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L’arredo dell’altare fuori delle celebrazioni
    

   Vita Pastorale n. 4 aprile 2010 - Home Page Al termine della messa in cena Domini si svolge la spogliazione dell’altare, com’è scritto a p. 144, 19, del Messale Romano. Questa norma vuole anche sottolineare ciò che andrebbe sempre fatto, e cioè che durante la giornata in cui si celebrano anche più messe, prima e dopo che inizino queste celebrazioni, l’altare dovrà essere spoglio e quindi senza niente, neppure la tovaglia? Se fosse così, perché non è stata scritta nessuna norma chiara?

Quando si espone sull’altare il Santissimo Sacramento con l’ostensorio o con la pisside per l’adorazione, sia al termine della messa o prendendolo dal tabernacolo, è bene usare il corporale? Durante la messa in cena Domini, dopo la comunione si lascia sull’altare la pisside da portare nel luogo della reposizione. In questo caso si lascia il corporale utilizzato durante la messa o va tolto?

Rosanna Mele

Risponde don Silvano Sirboni.
1 Il profondo rispetto che la Chiesa ha sempre avuto verso i riti del triduo pasquale ha fatto sì che molte antichissime consuetudini siano giunte fino a noi quasi immutate. Una di queste è la spogliazione dell’altare dopo la celebrazione della messa in cena Domini e dopo l’azione liturgica del Venerdì santo. Questa, per la verità, era una normale prassi dopo ogni messa (cf J. A. Jungmann, Missarum sollemnia II , 44; M. Righetti, Storia liturgica II, 168). Gesto pratico che, nel contesto del triduo, dal XIII secolo fu allegoricamente interpretato come spogliazione di Cristo del quale l’altare è simbolo. Il gesto, pertanto, assunse una particolare ritualità con il sacerdote rivestito di camice e stola mentre recitava il Salmo 21.

L’ordinamento attuale del triduo ha mantenuto questo gesto, ma la rubrica si limita a dire che «a tempo opportuno si spoglia l’altare», senza alcuna ritualità, dopo che i ministri sono rientrati in sacrestia (cf MR pp. 144 e 160). Le norme prescrivono che «per rispetto verso la celebrazione del memoriale del Signore... si distenda sopra l’altare sul quale si celebra almeno una tovaglia di colore bianco» (OGMR 304). Fatta eccezione per il triduo pasquale, da nessuna parte è scritto che questa tovaglia debba essere tolta dopo la celebrazione dei santi misteri e neppure che debba essere lasciata.

Il buon senso e il buon gusto potrebbero suggerire che, soprattutto laddove non c’è la messa quotidiana, la tovaglia sulla mensa, come in tutte le nostre famiglie, fosse messa in vista del convito pasquale e non si riducesse a un normale arredo; soprattutto se vi è un significativo altare di pietra. L’altare potrebbe essere normalmente coperto da un dignitoso e abbondante panno, antica consuetudine da cui deriva l’antependium o paliotto. È del resto significativo che sopra gli altari dove non si celebra più non si debba mettere la tovaglia (cf MR, Precisazioni Cei 14).

2 Il corporale è di norma previsto solo per la messa. È infatti così chiamato perché veniva direttamente a contatto con il corpo di Cristo. Su di esso venivano collocati i pani e in seguito l’ostia consacrata fino alla riforma del Vaticano II. Per l’esposizione il corporale è facoltativo (pro opportunitate). Infatti, il corpo di Cristo è già custodito nell’ostensorio oppure nella pisside e talvolta anche sopra a un tronetto, non troppo elevato (cf Cerimoniale dei vescovi 1104; Culto eucaristico 110).

3 Considerato che il corporale è già sull’altare nella messa in cena Domini, perché toglierlo prima che la pisside sia portata nel luogo della reposizione? Le rubriche attuali non intendono complicare inutilmente il sereno svolgimento di una celebrazione, né togliere spazio al buon senso e al buon gusto.
  
   

  Adorazione eucaristica per fare che?

Durante l’adorazione eucaristica spesso vedo portare dei segni, come una croce, la Bibbia, il pane, o presso l’altare o presso l’ambone o in un altro luogo. Oppure ci si accosta a baciare la Parola posta già sull’altare, su cui è esposto il Santissimo, o appoggiare la fronte sul libro e sostare un momento in silenzio. Ai piedi dell’altare viene preparato certe volte un sacco colmo di grano e sull’altare un cesto vuoto in cui mettere un po’ di quel grano. Sempre ai piedi dell’altare si prepara un incensiere dove aggiungere l’incenso. Alcuni accendono anche un lume dalla lampada del Santissimo e formano il disegno di una croce, o di una coppa o dell’ostia stessa ai piedi dell’altare o in un altro luogo. È possibile fare tutto ciò quando il Santissimo Sacramento è esposto?

Nel Rito della comunione fuori della messa e culto eucaristico ai n. 116 e 117 è scritto: «Detta l’orazione, il sacerdote o il diacono indossa il velo omerale bianco, prende l’ostensorio o la pisside e fa con il Sacramento il segno di croce... Terminata la benedizione, il sacerdote o il diacono che ha impartito la benedizione ripone il Sacramento nel tabernacolo e genuflette». Sembrerebbe di capire che non si genuflette immediatamente prima e dopo la benedizione, nel prendere e nel deporre la pisside o l’ostensorio, come ho trovato scritto esplicitamente a pag. 16 del libro di don Antonio Sorrentino Incontri eucaristici, Edizioni Dottrinari.

Questo mi sembra in contrasto con la norma indicata dal Cerimoniale dei vescovi (394) sulla processione eucaristica: «Terminata l’orazione, il vescovo riceve il velo omerale, sale all’altare, genuflette e, aiutato dal diacono, prende l’ostensorio... Dopo... il diacono riceve l’ostensorio dalle mani del vescovo e lo colloca sopra l’altare. Il vescovo e il diacono genuflettono».

Filippo C.

Risponde don Silvano Sirboni.
Non mi sembra il caso di dare un giudizio su ciascuno dei gesti elencati per "vivacizzare" l’adorazione. Il problema è a monte: l’ignoranza sul significato e sulla finalità dell’adorazione eucaristica e la confusione tra simbolismo liturgico e rappresentazioni catechistiche che trovano opportunamente e più correttamente spazio in altri momenti. L’esposizione dell’eucaristia ha lo scopo di portare «i fedeli a riconoscere in essa la mirabile presenza di Cristo» (Culto eucaristico 90).

L’esposizione non deve essere un pretesto per fare altro; al centro dell’attenzione c’è, e ci deve essere, il pane eucaristico. Infatti, l’atteggiamento specifico dell’adorazione è la preghiera silenziosa. «Per favorire l’intimità della preghiera si predispongano letture della Sacra Scrittura, con omelia o brevi esortazioni che portino i fedeli a un riverente approfondimento del mistero eucaristico» (ivi, 112). Tutti quei gesti sopra elencati sono assai utili per la catechesi previa ai fanciulli e ai ragazzi, nel contesto di celebrazioni propedeutiche, non liturgiche, appositamente strutturate affinché essi possano, a suo tempo, dedicarsi consapevolmente e nei dovuti modi a quell’adorazione del Cristo eucaristico con la quale i fedeli «prolungano l’intima unione raggiunta con lui nella comunione e rinnovano quell’alleanza che li spinge a esprimere nella vita ciò che nella celebrazione dell’eucaristia hanno ricevuto con la fede e il sacramento» (ivi, 89).

Con tutto il rispetto per la buona fede e lo zelo sincero, non tenere conto di questi principi significa rischiare la banalizzazione, l’infantilizzazione e la semplice spettacolarizzazione della liturgia, con la conseguenza di non educare all’autentica preghiera liturgica, ma alla teatralità oscurando in qualche modo le modalità proprie della comunicazione del mistero cristiano.

Per quanto riguarda le genuflessioni prima e dopo la benedizione eucaristica, è il Cerimoniale dei vescovi che fa testo sia per la sua autorevolezza riguardo alle cerimonie, sia per la sua pubblicazione successiva che corregge o integra il rituale precedente (cf 394 e 1114).
  

  Messa in latino, guardando "in faccia il Signore"?

E se tornassimo a celebrare la messa (in italiano) con la faccia rivolta al Crocifisso e non alla gente? Cosa dite? Prima di lapidarmi attendete un poco. Tempo fa ho sostituito il sacerdote (assente per motivi di salute) che celebra la santa messa in latino a una comunità di Rimini. La celebrazione è perfettamente in regola con le direttive della diocesi, è approvata e riconosciuta. Vi assicuro: celebrare la santa messa guardando in faccia il Signore e non il bambino che strilla, la signora che arriva in ritardo, il sacrestano che... è stato per me una rivisitazione del mio principale ministero.

Non neghiamocelo: quando celebriamo con la faccia rivolta ai fedeli diamo certamente la sensazione della comunità che si raccoglie attorno alla mensa, ma è anche vero che attorno alla mensa non sempre la principale attenzione è per il Signore che viene tra noi. Non è poi detto che la nostra faccia (esclusi i presenti) sia più bella di quella di Cristo. Se, durante la celebrazione eucaristica, si fa in modo che tutti, compreso il celebrante, guardino più intensamente a Dio, forse aumenterà il senso di percezione della sacralità dell’evento e anche – speriamo – dell’importanza di aderire a un Mistero che ci trascende. Credo che ci sia qualcuno a Roma che la pensa così.

Quando celebrare in tal modo? Basterebbe una domenica al mese, avvisando prima e facendo in modo che la cosa sia adeguatamente preparata, dopo gli opportuni permessi. Vos videatis!

don Romano Nicolini
Rimini

Risponde don Silvano Sirboni.
Tenendo conto delle attuali diatribe, la risposta esigerebbe quasi un trattato di teologia sacramentaria e di storia della liturgia. Considerati gli spazi di questa rubrica, è giocoforza limitarsi a due considerazioni.

1 La messa riformata dal Vaticano II, con la stessa autorità del Concilio tridentino, è in latino. Le diverse Conferenze episcopali, per promuovere quella «piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano... ha diritto e dovere in forza del battesimo» (SC 14), hanno la facoltà di tradurre l’edizione tipica latina nelle lingue comprese dai diversi popoli (cf SC 36 e 54). La liturgia cristiana non è un insieme di misteriose formule magiche, ma il dialogo fra lo Sposo e la Sposa (cf SC 7, 84-85, 102).

Assai diverso è il discorso sull’uso della messa secondo il messale di S. Pio V, dove l’oggetto in questione non è il latino (sovente usato nelle messe internazionali con il messale di Paolo VI), ma l’immagine di Chiesa che quell’ordo esprime e alimenta. La sua liceità, a precise condizioni, per andare incontro a particolari esigenze, non ne annulla la "straordinarietà" e non esime affatto da un esame storico, teologico e pastorale sull’opportunità o meno del suo uso (cf motu proprio Summorum Pontificum, 7 luglio 2007).

2 La liturgia non è un ordo confezionato e inviato dal cielo, ma il frutto storico per comunicare il mistero della salvezza secondo la dinamica dell’incarnazione, cioè con segni visibili che, eccetto ciò che è di istituzione divina, sono legati a una precisa epoca e contesto culturale (cf SC 21).

Se a un certo momento è attestata la prassi (ma non ovunque) che il sacerdote si rivolga a Oriente insieme all’assemblea soprattutto per le orazioni (cf J. A. Jungmann, Missarum sollemnia I, 212-213), è soprattutto con la prassi di collocare sull’altare l’urna con il corpo dei santi (X sec.) che il sacerdote è costretto a collocarsi dalla parte dell’altare che guarda il popolo voltandogli di conseguenza le spalle, non certo con l’intenzione di guardare "in faccia il Signore" (cf M. Righetti, Storia liturgica I, 502, 506-512; per una più ampia informazione sul dibattito cf AA. VV. Spazio liturgico e orientamento, Qiqaion 2007, 151-239).

La riforma scaturita dal Vaticano II, tra le altre cose, ha voluto recuperare la dimensione conviviale dell’eucaristia per rendere più visibile ciò che ha fatto Gesù (= un convito pasquale; cf OGMR 72) e rendere più chiara la finalità del sacrificio eucaristico che consiste nel «diventare tutti un solo corpo in Cristo» (Agostino, De civitate Dei, X, 6).

Inoltre la presidenza non è sostitutiva del sacerdozio dei fedeli (cf CCC 1140-1141). Il servizio ministeriale passa attraverso il servizio reso all’assemblea che, pertanto, non è, e non deve essere, un ostacolo alla devozione del presidente. Se lo è, perché distraente e rumorosa, l’anomalia è nell’assemblea, non nella posizione del presidente.
   

  Sondaggio: volete il dossier a centro rivista?

Desidero sottoporle una richiesta di tipo redazionale riguardo al dossier di Vita Pastorale. Le pagine centrali della rivista sono occupate dalle omelie; ma non vedo la difficoltà che si possa fascicolare anche il dossier, che spesso è molto interessante e attualmente viene "bistrattato", perché è difficile poterlo fascicolare, mancando anche il bordo a sinistra. In pratica, il dossier può essere inserito sotto il fascicolo delle prediche: il lettore, leggendo la rivista, trova la prima parte del dossier, con scritto in fondo «continua a pagina nn»; poi trova il fascicolo delle prediche; quindi trova la seconda parte del dossier. Tolte le prediche, resta il dossier.

Spero che la cosa possa essere favorevolmente accolta, magno cum gaudio di molti lettori.

don Carlo Meardi

Risponde don Giuliano Censi.
L'idea è ottima, ma poco attuabile, in quanto la rivista, pur essendo mensile, viene "formata" giorno per giorno e non si può decidere preventivamente quante pagine occupa il dossier, e soprattutto quando qualche nostro eccellente autore ci manda il testo (nel dossier di questo numero un articolo ci è pervenuto due giorni prima della chiusura). Comunque apriamo una piccola inchiesta: esprimete per
e-mail un vostro parere, e poi decideremo.
   
 

  Intenzioni, offerta e... impegno per le missioni

Vivo in Malawi da 39 anni e colgo l’occasione per ringraziarvi dell’aiuto che mi date tramite Vita Pastorale. Mi piace. Complimenti e auguri. Sono appena ritornato dall’Italia dopo controlli medici e un po’ di riposo. Appena arrivato, vennero a trovarmi un vescovo e alcuni sacerdoti in cerca di intenzioni per la celebrazione di sante messe. Con grande dispiacere non ho potuto aiutarli perché, nonostante avessi teso la mano a molti amici sacerdoti, sono tornato con cinque intenzioni datemi da mio fratello.

Le offerte di intenzioni per la celebrazione di sante messe un tempo esprimevano solidarietà verso i missionari e i sacerdoti locali. La crisi di fede in Italia ha senz’altro creato una diminuzione di intenzioni e quel supporto che proveniva dalla propaganda missionaria. La nostra gente è ancora molto sensibile a donare per opere sociali, come una scuola, un ospedale, un pozzo, adozioni, ecc.; ma per la conduzione di una parrocchia? Più niente o quasi. Ho molti amici che mi aiutano, ma mettono la clausola: «Non per la Chiesa».

Più volte ho sentito lamentele da parte dei fedeli perché spesso le varie intenzioni sono accumulate dai sacerdoti celebranti in una sola messa, forse per problemi di gestione e manutenzione della chiesa e opere varie. Non lo so. Inviterei tutti i sacerdoti a essere ancora, pur nelle loro difficoltà, missionari e ad aiutarci.

p. Pege Lorenzo
Malawi (Africa)

Risponde don Silvano Sirboni.
Distinguiamo tre problematiche.

1 L’intenzione legata a un’offerta in denaro (da non confondersi con l’offerta del pane, del vino e dei doni per i poveri) è una prassi ecclesiastica invalsa fra il IX e il XII sec. non senza prevalenti ragioni di carattere economico (cf J. A. Jungmann, Missarum sollemnia II, 23). Si tratta quindi di un elemento "accidentale". In altri termini, non sono le intenzioni particolari con relativa offerta che motivano la messa. Offerta che il tempo ha trasformato in "tariffa", senza dubbio anche per difendere i fedeli da eventuali avidità da parte del clero, ma che da decenni ormai causa un certo disagio alla mutata sensibilità.

Tanto più che, nella situazione italiana, il sistema per il sostentamento del clero non giustifica più i cosiddetti "diritti di stola". A prescindere da una più approfondita analisi sulla "scristianizzazione", non sembra che le libere offerte dei fedeli siano mancate alla Chiesa; anzi compensano di gran lunga l’eventuale abolizione delle tariffe.

2 Lo stretto legame fra denaro e privatizzazione della messa (almeno nella percezione di chi "paga") male si accorda con il significato universale della messa e si inserisce in un sistema di carattere fiscale dal quale si può opportunamente e legittimamente uscire (cf E. Cappellini in VP 1/1991, p. 11). Infatti la stessa Congregazione per il clero nel 1991 ha aperto una strada per superare questo sistema tariffario di privatizzazione, permettendo la celebrazione della messa con più intenzioni, sebbene a precise condizioni per evitare la tentazione di accumulo di denaro da parte di una sola persona (cf EV 13/6-28). Prassi che si sta lentamente diffondendo anche di fronte alla progressiva diminuzione del clero che non permette più la moltiplicazione delle messe.

3 Questa prassi (unitamente all’effettiva diminuzione delle intenzioni) ha certamente causato qualche difficoltà a tanti missionari che dalle intenzioni di messa traevano un aiuto economico. È forse questo il modo migliore per concretizzare la nostra solidarietà con le missioni? Anziché strumentalizzare la messa (pur con tutte le buone intenzioni) non sarebbe meglio, ben oltre la Giornata missionaria mondiale, come già avviene in tanti luoghi, dare vita a gemellaggi parrocchiali e diocesani perché le comunità cristiane si rendano più responsabili dell’annuncio evangelico che i missionari compiono eroicamente anche a nostro nome? Dove si fa così, i fedeli hanno scoperto che la loro identità cristiana non può essere che missionaria.

Se poi alcuni, come afferma padre Lorenzo, mettono la clausola "non per la Chiesa" (?), è altrettanto vero che la maggioranza delle persone che fanno offerte per le missioni lasciano al missionario la libertà e la responsabilità di usare quel denaro secondo la sua coscienza.
   

  Il diacono, ministro dell’unzione degli infermi?

Sono diacono permanente da 8 anni, sposato. Su un settimanale dell’alta Italia ho letto un articolo in cui un diacono permanente raccontava la sua esperienza di servizio pastorale presso l’ospedale della città: «Più volte in queste settimane mi è capitato di dovermi alzare nel cuore della notte e correre in bicicletta in ospedale per amministrare l’unzione degli infermi a pazienti in fin di vita. In alcuni casi, purtroppo, si trattava di battesimi a bambini in grave pericolo. Uno di loro è morto».

Ho sempre saputo che il diacono non è abilitato ad amministrare il sacramento dell’unzione degli infermi. Ci possono essere deroghe o eccezioni alla regola, così da poterlo far diventare un "ministro straordinario" di questo sacramento?

Un’altra domanda: durante la consacrazione, il diacono o i due diaconi che servono il celebrante all’altare, come quelli che eventualmente assistono alla celebrazione, devono sempre mettersi in ginocchio?

diacono Mauro Guzzo.

Risponde don Silvano Sirboni.
1 La risposta potrebbe essere telegrafica: «Ministro proprio dell’unzione degli infermi è il sacerdote soltanto» (Premesse al rito 16). Il Codice (c. 1003) ribadisce: «Amministra validamente l’unzione degli infermi ogni sacerdote e soltanto il sacerdote». Nel 1997, di fronte a una prassi ambigua di unzioni che, soprattutto in Paesi di missione, erano compiute da laici sui malati, un’istruzione sottoscritta da ben 12 Congregazioni romane afferma che per il sacramento dell’unzione «l’unico ministro valido è il sacerdote».

Lo stesso documento accenna opportunamente anche alla determinante ragione storica: «Deve affermarsi che l’esclusiva riserva del ministero dell’unzione al sacerdote è in rapporto con la relazione di detto sacramento con il perdono dei peccati e la degna ricezione dell’eucaristia» (Ecclesiae de mysterio, Disposizioni pratiche 9; in EV 16/730). Infatti, richiamandosi alla prassi liturgica pre-carolingia (cf M. Righetti, Storia liturgica IV, 326-333), qualche Conferenza episcopale aveva prospettato in precedenza la possibilità di concedere non solo ai diaconi, ma anche ai laici, la facoltà di conferire l’unzione degli infermi (cf Notitiae 380-381/1998, 119).

L’evoluzione del rito dal IX sec. in poi (in alcuni casi sostitutivo del sacramento della penitenza), e la conseguente riflessione teologica, ha fatto sì che tale sacramento, per la stretta relazione con l’assoluzione, sia stato riservato al solo sacerdote. La riserva fu sancita dal concilio di Trento (cf DS 1697 e 1719) e costituisce la norma attuale. Non mancano, tuttavia, serie riflessioni teologiche che, attraverso una rilettura della storia e dello stesso dettato tridentino, non escludono in futuro, da parte dell’autorità competente, un’estensione al diacono della ministerialità di questo sacramento (cf C. Rocchetta, Quale ministro per l’unzione degli infermi? La lezione della storia e l’esigenza pastorale moderna, in Grillo A. - Sapori E. (edd.), Celebrare il sacramento dell’unzione degli infermi, CLV Roma, 2005).

2 La 2ª edizione del Messale Romano (1975/1983) si limitava a dire che «durante la preghiera eucaristica il diacono sta accanto al sacerdote, ma un po’ indietro per attendere, quando occorre, al calice e al messale» (PNMR 134). Il Cerimoniale dei vescovi (1984) riprende in parte la norma precedente la riforma che prevedeva il diacono in ginocchio dall’epiclesi fino a dopo l’ostensione del calice (cf 155) mentre teneva sollevata la parte inferiore della pianeta del sacerdote durante le due ostensioni (cf L. Trimeloni, Compendio di liturgia pratica, 478, 2).

Le ragioni di questo recupero, oltre a sottolineare visibilmente il ruolo essenzialmente diverso del diacono, potrebbero essere le stesse che nella 3ª edizione del Messale Romano tendono a favorire il medesimo atteggiamento da parte dell’assemblea e non solo durante la consacrazione (cf OGMR 43).
      
   

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