Quasi a modo di
semplice e umile introduzione all’ampia e
approfondita riflessione con riferimenti sicuri a livelli biblici,
storici, teologici, ecclesiali, sviluppati nell’apposito dossier a opera
di studiosi specialisti, vorremmo tentare in questa sede di rispondere a
una domanda non secondaria che a volte affiora in lettori più attenti ed
esigenti in materia: sacerdozio o ministero ordinato? Oppure: sacerdozio e
ministero ordinato? Oppure ancora: solo sacerdozio?
Intendiamoci bene: non si tratta di una questione di
primaria importanza, tant’è che per molti non si pone neppure e anche
da parte di chi ne parla in ambito ecclesiale, compreso il magistero,
spesso si usano indifferentemente o alternativamente le varie modalità
sopra accennate, dando per scontato che si equivalgano. Ciò non toglie
che volendo (come lodevolmente fa VP in questi mesi dedicando più numeri
al grande evento e tema dell’Anno sacerdotale) cercare di situare e di
comprendere meglio tale realtà essenziale per la vita della Chiesa di
ogni tempo, forse non sia del tutto inutile porre l’interrogativo e
tentare una relativa risposta possibilmente soddisfacente.
Naturalmente la questione sacerdozio/ministero ordinato
si pone all’interno del quadro più ampio dell’ecclesiologia che per
noi ovviamente non può che essere (almeno lo speriamo!) quella del
concilio Vaticano II, da cui appunto vogliamo trarre qualche autorevole
indicazione in merito al nostro argomento, specialmente nei due documenti
più direttamente attinenti, vale a dire Lumen gentium e Presbyterorum
ordinis.

Il vescovo di Alba durante un’ordinazione
presbiterale
(foto Censi).
Il sacerdozio
di Cristo e il sacerdozio comune dei fedeli. Com’è
noto, con una precisa e combattuta scelta il Vaticano II nella LG ha
reimpostato con chiarezza e coraggio una successione diversa rispetto a un
certo passato, a riguardo dell’appartenenza e compiti all’interno
della Chiesa: prima ciò che unisce perché comune a tutti e poi lo
specifico proprio alle diverse vocazioni. È in questo contesto che si
possono trovare ragioni valide per una fondata risposta al nostro quesito,
soprattutto ai nn. 10 e 11.
Il punto di partenza decisivo – e non potrebbe essere
diversamente – è il sacerdozio di Cristo, come si evince facilmente
dalla Lettera agli Ebrei citata appunto al n. 10; sacerdozio unico,
fontale, sufficiente e irrepetibile. Ma subito dopo il testo conciliare,
anziché come forse ci si potrebbe aspettare (e probabilmente si aspettava
almeno da parte di alcuni), passa immediatamente al sacerdozio comune,
partecipato da Cristo a tutti i suoi fedeli: «Infatti per la
rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono
consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per
offrire mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici»
(10). Subito dopo spiega per bene: «Il sacerdozio comune dei fedeli e il
sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano
essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro,
poiché l’uno e l’altro, ognuno a proprio modo, partecipano all’unico
sacerdozio di Cristo» (id.).
Dunque si potrebbe già mettere in luce un dato
importante e illuminante: il termine sacerdozio per sé ha un significato
generale o comune che va ben specificato: sacerdozio di Cristo, come si è
detto, unico esclusivo Suo, diverso completamente dal sacerdozio, non solo
quello pagano ma pure da quello dell’AT; sacerdozio di tutti i
battezzati, compresi (cosa che spesso si dimentica) anche i ministri
ordinati: tutti rinasciamo in Cristo allo stesso modo, prima di ogni
successiva chiamata a eventuali ministeri e tali si rimane e in virtù di
questo ci si santifica, come abbondantemente spiega LG 11; sacerdozio poi
ministeriale che di fatto per motivi vari storici, contingenti nel
linguaggio corrente e immaginario collettivo, ha quasi monopolizzato il
significato comune fino a far dimenticare l’accezione genuina del
termine e quel che è più grave il contenuto teologico ed ecclesiale.
Il ministero
ordinato a servizio del sacerdozio comune. Ma c’è
di più: il sacerdozio ministeriale non ha altro scopo se non quello di
essere a servizio del sacerdozio comune dei fedeli (compresi, lo
ripetiamo, i ministri stessi!) affinché possano, in effetti, partecipare
ai sacramenti e offrire il vero culto spirituale, come detto sopra
sviluppato al n. 11; paradossalmente, ma non troppo, potremmo dire che se
è vero che non possono e non debbono mancare i ministri ordinati perché
i fedeli laici siano in grado di vivere la fede, è altrettanto vero che
se per ipotesi venissero a mancare tutti i fedeli non avrebbe più senso
lo stesso ministero ordinato! Dunque tutti partecipi dello stesso
sacerdozio di Cristo, ma strettamente e indissolubilmente uniti,
"ordinati l’uno all’altro", per cui il dono specifico
(ministero ordinato) ha senso unicamente nel e per il dono comune
(sacerdozio).
Se ancora fosse necessario a riprova che questa
impostazione di rapporti, che per essere corretti e come tali percepiti
hanno bisogno di termini pure corretti, è consona a tutta l’ecclesiologia
del Vaticano II, possiamo facilmente trovare altri testi ampi e precisi.
Innanzitutto l’intero cap. 3 della LG che tratta appunto dei pastori
della Chiesa, in particolare dei vescovi, e afferma con chiarezza proprio
all’inizio del testo: «I ministri infatti che sono rivestiti di sacra
potestà servono i loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al
popolo di Dio, e perciò hanno una vera dignità cristiana, tendano
liberamente ed ordinatamente allo stesso fine della salvezza» (18).
Sviluppando poi le tre forme del ministero ordinato
(episcopato, presbiterato, diaconato) e le tre grandi funzioni della
missione (insegnare, santificare, guidare), pur usando a volte il termine
sacerdoti riferito ai presbiteri (cf 28), di preferenza parla sempre di
ministri ordinati, anche perché quando tratta del diaconato (29) deve
necessariamente chiarire che i diaconi non partecipano al sacerdozio
proprio dei vescovi e dei presbiteri (tipica la presidenza eucaristica),
pur essendo anche loro ministri ordinati nell’unico sacramento apposito.
Il documento che senza dubbio privilegia l’uso del
termine presbiteri e non sacerdoti come comunemente inteso è certamente
il bellissimo e intramontabile Presbyterorum ordinis, tutto
dedicato alla vita e al ministero sacerdotale. Qui fin dal titolo la
scelta è fatta e volutamente. Non è questa la sede per un anche minimo e
sommario commento del testo; semplicemente è chiara la preferenza nell’accentuare
la natura di servizio del ministero presbiterale rispetto al sacerdozio
comune e che per una sua migliore realizzazione il Concilio imposti tutta
la trattazione in chiave comunionale (sempre il termine al plurale!),
piuttosto che in una visuale individuale, sia pure spirituale, quasi fosse
un dono a sé stante. Questo aspetto importantissimo, e ancora in larga
misura incompreso e tanto meno vissuto, è stato richiamato con forza da
Benedetto XVI nella lettera per l’Anno sacerdotale in corso, citando
espressamente le affermazioni del PO riprese e sviluppate da Giovanni
Paolo II nella Pastores dabo vobis: «Il ministero ordinato ha una
radicale forma comunitaria e può essere esercitato solo nella comunione
dei presbiteri con il loro vescovo» (17).
In conclusione da quanto accennato, senza alcuna
pretesa, pur non facendone una questione di principio, possiamo forse dire
con fondatezza che un uso più appropriato dei termini sacerdozio e
ministero ordinato non guasterebbe, anzi forse potrebbe offrire un piccolo
aiuto alla presa di coscienza della rispettiva dignità e del doveroso
servizio per tutti.
+ Sebastiano Dho,
vescovo di Alba (Cn)