![]() |
|
|
Nota politica
Giornata della memoria: di
PIERSANDRO VANZAN
|
|
![]() |
Nata dalla volontà internazionale di non dimenticare i milioni di vittime e di perseguitati travolti negli orrori dei regimi nazi-fascisti in Europa(1), la Giornata della memoria (27 gennaio; legge 211 del 20.7.2000) è diventata la ricorrenza per commemorare soprattutto le vittime dell’Olocausto (la Shoà): ma senza dimenticare gli altri (rom, badogliani(2), ecc.), nonché quanti, a rischio della vita, diedero protezione a quei braccati, riuscendo a salvarne non pochi(3). E quest’anno la Giornata della memoria è stata particolarmente illuminata dalla storica visita del Papa al Tempio ebraico di Roma(4). Purtroppo non mancano, continue e ben tristi, le ombre: quelle dei "revisionisti" e addirittura "negazionisti". Nel 2009, per esempio, la Giornata della memoria fu rattristata dallo sconsiderato "negazionismo" – negazione della Shoà nella sua verità storica – del vescovo lefebvriano Richard Williamson il quale, all’intervistatore della televisione svedese che gli domandava un parere sull’Olocausto, richiamandosi alle teorie revisioniste osava dire: «Ritengo che non vi furono camere a gas»(5). Le sue parole avevano ovviamente provocato la reazione della Santa Sede che, intervenendo tempestivamente, si era dissociata da un’idea tanto pericolosa quanto lontana dalla verità. Ma ecco che lo scorso 22 ottobre usciva quest’altra notizia sconcertante: Antonio Caracciolo, professore di filosofia del diritto all’Università La Sapienza di Roma, definiva l’Olocausto una "leggenda" sulla quale esistono «solo verità ufficiali, non soggette a verifica storica, e contraddittorie». Una «leggenda usata per colpevolizzare moralmente i popoli vinti». E continuava: «Anche le camere a gas, ammesso e non concesso che siano mai veramente esistite», sono una delle tante verità «da verificare». Quindi, interrogato sulla Shoà, affermava l’esistenza di una «controversia storica sul numero dei morti di Auschwitz» e – attribuendo la cifra totale delle vittime a quel solo lager – affermava: «Che siano sei milioni nessuno sembra più voglia seriamente sostenerlo. Che poi all’indubbia discriminazione e persecuzione di ebrei, zingari, omosessuali, disadattati, oppositori politici di ogni genere sia seguita in senso proprio anche la volontà di "sterminio" mediante "camere a gas" è cosa su cui io posso sospendere il giudizio in attesa di prove certe o in attesa di un mio personale e informato convincimento». Le dichiarazioni hanno provocato un deciso intervento sia del rettore della Sapienza, prof. Luigi Frati – che invitava «il professore ad andare ad Auschwitz» –, sia della Comunità ebraica romana, che annunciava un’iniziativa legale. Il presidente, dott. Riccardo Pacifici, dichiarava: «Ci sono molti "signor nessuno" che pensano di aver una ribalta e una notorietà cercando di sorprendere o di stupire. Questi signori devono sapere che [...] l’Italia, l’Europa, le Nazioni Unite hanno fatto propria la lezione della Shoà a tal punto che il 27 gennaio, Giornata della memoria, è celebrata ovunque. Questi "signori" in alcuni Paesi europei, purtroppo ancora non in Italia, sono perseguiti dalla legge per le tesi che sostengono». Da parte sua, l’assessore capitolino alla cultura, Umberto Croppi, richiamando l’attenzione sulle carenze nella formazione dei giovani, sottolineava: «È necessario coltivare e approfondire il tema della memoria, e la scuola riveste in quest’ambito un ruolo fondamentale. Serve un supplemento pedagogico su questo punto»(6). Sì, perché negare la Shoà significa cancellare sofferenze, orrori e ricordi della persecuzione nazista, di lager popolati da milioni di individui ridotti a larve umane, di tedeschi disumani responsabili di crimini orrendi, ma anche obliare i tanti che furono capaci di opporsi al nazismo in nome del cristianesimo o di un alto ideale(7). È perciò fondamentale che la memoria della Shoà non rimanga esclusivo patrimonio storico e culturale ebraico, ma venga proiettata ovunque e condivisa da tutti. In tal senso è bene introdurre un altro elemento di riflessione. Circola di nuovo in questi giorni una e-mail a catena di qualche anno fa che, riprendendo le parole del generale Eisenhower, quando vide gli orrori di Auschwitz – «Si tenga il massimo della documentazione, si facciano filmati, si registrino i testimoni perché, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo» –, rievoca crudamente la barbarie dello sterminio nazista e ribadisce l’urgenza di mantenere viva la memoria dell’Olocausto, specificamente insegnando nelle scuole la storia di quell’immane tragedia. L’iniziativa è importante e lodevole, ma rischia d’essere controproducente, poiché il testo della lettera contiene una grave e pericolosissima falsità. Vi si legge infatti: «Questa settimana il Regno Unito ha rimosso l’Olocausto dai piani di studio scolastici poiché "offendeva" la popolazione musulmana, che afferma che l’Olocausto non è mai esistito». Come racconta con molti dettagli il sito Snopes.com, non solo questa mail gira da tempo in lingua inglese – e non è chiaro il perché di quest’ampio nuovo battage –, ma la versione riguardante il Regno Unito è del tutto falsa. Infatti, l’Olocausto non solo continua a far parte dei programmi scolastici britannici, ma è e rimane obbligatorio nel Key Stage 3 (studenti da 11 a 14 anni) nell’Inghilterra propriamente detta. Soltanto nei programmi scolastici scozzesi, gallesi e nord irlandesi, è considerato facoltativo. L’equivoco – speriamo in buona fede! – è nato probabilmente dall’interpretazione errata di una segnalazione apparsa sul quotidiano The Guardian, secondo cui un singolo (!) dipartimento di storia di una singola (!) scuola aveva tolto l’Olocausto dal proprio programma. Ma, al di là del fatto in sé, la domanda che s’impone è un’altra: perché chiamare in causa i musulmani e, stravolgendo la notizia, far in modo che ricada su di loro l’accusa di aver affermato che l’Olocausto non è mai esistito? Tra le tante risposte possibili, la più ovvia sembra questa: per acutizzare le tensioni tra ebrei e musulmani, già fortemente alimentate dall’intrigante e mai risolta "questione mediorientale". Non solo, all’interno della continua lotta tra israeliani e palestinesi – e, di conseguenza, tra i loro rispettivi sostenitori –, il negazionismo sembra essere ormai diventato una poderosa macchina simbolica e ideologica che, contestando lo sterminio degli ebrei di ieri, mette fortemente in discussione il diritto alla sopravvivenza di quelli di oggi. In ogni caso, glissando qui sulla complessa vicenda dell’attuale Stato ebraico, resta chiara e fuori discussione l’importanza della memoria dell’Olocausto per ogni donna e uomo di retto sentire. Infine, l’ultima ombra calata in anticipo sulla Giornata della memoria, esattamente il 18 dicembre 2009, è legata al misterioso trafugamento della scritta Arbeit macht frei («Il lavoro rende liberi»), che campeggiava sul cancello d’ingresso di Auschwitz, il campo di sterminio tragicamente più famoso al mondo(8). L’iscrizione in ferro battuto, costruita per ordine dei nazisti dagli stessi prigionieri, era stata installata nel 1940 sul cancello del campo e, dopo la sua liberazione (27 gennaio 1945), era diventata il tragico simbolo dell’orribile massacro in Europa di oltre sei milioni di persone tra ebrei, rom, omosessuali, handicappati, prigionieri di guerra e oppositori politici. In seguito a tempestive e attente ricerche, gli autori del furto – cinque uomini tra i 20 e i 39 anni, non appartenenti a gruppi neonazisti – sono stati arrestati e la scritta, ritrovata, tornerà ben presto al suo posto. Eppure, questo gesto – apparentemente ingiustificato – necessita di una riflessione più profonda. Forse qualcuno voleva che l’assenza di quella scritta, così tragicamente familiare alla memoria di tutti noi, potesse favorire l’oblio di quanto è successo al di là di quel cancello? È come se quel rimuoverla equivalesse a sottrarre il nucleo incandescente di quel tragico passato: la cui memoria è e deve rimanere patrimonio comune dell’umanità, oltre che monito per le generazioni future. Per questo il 27 gennaio, Giornata della memoria, resta una commemorazione fondamentale, perché il ricordo dell’Olocausto, delle sue vittime, dei sopravvissuti e di quanti persero la vita pur di seguire i dettami del cuore e della retta coscienza, traccia in ognuno di noi quella linea indispensabile che delimita e separa il bene dal male: permettendoci ancora una volta di scegliere da quale parte stare. Piersandro Vanzan |
![]() |