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al computer, al telefonino, all’i-pod, a Facebook, c’è un unico
pericolo. Coloro che li usano, partono giocando e si affezionano
curiosando. Fin qui tutto ok. Il tragico viene da qui in avanti, quando
le ore sul computer uccidono uno dietro l’altro i rapporti veri per
aprire innumerevoli rapporti virtuali.
Mentre fino a ieri, ognuno di noi doveva fare i conti
con i propri limiti, soffrendo, perdendo, vincendo, penando; oggi, i
nostri figli, appena si accorgono di avere limiti e difficoltà, fuggono
nel virtuale. Ecco il primo vero spaventoso pericolo: il computer
scavalca i limiti, e ti tuffa nell’immenso, nell’interminabile, nell’infinito.
Ma c’è di più: l’infinito ti diventa amico, l’impossibile
possibile, il sogno realtà.
E se vogliamo fare un passo ancora più avanti,
dobbiamo avere il coraggio di ammettere che queste macchinette infernali
uccidono la parola, ci suicidano. Senza parola siamo manichini, morti
che camminano, cadaveri che escono dalle loro tombe (le case di
questi...).
La parola è l’anima del nostro vivere, del nostro
amare, del nostro lavorare. La mamma non si accontenta che il pupo sia
bello, paffuto, sano. Conta i giorni, aspetta la prima parola con la
stessa passione con cui lo ha fatto uscire dal suo grembo. Ha bisogno di
un bimbo che la chiami, la invochi, le sorrida, che strapazzi le
consonanti e mastichi le vocali.

Una nuova Babele?
Due innamorati possono baciarsi, fare l’amore, ma
quello di cui hanno più bisogno perché li aiuta a dare significato ai
due movimenti di cui sopra, è la parola. L’incanto della
vocalizzazione, sempre nuova, sempre carica di tonalità uniche anche se
ripetute centinaia di volte.
La parola avvicina l’uomo all’angelo, il corpo
allo spirito, il tempo all’eternità. Chi parla non invecchia, ma
raffina la sua relazione, che non ha bisogno di spazio, di tempo, di
soldi, di fatica. L’uomo è parola incarnata. Il Creatore con sette
parole ha creato il mondo; con una Parola (Cristo, il Verbo) lo ha
redento e salvato.
Ogni volta che la parola si è incrinata e sporcata,
il mondo ha vacillato. Babele ne è un esempio biblico straordinario.
Parlare e non capirsi è stata la tragedia del popolo ebraico in quel
particolare momento.
Dice Claudio Camicia: «La gioventù multitasking,
ovvero quella che si sa destreggiare tra più attività in
contemporanea, impiegando i più moderni mezzi tecnologici, soffre e
soffrirà nel futuro di solitudine, incapacità di aggregazione,
esasperato solipsismo».
Siamo tornati a parlare senza intenderci; a
chiacchierare senza parlare; a udire senza ascoltare; a scimmiottare le
parole degli altri. Oggi, capita che parlare anche con le parole degli
altri stanca, ci mettiamo a un computer e con il minimo della fatica
parliamo con il mondo vivo ma fasullo; anzi, nemmeno fasullo, perché
virtuale.
Dopo anni di studi, fatiche dei nostri padri, scuole e
università a bizzeffe, possibilità di imparare non solo la nostra
lingua ma anche la lingua degli altri, è sbucato dal mondo degli
affari, l’affare.
Un bussolottino sempre più minuscolo, e che costa
sempre meno, ha soppiantato la parola, la scuola, il lavoro, l’impegno.
Entrato dalla finestra (come si dice), ha spedito uno a uno gli abitanti
in soffitta. Nella soffitta del virtuale.
Molti educatori e genitori sono spaventati per gli
aspetti seducenti, vicini alla pornografia, alla pedofilia, all’amore
simulato solo nelle sue esibizioni equivoche. Sto seguendo ragazzi
chiusi da mesi nella loro stanza, che rifiutano il mondo vero.
Mi scrive una mamma: «Sono separata e ho un figlio
tredicenne con problemi di crescita piuttosto spiccati. Non vuole
assumersi responsabilità. A scuola va male e non ha alcuna motivazione.
Ha smesso di fare sport. È molto attratto dal modello del bullo nel
quale spesso si identifica. Ho molta paura. A volte sembra non
distinguere il bene dal male. Mi sto rivolgendo a un team di psicologi,
ma credo che abbia bisogno anche di altro. Tempo fa lo iscrissi agli
scout ma non gli piacque molto e comunque ora si rifiuta di
frequentarli. Rifiuta anche l’oratorio. Da una settimana si è chiuso
dentro la sua camera e sta quasi ventiquattro ore su ventiquattro sul
computer...».
Un fenomeno nuovo sta scoppiando a nostra insaputa e
con grande velocità. Con una parola, complicata e incomprensibile,
viene chiamato degli hikikomori.
Per il momento i casi più numerosi si stanno
verificando in Giappone, soprattutto a Tokio, con oltre un milione di
persone. Equivarrebbe all’1% della popolazione e al 2% degli
adolescenti. Per spiegare in breve, e per quanto ne ho capito io, mi
viene meglio partire raccontando uno dei tanti casi.
Giorgio (nome convenzionale), sedici anni, ha blindato
i venti metri quadrati di soffitta e da oltre sei mesi passa giorno e
notte su internet perché per lui la vera vita è lì. Esce solo col
buio per assaltare il frigorifero e risponde esclusivamente a chi lo
chiama con uno pseudonimo.
Perfino i genitori per parlare devono urlare davanti
alla porta chiusa. Perché di anno in anno si stia involvendo
traumaticamente il mondo dei giovani e perché il computer stia
diventando la nuova divinità alla quale immolare vita, amicizia, amore,
arte, tempo a fatica cercano di spiegarcelo gli psichiatri.
Pare quasi che i giovani vogliano ritornare nei seni
materni artificiali perché incapaci di interpretare la complessità di
questo mondo o perché troppo fragili e poco abituati alla concretezza e
ai problemi reali.
Tornare bambini è sempre stato uno dei difetti
analizzati e abbastanza spiegabili. Ritardare la maturità da qualche
tempo ha inserito nel mondo dei quarantenni la classe dei Peter Pan.
