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SPECIALE: EMERGENZA EDUCATIVA

L’inferno virtuale

di ANTONIO MAZZI
   

   Vita Pastorale n. 1 gennaio 2010 - Home Page

Le ore trascorse al computer aprono rapporti virtuali, ma uccidono quelli veri. Le nuove generazioni si rifugiano in essi appena sorgono delle difficoltà.

Dietro al computer, al telefonino, all’i-pod, a Facebook, c’è un unico pericolo. Coloro che li usano, partono giocando e si affezionano curiosando. Fin qui tutto ok. Il tragico viene da qui in avanti, quando le ore sul computer uccidono uno dietro l’altro i rapporti veri per aprire innumerevoli rapporti virtuali.

Mentre fino a ieri, ognuno di noi doveva fare i conti con i propri limiti, soffrendo, perdendo, vincendo, penando; oggi, i nostri figli, appena si accorgono di avere limiti e difficoltà, fuggono nel virtuale. Ecco il primo vero spaventoso pericolo: il computer scavalca i limiti, e ti tuffa nell’immenso, nell’interminabile, nell’infinito. Ma c’è di più: l’infinito ti diventa amico, l’impossibile possibile, il sogno realtà.

E se vogliamo fare un passo ancora più avanti, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che queste macchinette infernali uccidono la parola, ci suicidano. Senza parola siamo manichini, morti che camminano, cadaveri che escono dalle loro tombe (le case di questi...).

La parola è l’anima del nostro vivere, del nostro amare, del nostro lavorare. La mamma non si accontenta che il pupo sia bello, paffuto, sano. Conta i giorni, aspetta la prima parola con la stessa passione con cui lo ha fatto uscire dal suo grembo. Ha bisogno di un bimbo che la chiami, la invochi, le sorrida, che strapazzi le consonanti e mastichi le vocali.

Una nuova Babele?

Due innamorati possono baciarsi, fare l’amore, ma quello di cui hanno più bisogno perché li aiuta a dare significato ai due movimenti di cui sopra, è la parola. L’incanto della vocalizzazione, sempre nuova, sempre carica di tonalità uniche anche se ripetute centinaia di volte.

La parola avvicina l’uomo all’angelo, il corpo allo spirito, il tempo all’eternità. Chi parla non invecchia, ma raffina la sua relazione, che non ha bisogno di spazio, di tempo, di soldi, di fatica. L’uomo è parola incarnata. Il Creatore con sette parole ha creato il mondo; con una Parola (Cristo, il Verbo) lo ha redento e salvato.

Ogni volta che la parola si è incrinata e sporcata, il mondo ha vacillato. Babele ne è un esempio biblico straordinario. Parlare e non capirsi è stata la tragedia del popolo ebraico in quel particolare momento.

Dice Claudio Camicia: «La gioventù multitasking, ovvero quella che si sa destreggiare tra più attività in contemporanea, impiegando i più moderni mezzi tecnologici, soffre e soffrirà nel futuro di solitudine, incapacità di aggregazione, esasperato solipsismo».

Siamo tornati a parlare senza intenderci; a chiacchierare senza parlare; a udire senza ascoltare; a scimmiottare le parole degli altri. Oggi, capita che parlare anche con le parole degli altri stanca, ci mettiamo a un computer e con il minimo della fatica parliamo con il mondo vivo ma fasullo; anzi, nemmeno fasullo, perché virtuale.

Dopo anni di studi, fatiche dei nostri padri, scuole e università a bizzeffe, possibilità di imparare non solo la nostra lingua ma anche la lingua degli altri, è sbucato dal mondo degli affari, l’affare.

Un bussolottino sempre più minuscolo, e che costa sempre meno, ha soppiantato la parola, la scuola, il lavoro, l’impegno. Entrato dalla finestra (come si dice), ha spedito uno a uno gli abitanti in soffitta. Nella soffitta del virtuale.

Molti educatori e genitori sono spaventati per gli aspetti seducenti, vicini alla pornografia, alla pedofilia, all’amore simulato solo nelle sue esibizioni equivoche. Sto seguendo ragazzi chiusi da mesi nella loro stanza, che rifiutano il mondo vero.

Mi scrive una mamma: «Sono separata e ho un figlio tredicenne con problemi di crescita piuttosto spiccati. Non vuole assumersi responsabilità. A scuola va male e non ha alcuna motivazione. Ha smesso di fare sport. È molto attratto dal modello del bullo nel quale spesso si identifica. Ho molta paura. A volte sembra non distinguere il bene dal male. Mi sto rivolgendo a un team di psicologi, ma credo che abbia bisogno anche di altro. Tempo fa lo iscrissi agli scout ma non gli piacque molto e comunque ora si rifiuta di frequentarli. Rifiuta anche l’oratorio. Da una settimana si è chiuso dentro la sua camera e sta quasi ventiquattro ore su ventiquattro sul computer...».

Un fenomeno nuovo sta scoppiando a nostra insaputa e con grande velocità. Con una parola, complicata e incomprensibile, viene chiamato degli hikikomori.

Per il momento i casi più numerosi si stanno verificando in Giappone, soprattutto a Tokio, con oltre un milione di persone. Equivarrebbe all’1% della popolazione e al 2% degli adolescenti. Per spiegare in breve, e per quanto ne ho capito io, mi viene meglio partire raccontando uno dei tanti casi.

Giorgio (nome convenzionale), sedici anni, ha blindato i venti metri quadrati di soffitta e da oltre sei mesi passa giorno e notte su internet perché per lui la vera vita è lì. Esce solo col buio per assaltare il frigorifero e risponde esclusivamente a chi lo chiama con uno pseudonimo.

Perfino i genitori per parlare devono urlare davanti alla porta chiusa. Perché di anno in anno si stia involvendo traumaticamente il mondo dei giovani e perché il computer stia diventando la nuova divinità alla quale immolare vita, amicizia, amore, arte, tempo a fatica cercano di spiegarcelo gli psichiatri.

Pare quasi che i giovani vogliano ritornare nei seni materni artificiali perché incapaci di interpretare la complessità di questo mondo o perché troppo fragili e poco abituati alla concretezza e ai problemi reali.

Tornare bambini è sempre stato uno dei difetti analizzati e abbastanza spiegabili. Ritardare la maturità da qualche tempo ha inserito nel mondo dei quarantenni la classe dei Peter Pan.

Oggi i ragazzi rischiano di conoscere il cielo, il paesaggio, l'anima della natura solo attraverso uno schermo a cristalli liquidi.
Oggi i ragazzi rischiano di conoscere il cielo, il paesaggio, l'anima della natura
solo attraverso uno schermo a cristalli liquidi (foto Marcato).

Un fenomeno devastante e globale

Abbiamo però sempre vissuto queste patologie quasi sorridendo e ironizzando. Invece, davanti agli hikikomori, c’è poco da ironizzare. Gli psichiatri parlano di isolamento e di fallimenti scolastici. Faccio fatica ad accontentarmi di una spiegazione così scontata. Il fenomeno è troppo devastante e globale.

Quando parlavamo di malessere e di disagio giovanile, fino a ieri, il nostro pensiero correva all’alcol, alla droga, alla velocità, ai branchi e al bullismo. Queste ultime e inquietanti storie che ci vengono dal lontano Oriente e che hanno già leggermente toccato i nostri ragazzi, non devono assolutamente essere interpretate in modo leggero.

Urge aiutare i nostri giovani ad affrontare la realtà con genitori capaci di strattonarli qualora ce ne fosse bisogno. Abbiamo sognato per i nostri figli un mondo fatato, dorato, lontanissimo da tutto quello che oggi vedono, percepiscono e sentono.

Ora, proprio loro, sono le prime vittime della fragilità sociale, familiare, paterna e materna. La vita la si crea attorno a relazioni profonde, vere, sicure, costanti. Nulla potrà mai sostituire la voce del papà, la carezza della mamma, l’amicizia di un coetaneo, la sudata di un compito di matematica da finire prima di cena.

Noi vecchi, ignoranti, dipendenti dalla radio, dalla penna, dal televisore non possiamo capire. Lo scoutismo, lo sport, l’oratorio fanno parte dell’Antico Testamento. Secondo i nostri figli l’ignoranza ci impedisce di aprirci al nuovo.

La scuola ha introdotto il computer, ma non ne ha insegnato i limiti. Queste macchinette, in mano ai nostri figli, sono bombe a mano. La scorsa settimana, in un plesso scolastico, dopo aver discusso e chiacchierato sul bullismo, chiudendo ho rischiato il linciaggio. «Promettetemi che direte ai vostri genitori di non regalarvi mai un computer!». È caduto il soffitto!!!

Umberto Galimberti nel volume L’ospite inquietante parlando delle malattie dello spirito le ha elencate alla sua maniera sottolineando che in questa società il cielo è malato, la luce è malata, il tempo è malato, la vita è malata.

E finisce parlando della malattia «del logos frantumato in lingue regionali, quando dovrebbe portare con sé, come dice il suo nome, l’unità della ragione. Ma se tutte le grandi città sono malate e se la cultura viene a mostrare le loro malattie come costituzionali, con che occhi possiamo guardare ancora il cielo?

«Fu così che la lettura del cielo, la sua regola, la sua norma, la sua misura sprofondò nell’inconscio degli uomini e si mescolò nelle trame confuse dell’irrazionale, per riemergere come assillo quotidiano circa il senso del tempio e la sorte futura.

«Ma oggi non siamo più all’altezza dell’antico paesaggio, non ne individuiamo più i contorni, i pieni, i vuoti, i volumi di senso, perché non conosciamo più il cielo che le parole degli antichi descrivevano come una volta che abbraccia il mondo, e tantomeno l’anima universale del suo dibattersi tra il cielo e la terra. Oggi conosciamo solo anime ingobbite sui computers, rese asfittiche dall’incapacità di correlare la loro sofferenza quotidiana con il dolore del mondo». Galimberti è molto pessimista e si ferma al nichilismo dei giovani. Io, nonostante tutto, resto della convinzione che il logos tornerà a vincere.

Antonio Mazzi

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