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Ci scrivono L’ultimo
saluto a padre Brunetta |
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Giuseppe
Brunetta, nato a Postioma (Tv) il 28 settembre 1927, entrò nella
Compagnia di Gesù il 9 febbraio 1951 e fu ordinato sacerdote il 10 luglio
1960. Oltre alla classica formazione gesuitica – spiritualità ignaziana,
filosofia e teologia neoscolastica –, padre Brunetta studiò sociologia
a Roma e conseguì un master alla Columbia University di New York.
Infatti, colpito da ischemia cerebrale a fine novembre 2009, il 19 dicembre è tornato alla Casa del Padre, tra l’unanime cordoglio dei tanti che ebbero la fortuna e più la grazia di conoscerlo, apprezzandone non soltanto le doti umane – e il carattere tanto aperto quanto gioioso (con punte di sana ironia) – ma anche lo spessore e il fascino di una fede adamantina. Tali doti umane e il loro plusvalore cristiano hanno fatto sì che padre Brunetta da sempre abbia ben coniugato l’impegno pastorale agli studi e alle pubblicazioni negli ambiti della sociologia e soprattutto della statistica. Infatti, da sempre la domenica mattina celebrava la messa e ascoltava le confessioni presso una parrocchia di Milano e negli ultimi anni celebrava la messa tutti i giorni presso la Casa generalizia delle Suore di Maria Bambina. Inoltre, nei periodi estivi collaborava con la sua parrocchia natia, a Postioma, dove si prestava per colloqui, aiutava i giovani negli studi e, in particolare, ogni anno organizzava per loro un viaggio formativo-culturale in Italia o all’estero. Perciò in tanti ora sentono, e grande, il vuoto che padre Brunetta lascia dietro a sé. Ma, ciononostante, in tanti – e noi soprattutto – con sant’Agostino diremo: «Signore, non ti chiediamo perché ce l’hai tolto, ma ti ringraziamo per il tempo che ce l’hai donato». padre Piersandro Vanzan, Ci uniamo con affetto al cordoglio dei Gesuiti e dei suoi confratelli dell’Istituto Leone XIII di Milano per la scomparsa improvvisa di un collaboratore che ha illuminato per anni VP. Ogni volta che lo sentivo per telefono era una festa: gli dicevo che avrebbe potuto essere mio genitore, visto che mia madre è del ’27. Tanto era preparato nelle statistiche, quanto umano nelle relazioni. Dovevamo rivederci nel suo Istituto (vedi la foto dello scorso anno) per programmare il 2010: non abbiamo fatto in tempo. Grazie, padre Brunetta, a nome di tutti coloro che lavorano a VP e dei nostri lettori. Grazie soprattutto della tua amicizia! don Giuliano Censi
Il nuovo anno è appena cominciato, ed è subito segnato da una pessima notizia. La rivolta degli immigrati a Rosarno (Rc), e i conseguenti gravi disordini, mostrano ancora una volta la tragica situazione di persone costrette a vivere in condizioni degradanti, catturate dal miraggio di una vita migliore e subito disilluse: osteggiate da quelle stesse persone che ne sfruttano la fame offrendo lavori in nero e ampiamente sottopagati. Le immagini dei media restituiscono un quadro desolante, inaccettabile per un Paese che si ostina a definirsi civile ma che di fatto – almeno in riferimento alle politiche sull’immigrazione e sull’integrazione – civile non è. Come sempre, di fronte alle sconcertanti immagini della bidonville della Rognetta, si sollevano le voci indignate di politici e amministratori, cui fanno eco le dure accuse di chi – Chiesa locale e associazioni di volontariato – da anni denuncia, invano, il degrado e la pericolosità di una situazione, ora sfociata in una tragica guerriglia tra poveri. Infatti, quale differenza c’è tra i negri costretti a vivere in scatole di cartone e quanti, dai balconi o nelle strade, al grido di "Spara all’immigrato!", esibiscono l’identità territoriale con fucili a pressione e spranghe? Si tratti di rabbia sedata a fatica in un silenzio d’inculturazione e ignoranza e alla fine esplosa, o di agitazione strumentalmente provocata da quella criminalità che si nutre di queste "povertà" per rivoltarle contro le istituzioni, la sensazione è che ci si trovi di fronte a una vera guerra tra ultimi. «Gli ultimi saranno i primi», dice il Vangelo: ma a Rosarno gli ultimi sembrano essere lasciati in balìa di un’assurda faida fratricida. Come agire dunque? Ripartire dalla persona, prendendo a prestito le parole del Papa nell’Angelus dell’11 gennaio, un monito che coinvolge tutti: cittadini, istituzioni e la stessa Chiesa, chiamata forse a realizzare con ancor più forza l’insegnamento ricevuto dal Buon Samaritano. Fabio Rossi
Sono un insegnante di religione in una scuola secondaria di primo grado. I miei alunni spesso e volentieri fanno domande acute e interessanti a cui quasi sempre riesco a rispondere. Ma una domanda mi blocca e la mia risposta è sempre la stessa: «Perché la Chiesa è così ricca e il Papa ha tutti quei vestiti, crocifissi, ori in Vaticano, quando c’è gente che muore di fame?». La mia usuale risposta è: «La Chiesa siamo tutti, e tutti collaboriamo ad aiutare coloro che sono nel bisogno. I missionari non sono forse "la Chiesa"? Il Papa non può disporre di beni del Vaticano perché non sono suoi, un po’ come se il direttore del Louvre volesse vendere la Gioconda. E poi non è detto che lui non viva in povertà nel suo ambiente più ristretto...». Però le mie risposte non danno assolutamente un conforto ai ragazzi, che forse sono anche "indottrinati" dalle famiglie e dai media contro il Vaticano. Grazie se vorrete aiutarmi in questo argomento un po’ delicato. Christian Risponde don Maurilio Guasco. Ma forse è bene aggiungere qualche altra considerazione. 1) Qualche volta tendiamo a dimenticarci che rischiamo di dare una cattiva immagine della nostra Chiesa a causa di cose secondarie di cui potremmo anche fare a meno, quando avremmo tante cose migliori da dire e presentare. 2) Il Papa pensa che questo è un modo per rendere gloria al Signore. Ma ci sono purtroppo persone che, come si diceva una volta, sono più papiste del Papa. Conosco il direttore dell’Osservatore Romano, che considero persona saggia, e non il nuovo di Avvenire; ma immagino lo sia altrettanto. Per questo trovo triste che i due giornali dedichino un articolo per presentarci il nuovo pastorale del Papa: peso, altezza... Davvero era il caso? E come potremo protestare quando altri giornali descrivono i vestiti di certi attori, visto che rischiamo di fare lo stesso? Qui il Papa non c’entra: ma forse cadiamo nella stessa tentazione di alcuni personaggi che circondano l’attuale presidente del consiglio: pronti a osannarlo comunque, anche quando lui stesso magari ne farebbe a meno. 3) La Chiesa è ricca e la gente muore di fame. Anche qui vi è del vero, ma il discorso è un po’ limitato. Vendendo quei beni si aiuterebbero tanti poveri per una volta; tenendoli nei musei e usandoli ogni tanto, si raccolgono dai visitatori denari che servono su tempi lunghi, e non una sola volta. E le Chiese locali, i missionari, siano essi religiosi/e o laici, ricevono continuamente aiuti da Roma, raccolti in parte proprio dai visitatori dei musei: e quel denaro è utilizzato in favore dei più poveri. Quindi vi è già da parte della Chiesa un forte sforzo per aiutare i poveri. Ma qui il professore di religione potrebbe a sua volta diventare provocatorio: lo sanno i suoi alunni che con i soldi che due di loro spendono una sera in discoteca si potrebbero mantenere per un mese due famiglie nei Paesi poveri? Lo sanno che il loro panino o la pizzetta quotidiana costa un prezzo superiore a quello di cui dispone per vivere un giorno circa un miliardo di persone nel mondo: un miliardo di persone, ripeto, che dispone per vivere di meno di un dollaro al giorno? Inviti quindi i suoi alunni a continuare a fare critiche
giuste anche sulla gerarchia ecclesiastica: ogni stimolo a migliorare deve
essere accolto con riconoscenza. Ma ricordi loro che il mondo è purtroppo
pieno di persone che fanno giuste osservazioni agli altri, e non si
accorgono che nel loro piccolo adottano esattamente gli stessi
comportamenti.
Vorrei evidenziare un gesto del rito del battesimo, poco percepito dai presenti, a volte banalizzato o minimizzato. Mi riferisco all’unzione con l’olio dei catecumeni. Sappiamo benissimo che con l’orazione di esorcismo e attraverso questa unzione si chiede a Dio di rendere forte il catecumeno contro le tentazioni e le insidie del male. Come gli antichi gladiatori si ungevano con olio per rendere più tonica la muscolatura e più difficile la presa all’avversario, così l’olio dei catecumeni rappresenta la forza di Dio per combattere contro l’avversario, satana. Ma quanti ne comprendono il vero significato, se non con opportuna didascalia? Quante volte il gesto viene "banalizzato" o celebrato con scarsa evidenza? Ho visto presbiteri che con l’olio dei catecumeni al bambino ungono chi la gola, chi la fronte e chi, con un po’ d’imbarazzo dei genitori, unge abbondantemente il petto dopo aver sbottonato ampiamente il vestitino. Se poi è femminuccia e non proprio neonata, l’imbarazzo risulta maggiore. Per esplicare questo gesto sulle donne, una volta vi erano le diaconesse. Visto che si tratta di un rito di esorcismo credo che potrebbe essere sostituito con l’imposizione delle mani. D’altronde anche i vangeli ci dicono che Gesù liberava dai demoni con l’imposizione delle mani (Lc 13,13). In questo caso il gesto sarebbe più evangelico e verrebbe meno qualche imbarazzo. Il Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti rende facoltativo questa parte del rito, dicendo a proposito: «Se, a giudizio della Conferenza episcopale viene mantenuta l’unzione con l’olio dei catecumeni» (206); «Se il rito dell’unzione con l’Olio dei catecumeni è stato conservato dalla Conferenza episcopale» (354); «Questa unzione si può anche tralasciare a giudizio della Conferenza episcopale» (218; 256; 340). E la sostituisce con il gesto evangelico dell’imposizione delle mani: «Questa unzione si può anche tralasciare» (256), «e subito dopo il celebrante senza dire nulla impone la mano» (340). Credo che questo gesto, messo ben in evidenza, sarebbe più evangelico, anzi biblico ed eviterebbe ripetizioni e qualche imbarazzo. P.S. Visto che si parla di olio dei catecumeni, nel vecchio rito delle ordinazioni presbiterali (1960) trovo scritto: «Pontifex cum oleo catechumenorum inungit ambas manum dicens: Consecrare et santificare». Spero sia solo un errore di stampa, perché non ha senso ungere, santificare e consacrare le mani al neopresbitero con l’olio dei catecumeni. Alberto Piccione Risponde don Daniele Piazzi. È vero, come osserva il lettore, che nel battesimo ci sono due unzioni che rischiano di diventare sovrabbondanti e che in rituali di altre nazioni sia per gli adulti sia per i bambini si è scelto di sostituire l’unzione prebattesimale con l’imposizione delle mani. Sono adattamenti consentiti alle Conferenze episcopali. Quella italiana non ha ritenuto opportuno avvalersene (Rito del battesimo dei bambini 23-24). La difficoltà c’è, soprattutto perché le unzioni non si possono rendere come vere e proprie unzioni e la nostra cultura sembra piuttosto considerare l’ungere con olio come uno sporcare, non come un gesto o curativo (unzione prebattesimale) o cosmetico (unzione con il crisma, olio profumato). Cosa fare allora? Io non sarei così drastico circa la lontananza dalla nostra cultura delle unzioni battesimali. Non dimentichiamo che le orazioni (56) e la formula dichiarativa (57: «Vi ungo con l’olio») dicono abbastanza chiaramente il significato dell’unzione prebattesimale. Un’eventuale breve monizione può solo richiamare all’uso curativo dell’olio. Del resto osserva F. Trudu in un articolo del numero citato di RPL: «Come per ogni gesto liturgico, anche l’unzione richiede da un lato un percorso di catechesi e di iniziazione, dall’altro una ricca gestualità che nell’azione rituale lo esalti in tutta sua pregnanza. Cedere al minimalismo liturgico mortifica l’esperienza rituale e spirituale di chi partecipa all’azione sacra. È importante cogliere il significato e la ricchezza corporea del gesto dell’unzione, tanto più in un contesto culturale come il nostro dove i massaggi e la manipolazione del corpo con balsami sono sempre più rilevanti. È un gesto antico, l’unzione, che se compiuto in una modalità minimalistica perde di significato e richiede molte spiegazioni. Ma con una pratica più adeguata come lo stesso gesto richiede, ricca nella sua dimensione corporea, sostenuta da una corretta formazione liturgica, è un gesto vicino, comprensibile anche nella cultura contemporanea, facilmente percepibile nell’esperienza di fede che si vive nella celebrazione liturgica». P.S.: Per quanto riguarda l’unzione delle mani nel
rito dell’ordinazione presbiterale precedente la riforma, il lettore non
ha incontrato un errore di stampa. Davvero si ungevano le mani dei
presbiteri neoordinati con l’olio dei catecumeni (Pontificale
Romanum. Editio princeps 1595-1596, a cura di M. Sodi - A. M. Triacca,
Città del Vaticano 1997, 116). Veniva così distinta dall’unzione fatta
con il crisma sul capo del neovescovo, durante la preghiera di ordinazione
e al canto del Veni Creator (161-162). Ma l’unzione veniva fatta
anche sulle mani dell’ordinato, anch’essa con il crisma (166). Usando
distintamente l’olio dei catecumeni per i presbiteri e il crisma per i
vescovi si stabiliva una gerarchizzazione nell’unzione delle mani.
Carissimo don Giuliano, mi riferisco al tuo editoriale "L’Anno sacerdotale e padre Falsini", pubblicato su VP 10/09, p. 5, là dove scrivi: «Un nostro "debole" sogno sarebbe suscitare dibattiti più sostenuti sulla rivista», e ti chiedo: come è possibile avviare e realizzare tale sogno? don Giancarlo Risponde don Giuliano Censi.
Da un po’ di tempo ho scoperto questa bellissima rivista. Purtroppo girando il mondo per lavoro non mi ero mai fermato a leggerla. Adesso lavoro in UK con Migrantes. Avrei una domanda da fare a chi risponde alle lettere. Riguarda una situazione che mi capita, anche a causa del mio lavoro a fianco di persone non sempre dentro gli schemi che conosciamo meglio. Si tratta del battesimo di bambini di coppie omossessuali. So che è un argomento "caldo", ma vale secondo me la pena di pensarci sopra. e voi mi date l’impressione di parlare con correttezza pastorale. fr. Gianni Carparelli Risponde don Silvano Sirboni. Queste garanzie possono essere date anche dai padrini, con il consenso dei genitori se questi non sono disponibili ad assumersi questo impegno. Diversamente lo stesso testo sopra citato suggerisce di differire il battesimo con la consapevolezza che, in ogni evenienza, il bambino non sarà privato della beatitudine eterna (cf CCC 1261). Il caso presentato esula talmente dalle comuni problematiche finora incontrate che non mi pare vi siano al riguardo norme ufficiali. Là, dove purtroppo si verificasse tale circostanza, resta solo l’intelligente saggezza e la responsabilità pastorale a partire dalla sana dottrina e dalla disciplina della Chiesa che localmente fa capo all’ordinario diocesano. Non si tratta in questa sede di affrontare la problematica delle coppie omosessuali, né di giudicare le singole persone che ne fanno parte. Il vero problema non è il battesimo del bambino, ma la situazione del tutto innaturale che sta a monte e nella quale il bambino deve crescere. Il bambino, come riconosce ogni psicologo o pedagogista, ha bisogno di un papà e di una mamma per una sana maturazione umana, per una corretta visione della famiglia e un equilibrato inserimento nella vita. Il che non impedisce di dargli il battesimo, ma la saggezza pastorale suggerisce, forse, anche nel caso di una coppia di omosessuali credenti, di rinviare il battesimo ad un’età più matura, pur iscrivendo il bambino nel libro dei catecumeni per un itinerario di formazione che avrà luogo all’epoca della scolarità (cf doc. citato, n. 30, in EV 7/624). La dottrina della Chiesa assicura che i catecumeni già "appartengono alla famiglia di Cristo" (RICA 18) e hanno diritto alle esequie cristiane. C’è comunque da augurarsi di non doversi mai trovare in una simile situazione.
Per assoluta mancanza di spazio abbiamo dovuto rimandare al mese prossimo la rubrica "Notizie". Ce ne scusiamo con i lettori. g.c.
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