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Il mediatore tra Dio e gli uomini

di FILIPPO SERAFINI
   

   Vita Pastorale n. 2 febbraio 2010 - Home Page

Per Israele il sacerdote ha una funzione di mediazione tra l’uomo e la divinità, definisce la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Tutto va inserito però nella fedeltà alla Legge, alla promessa divina e all’alleanza, che richiederà un "sacerdote perfetto".
  

Siamo al secondo dossier per l’Anno sacerdotale. Affrontiamo alcune problematiche esegetiche e storiche basilari per l’odierna comprensione (ne parleremo in altri interventi lungo il 2010).
  

In una lettura dell’Antico Testamento che inizi dalla Genesi e prosegua secondo l’ordine canonico dei libri, la prima menzione di sacerdoti israeliti si ha in Es 19,22, all’interno del racconto della manifestazione divina al Sinai («Anche i sacerdoti che si avvicinano al Signore si santifichino, perché il Signore non si scateni contro di loro») e poi nel successivo v. 24 («Il Signore gli disse: "Va’, scendi: poi sali tu e Aronne con te; ma i sacerdoti e il popolo non irrompano per salire verso il Signore, perché non si scateni contro di loro"»).

Il momento dell'invocazione dello Spirito e dei santi.
Ogni prete ricorda con commozione il momento illustrato dalla foto:
l’invocazione dello Spirito e dei santi.

La cosa un po’ sorprende perché le istruzioni divine per la consacrazione dei sacerdoti si hanno soltanto in seguito, al cap. 28,1 («Tu fa’ avvicinare a te, tra gli Israeliti, Aronne tuo fratello e i suoi figli con lui, perché siano miei sacerdoti»): il narratore biblico, non si preoccupa dell’anacronismo che provoca la menzione dei sacerdoti prima che essi siano effettivamente consacrati. Quello che gli interessa sottolineare, infatti, è il carattere fondamentale e paradigmatico della manifestazione divina al Sinai per definire la presenza di Dio in mezzo al suo popolo.

Il fatto che Dio si faccia vicino al popolo richiede che il popolo sia in condizione di accogliere questa vicinanza e quindi, in qualche modo, di "avvicinarsi" al suo Dio. La santità e la trascendenza divina implicano però, secondo la mentalità diffusa nell’antichità, il rispetto di certe regole e norme di purificazione (o "santificazione") per celebrare il culto davanti al Signore.

I sacerdoti, per i quali il verbo "avvicinare" è fondamentale nel linguaggio anticotestamentario, sono coloro che, conoscendo e facendo rispettare queste regole, si possono "avvicinare" alla santità di Dio e, in qualche modo, anche "far avvicinare" il popolo. La funzione di "mediazione" fra l’uomo e la divinità, tipica del sacerdozio in molte culture, è quindi affermata anche nell’AT.


Foto Censi.

Caratteristiche dei sacerdoti

I due versetti di Es 19, però, suggeriscono che questa mediazione in Israele ha due caratteristiche peculiari: anzitutto essa è subordinata a quella di Mosè, che può salire sulla montagna e parlare «faccia a faccia» con Dio (cf Nm 12,8); in secondo luogo essa si inquadra nella volontà divina di stabilire uno speciale rapporto con il popolo, quindi nella teologia dell’elezione e dell’alleanza (Es 19,3-6). La preminenza della mediazione di Mosè indica che la funzione dei sacerdoti dipende anzitutto dall’attività del grande profeta e legislatore d’Israele, che è considerato, tra l’altro, anche colui che ha ordinato Aronne e i suoi figli.

Questo ha valore teologico più che storico, con implicazioni sul significato dell’istituzione sacerdotale: si afferma, infatti, il suo imprescindibile legame con la Torà insegnata da Mosè e la dipendenza da essa. Infatti, il termine torà (istruzione, legge) è spesso connesso ai sacerdoti nell’Antico Testamento (Dt 31,9.26; Dt 33,10; 2Re 12,3; Ger 2,8; Ger 18,18; Ez 7,26; 22,26; Os 4,6; Mic 3,11; Sof 3,4; Ag 2,11; 2Cr 15,3; si veda anche il frequente uso del termine in Levitico e Numeri). Insegnare e custodire la Legge era un compito fondamentale dei ministri del culto; l’insegnamento avviene su incarico divino (Dt 33,10; Os 4,6) ed è rivolto al popolo.

I profeti possono criticare duramente i sacerdoti proprio per la mancanza di fedeltà a tale compito primario (si veda soprattutto il passo di Os 4) e questa accusa va in alcuni casi di pari passo con la critica a una trascuratezza nello svolgimento dei sacrifici e delle celebrazioni religiose (Ml 1,6-2,9).

Don Daniele con il suo parroco alla prima celebrazione da diacono (7.9.2008).
Don Daniele con il suo parroco alla prima celebrazione da diacono (7.9.2008).

Gli aspetti più propriamente cultuali della Legge, quelli che a noi possono apparire soltanto formali, appaiono quindi strettamente legati a quelli profondamente religiosi ed etici. I sacerdoti dell’AT, almeno nel quadro che ne danno alcuni passi, non devono essere soltanto ministri di un culto celebrato nella più scrupolosa attenzione alle norme di purità, ma educatori e guide del popolo affinché la presenza di YHWHin Israele sia custodita e dispieghi la sua efficacia.

Per questo appare esemplare, nel passo di Nm 25 il comportamento del sacerdote Fineès: in occasione di una grave trasgressione dell’alleanza da parte del popolo d’Israele, un evento al quale anche Mosè appare assistere impotente, egli reagisce con fermezza e decisione, mostrando grande zelo per Dio. Ciò che l’intervento di Fineès tutela è l’esclusività del rapporto di alleanza e di elezione iniziato al Sinai e a cui Israele deve assolutamente mantenersi fedele. Addirittura, con un gioco di parole, l’autore di Nm 25 mette sullo stesso piano la passione di Fineès, espressa con la radice qn’ che indica la gelosia e lo zelo, e quella di YHWH, il dio "geloso", che chiede fedeltà e amore in modo esclusivo (v. 11: «Fineès, figlio di Eleàzaro, figlio del sacerdote Aronne, ha fatto ritirare la mia ira dai figli d’Israele, perché è stato animato della stessa mia gelosia in mezzo a loro, e non ho sterminato i figli d’Israele nella mia gelosia»).

Se il compito primario dei sacerdoti è quindi la celebrazione dei sacrifici e del culto nel tempio, è chiaro che tutto questo va inserito nella fedeltà alla Legge e all’alleanza per la quale l’istituzione sacerdotale ha una responsabilità decisiva, perché la presenza di Dio non ha caratteristiche magiche, ma è un appello alla libertà umana. Ciò comporta un altro aspetto: la permanenza del sacerdozio in Israele può diventare un segno della fedeltà di Dio alla sua promessa e all’alleanza.

Fino a quando ci sono sacerdoti (o un sommo sacerdote in Israele) si può star certi che YHWH non ha abbandonato il suo popolo (cf Ger 33,14-26; Sir 45; 50). Il compimento della promessa divina e l’inaugurazione dei tempi della salvezza richiederanno allora un "sacerdote perfetto", mediatore tra Dio e gli uomini.

Filippo Serafini
  

Bibliografia

Perrot C. - Serafini F., Ministri di Dio, custodi del popolo. Le "radici" bibliche del sacerdozio, San Paolo 2009, Cinisello Balsamo (Mi); Dalla Vecchia F., "Gloria del Sacerdozio", in Canobbio G. - Dalla Vecchia F. - Montini G. (ed.), Il vescovo e la sua Chiesa, Morcelliana 1996, Brescia, pp. 33-49; Grabbe L. L., Sacerdoti, profeti, indovini, sapienti nell’antico Israele, San Paolo 1998; Serafini F., L’alleanza levitica. Studio della berît di Dio con i sacerdoti leviti, Cittadella 2006, Assisi; de Vaux R., Le Istituzioni dell’Antico Testamento, Marietti 1977, Torino.

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