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Editoriale

Sacerdozio e ministero ordinato

di monsignor SEBASTIANO DHO
   

   Vita Pastorale n. 2 febbraio 2010 - Home Page

Quasi a modo di semplice e umile introduzione all’ampia e approfondita riflessione con riferimenti sicuri a livelli biblici, storici, teologici, ecclesiali, sviluppati nell’apposito dossier a opera di studiosi specialisti, vorremmo tentare in questa sede di rispondere a una domanda non secondaria che a volte affiora in lettori più attenti ed esigenti in materia: sacerdozio o ministero ordinato? Oppure: sacerdozio e ministero ordinato? Oppure ancora: solo sacerdozio?

Intendiamoci bene: non si tratta di una questione di primaria importanza, tant’è che per molti non si pone neppure e anche da parte di chi ne parla in ambito ecclesiale, compreso il magistero, spesso si usano indifferentemente o alternativamente le varie modalità sopra accennate, dando per scontato che si equivalgano. Ciò non toglie che volendo (come lodevolmente fa VP in questi mesi dedicando più numeri al grande evento e tema dell’Anno sacerdotale) cercare di situare e di comprendere meglio tale realtà essenziale per la vita della Chiesa di ogni tempo, forse non sia del tutto inutile porre l’interrogativo e tentare una relativa risposta possibilmente soddisfacente.

Naturalmente la questione sacerdozio/ministero ordinato si pone all’interno del quadro più ampio dell’ecclesiologia che per noi ovviamente non può che essere (almeno lo speriamo!) quella del concilio Vaticano II, da cui appunto vogliamo trarre qualche autorevole indicazione in merito al nostro argomento, specialmente nei due documenti più direttamente attinenti, vale a dire Lumen gentium e Presbyterorum ordinis.

Il vescovo di Alba durante un'ordinazione presbiterale.
Il vescovo di Alba durante un’ordinazione presbiterale
(foto Censi).

Il sacerdozio di Cristo e il sacerdozio comune dei fedeli. Com’è noto, con una precisa e combattuta scelta il Vaticano II nella LG ha reimpostato con chiarezza e coraggio una successione diversa rispetto a un certo passato, a riguardo dell’appartenenza e compiti all’interno della Chiesa: prima ciò che unisce perché comune a tutti e poi lo specifico proprio alle diverse vocazioni. È in questo contesto che si possono trovare ragioni valide per una fondata risposta al nostro quesito, soprattutto ai nn. 10 e 11.

Il punto di partenza decisivo – e non potrebbe essere diversamente – è il sacerdozio di Cristo, come si evince facilmente dalla Lettera agli Ebrei citata appunto al n. 10; sacerdozio unico, fontale, sufficiente e irrepetibile. Ma subito dopo il testo conciliare, anziché come forse ci si potrebbe aspettare (e probabilmente si aspettava almeno da parte di alcuni), passa immediatamente al sacerdozio comune, partecipato da Cristo a tutti i suoi fedeli: «Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici» (10). Subito dopo spiega per bene: «Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo» (id.).

Dunque si potrebbe già mettere in luce un dato importante e illuminante: il termine sacerdozio per sé ha un significato generale o comune che va ben specificato: sacerdozio di Cristo, come si è detto, unico esclusivo Suo, diverso completamente dal sacerdozio, non solo quello pagano ma pure da quello dell’AT; sacerdozio di tutti i battezzati, compresi (cosa che spesso si dimentica) anche i ministri ordinati: tutti rinasciamo in Cristo allo stesso modo, prima di ogni successiva chiamata a eventuali ministeri e tali si rimane e in virtù di questo ci si santifica, come abbondantemente spiega LG 11; sacerdozio poi ministeriale che di fatto per motivi vari storici, contingenti nel linguaggio corrente e immaginario collettivo, ha quasi monopolizzato il significato comune fino a far dimenticare l’accezione genuina del termine e quel che è più grave il contenuto teologico ed ecclesiale.

Il ministero ordinato a servizio del sacerdozio comune. Ma c’è di più: il sacerdozio ministeriale non ha altro scopo se non quello di essere a servizio del sacerdozio comune dei fedeli (compresi, lo ripetiamo, i ministri stessi!) affinché possano, in effetti, partecipare ai sacramenti e offrire il vero culto spirituale, come detto sopra sviluppato al n. 11; paradossalmente, ma non troppo, potremmo dire che se è vero che non possono e non debbono mancare i ministri ordinati perché i fedeli laici siano in grado di vivere la fede, è altrettanto vero che se per ipotesi venissero a mancare tutti i fedeli non avrebbe più senso lo stesso ministero ordinato! Dunque tutti partecipi dello stesso sacerdozio di Cristo, ma strettamente e indissolubilmente uniti, "ordinati l’uno all’altro", per cui il dono specifico (ministero ordinato) ha senso unicamente nel e per il dono comune (sacerdozio).

Se ancora fosse necessario a riprova che questa impostazione di rapporti, che per essere corretti e come tali percepiti hanno bisogno di termini pure corretti, è consona a tutta l’ecclesiologia del Vaticano II, possiamo facilmente trovare altri testi ampi e precisi. Innanzitutto l’intero cap. 3 della LG che tratta appunto dei pastori della Chiesa, in particolare dei vescovi, e afferma con chiarezza proprio all’inizio del testo: «I ministri infatti che sono rivestiti di sacra potestà servono i loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, e perciò hanno una vera dignità cristiana, tendano liberamente ed ordinatamente allo stesso fine della salvezza» (18).

Sviluppando poi le tre forme del ministero ordinato (episcopato, presbiterato, diaconato) e le tre grandi funzioni della missione (insegnare, santificare, guidare), pur usando a volte il termine sacerdoti riferito ai presbiteri (cf 28), di preferenza parla sempre di ministri ordinati, anche perché quando tratta del diaconato (29) deve necessariamente chiarire che i diaconi non partecipano al sacerdozio proprio dei vescovi e dei presbiteri (tipica la presidenza eucaristica), pur essendo anche loro ministri ordinati nell’unico sacramento apposito.

Il documento che senza dubbio privilegia l’uso del termine presbiteri e non sacerdoti come comunemente inteso è certamente il bellissimo e intramontabile Presbyterorum ordinis, tutto dedicato alla vita e al ministero sacerdotale. Qui fin dal titolo la scelta è fatta e volutamente. Non è questa la sede per un anche minimo e sommario commento del testo; semplicemente è chiara la preferenza nell’accentuare la natura di servizio del ministero presbiterale rispetto al sacerdozio comune e che per una sua migliore realizzazione il Concilio imposti tutta la trattazione in chiave comunionale (sempre il termine al plurale!), piuttosto che in una visuale individuale, sia pure spirituale, quasi fosse un dono a sé stante. Questo aspetto importantissimo, e ancora in larga misura incompreso e tanto meno vissuto, è stato richiamato con forza da Benedetto XVI nella lettera per l’Anno sacerdotale in corso, citando espressamente le affermazioni del PO riprese e sviluppate da Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis: «Il ministero ordinato ha una radicale forma comunitaria e può essere esercitato solo nella comunione dei presbiteri con il loro vescovo» (17).

In conclusione da quanto accennato, senza alcuna pretesa, pur non facendone una questione di principio, possiamo forse dire con fondatezza che un uso più appropriato dei termini sacerdozio e ministero ordinato non guasterebbe, anzi forse potrebbe offrire un piccolo aiuto alla presa di coscienza della rispettiva dignità e del doveroso servizio per tutti.

+ Sebastiano Dho,
vescovo di Alba (Cn)

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