Ceis, Centro italiano di solidarietà. Suo obiettivo era ridare
dignità a ogni persona.
Don
Mario Picchi, pioniere della Chiesa anti-droga, è stato un prete generoso
fino all’ultimo. Il fondatore del Centro italiano di solidarietà è
morto a Roma l’ultimo sabato di maggio all’ospedale Fatebenefratelli
all’isola Tiberina. Il sacerdote (per decenni protagonista del "non
profit" cattolico e animatore di una rete mondiale di comunità di
recupero per tossicodipendenti) era ricoverato da alcuni giorni nell’ospedale
romano dove è stata allestita la camera ardente.
Don Picchi era nato a Pavia nel 1930. Sacerdote dal
1957, dopo un decennio in Piemonte, venne chiamato a Roma, con l’incarico
di cappellano del lavoro presso la Pontificia opera di assistenza.

Don Mario Picchi, don Oreste Benzi,
don Vinicio Albanesi, Leopoldo Grosso,
don Enzo Pichelli, don Gino Rigoldi e don Antonio Mazzi (foto Giuliani).
Negli anni Settanta diede vita all’esperienza del Ceis
che in poco tempo trasformerà in una multinazionale del volontariato. Ha
scritto numerosi libri, tradotti in decine di lingue. Il suo Progetto
uomo è stato pubblicato in varie edizioni. Aveva ricevuto molti
riconoscimenti, anche a livello internazionale, tra cui il premio della
Federazione mondiale delle comunità terapeutiche (1992), quello della
Provincia di Roma per la Solidarietà (2003), la decorazione "Simon
Bolivar" della Repubblica Boliviana (2004) e il titolo di Grande
ufficiale al merito della Repubblica Italiana.
Per il presidente della Provincia di Roma, Nicola
Zingaretti, «scompare un uomo che ha dedicato tutta la sua vita agli
altri, soprattutto a quelli in condizioni di gravi difficoltà per colpa
della droga». La sua filosofia di lotta alle tossicodipendenze, il
cosiddetto "Progetto uomo", è servito da esempio per molti
piani di recupero anche all’estero. Un anno fa il Ceis ha festeggiato il
40° anniversario di attività inaugurando sulla via Appia nuove strutture
come la comunità terapeutica psichiatrica "La Casa" e il
"Villaggio della solidarietà". Lì sono accolte persone che,
uscendo dalle cliniche, vengono a trovarsi sole e abbandonate da tutti.
Ridare a ogni uomo la dignità
L’obiettivo di don Picchi era sempre lo stesso:
restituire la dignità perduta, un aiuto concreto, una presenza che «non
faccia mai sentire solo qualcuno». Estraneo a ogni protagonismo mediatico
e molto stimato in Vaticano e in Cei (soprattutto dai cardinali Ruini,
Silvestrini e Martini), di sé diceva: «Ho sempre amato le grandi sfide
nella convinzione che, con l’aiuto di Dio e degli amici, si possono
affrontare avventure impegnative. Ogni volta che nasce una nuova struttura
la preoccupazione c’è, ma la voglia di andare avanti è più forte
della paura». La sua passione era lo sport. «Le nostre strutture»,
raccontava con orgoglio don Picchi, «hanno tutte impianti e attrezzature
sportive perché lo sport è fondamentale per la crescita e l’educazione».
Un antidoto, insomma, alla fuga nei paradisi artificiali. «Lo sport
abitua alle sconfitte e alle vittorie, proprio come capita nella vita»,
spiegava. «Lo sport insegna che occorre fatica, sacrificio, per
raggiungere un traguardo. Allena a lavorare in gruppo, a cooperare per il
bene comune. Aiuta al rispetto dell’altro, compagno o avversario che sia».
Lo sport, quindi, come "scuola di vita" da affiancare sempre e
ovunque ai programmi educativi e terapeutici.

Don Mario Picchi con papa Wojtyla
nel 1979 (foto Mari).
Anche don Luigi Ciotti ha ricordato con commozione don
Picchi. «È stato un prete generoso, che ha speso la sua vita per dare
dignità e speranza alle persone. E che lascia tanti affetti e cose
concrete», rievoca il presidente del Gruppo Abele e Libera. «Ci lascia l’impegno
educativo e l’attenzione ai giovani», sottolinea don Ciotti, «la
capacità di andare oltre la superficie del disagio, di coglierne le cause
sociali, il contributo per cambiare le leggi, per costruire contesti di
maggiore giustizia e accoglienza. E quel "Progetto uomo" che
condensa lo spirito di un’opera tutta al servizio delle persone». «Mi
legava a don Mario», dice don Ciotti, «l’essere partiti in quegli anni
dalla strada, ma anche la fedeltà a una Chiesa davvero al servizio dei
poveri, dei fragili, degli esclusi». «L’ultima immagine che conservo
di lui», conclude, «è quella di una persona che affronta con grande
dignità la malattia: con quella bombola di ossigeno che si portava sempre
appresso, ma che non gli ha impedito, anche negli ultimi tratti della
vita, di continuare a dare ossigeno, e speranza, ai progetti e alle
persone incontrate nel suo cammino».
Un campione della solidarietà
Per vincere la droga non bisogna lottare contro la
sostanza ma sconfiggere il disagio che spinge a farne uso. La forza di don
Mario Picchi era quella di combattere contro l’umana debolezza. Lo ha
fatto per tutta la vita e il 30 maggio, il giorno dopo la sua morte, in
tanti hanno voluto dire l’ultimo "grazie" al campione della
solidarietà, in prima fila per anni nella lotta alla droga. Alla camera
ardente allestita all’ospedale Fatebenefratelli di Roma, è stato per
tutto il giorno un via vai di persone, alcune non più giovani, ma che una
volta erano ragazzi magari non molto felici, che si sono rivolti alle
strutture del Centro italiano di solidarietà, da lui fondato, e sono
riusciti a vincere la tossicodipendenza.
Negli occhi di questi ex ragazzi Enrica, nipote di don
Picchi, oggi vede «la tenerezza di chi ha avuto molto da mio zio e che lo
ha ricambiato con un affetto dimostrato negli anni». La donna, in lacrime
per la morte dello zio malato da tempo, ha trovato conforto «nel vedere i
volti di chi è rinato grazie a mio zio». C’è una donna, ora adulta,
che ricorda il suo fidanzato e la sua storia: «Io gli volevo bene ma lui
aveva vissuto per tanto tempo nell’illegalità. Si drogava ma poi ha
deciso di frequentare gli incontri per un anno. Durante quel periodo ha
scoperto di avere l’Aids». L’uomo ha smesso di andare agli incontri e
l’operatrice che lo aveva seguito per tanto tempo ha così scoperto che
era morto a causa della malattia. «Prima però», ha continuato la donna,
«ha voluto sposarmi per regolarizzare la mia posizione e quella di nostra
figlia. Un ultimo esempio di come aveva voluto cambiare la sua vita».

Don Mario Picchi con i collaboratori
alla festa per i 25 anni della Comunità San Carlo,
Castelgandolfo 28.6.2003 (foto A. Giuliani).
Anche il mondo politico ha voluto rendere omaggio, in
modo bipartisan, a don Picchi, i cui funerali si sono svolti nella
basilica di San Giovanni. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il
presidente della regione Lazio Renata Polverini e il presidente della
provincia di Roma si sono recati alla camera ardente. Alemanno ha
annunciato «di aver completato l’esproprio dell’area di via Appia
Nuova che sarà conferita al Centro Ceis», un’area con una struttura e
diversi ettari di terreno dove verranno realizzati progetti cari a don
Picchi. Un’opera concreta, come piaceva al sacerdote, al quale comunque
il Campidoglio intende dedicare una via di Roma. Polverini ha assicurato
tutto il sostegno a chi continuerà il suo impegno per battere la
tossicodipendenza.
Anche per Zingaretti «il modo migliore per ricordarlo
è prendersi l’impegno perché il suo insegnamento rimanga sempre vivo».
La «grande anima» di don Picchi «continuerà a vivere nella sua
altruistica opera», ha detto il senatore Carlo Giovanardi, mentre la
vicepresidente del Senato Rosy Bindi, in un messaggio, lo ha ricordato «sempre
al fianco dei ragazzi e delle loro famiglie: un vero educatore». Per
Walter Veltroni, che da sindaco di Roma collaborò con don Picchi, «la
sua scomparsa lascia un grande vuoto, ma il suo rigore e la sua
testimonianza di vita sono un patrimonio che rimarranno».
Giacomo Galeazzi
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