Presento
sinteticamente il contenuto della Lettera dell’episcopato Sostenere
la Chiesa per servire tutti (SOS), pubblicata nel ventesimo
anniversario dell’avvio del nuovo sistema di sostegno economico alla
Chiesa cattolica in Italia, e offro alcuni spunti di riflessione che
possono aiutarci per il prossimo futuro.
In seguito all’indicazione del concilio ecumenico
Vaticano II (1965) circa l’equa remunerazione ai presbiteri per le loro
necessità materiali in cui si sottolineava la necessità di abbandonare o
almeno riformare a fondo il sistema detto beneficiale, non più
rispondente alla nuova sensibilità ecclesiale e sociale, è stato fatto
in materia molto cammino nella Chiesa italiana. Dopo la pubblicazione del
nuovo Codice di diritto canonico (1983) e l’Accordo di
revisione del Concordato tra l’Italia e la Santa Sede (1984), la
Chiesa italiana si è data un ordinamento, noto per brevità come il
sistema dell’otto per mille, così ben articolato da essere apprezzato
anche da altre nazioni come ottima soluzione in questa delicata materia
nell’attuale situazione storica. Viene considerata una soluzione
contemporaneamente evangelica e democratica.

Una Chiesa locale, oltre a fare bene
i conti,
è a riflettere sul suo stile di vita e sulla sua missione.
È evangelica perché non ci sono minimi garantiti, ci
si affida pienamente alla Provvidenza; ed è democratica perché non solo
si lascia la scelta alla discrezione del popolo, ma addirittura esso viene
considerato «il primo riuscito tentativo di applicare al sistema fiscale
un meccanismo di democrazia diretta» (SOS 3). Questo sistema purtroppo
non è conosciuto adeguatamente e molti colgono di questa soluzione solo
gli aspetti esteriori senza prestare la dovuta attenzione ai principi
ispiratori della riforma stessa. È questo il grande cruccio dei vescovi;
da qui la necessità di richiamare l’attenzione dei fedeli ai valori
fondamentali che ispirano il sistema.
Motivazione ecclesiologica
«A dare senso al nuovo sistema è una precisa idea di
Chiesa radicata nel messaggio evangelico e fedele agli insegnamenti del
concilio Vaticano II: una esperienza di comunione, che riconosce a tutti i
battezzati che la compongono una vera uguaglianza nella dignità e chiede
loro l’impegno alla corresponsabilità e alla condivisione delle risorse»
(4). Con queste parole i vescovi hanno inteso ricordare ai fedeli tutti il
nuovo orizzonte storico dentro il quale vivere l’esperienza di
Chiesa-comunione e le opportunità che questo tempo offre per una
testimonianza comunitaria della povertà evangelica. La Chiesa è povera «non
perché rinuncia alle risorse materiali, ma perché non tiene nulla per
sé e tutto rimette in circolazione, ridistribuendolo, moltiplicato, a chi
è nel bisogno» (4).

Le motivazioni ecclesiologiche ed etiche vengono
riproposte con forza dalla Lettera sottolineando come in Italia in questi
venti anni si è andata accentuando la tendenza a comportamenti
individualistici e come il virus dell’individualismo sia capace di
insinuarsi anche all’interno della comunità ecclesiale (6). Diventa
quindi urgente l’impegno a far crescere e alimentare la spiritualità
diocesana che si caratterizza per l’amore e il servizio alla propria
Chiesa particolare con la necessaria riscoperta delle strutture di
partecipazione sia a livello diocesano che parrocchiale (7). Con questa
attenzione e sensibilità sarà più facile raggiungere la meta dell’uguaglianza
evangelica, nella quale «non ci sia il divario fra chi è nell’abbondanza
di mezzi e chi fa fatica a reperire il minimo necessario» (9).
È chiaro che questa "uguaglianza evangelica"
non va limitata alle persone ma va estesa anche agli enti affinché la
riforma non resti a metà del guado. La Lettera termina con alcune
raccomandazioni specifiche ai membri delle comunità ecclesiali, e in
particolare ai fedeli laici, ai seminaristi e ai presbiteri, chiedendo a
tutti, alla luce di quanto è avvenuto in questi venti anni, di coltivare
speranza e avere fiducia. «L’unica cosa davvero importante è essere in
Cristo. Allora tutto diventa "nostro" anche il mondo e le sue
possibilità» (cf 1Cor 3,21-23).

Il nuovo sistema di sostentamento ha
ragion d’essere nella linea ideale
della Chiesa uscita dal Concilio: l’esperienza di comunione dei
battezzati,
la corresponsabilità, la condivisione.
Spunti di riflessione
A questa lettura, fatta a vol d’uccello, della Lettera
dell’episcopato italiano aggiungo alcune riflessioni che potrebbero
aiutarci, almeno spero, a inquadrare meglio il nostro problema e
facilitare l’adesione consapevole al nuovo ordinamento.
Se la comunità, come ci viene ricordato continuamente
dal Magistero, è il soggetto dell’azione pastorale, perché essa non
viene coinvolta responsabilmente nel reperimento e gestione delle risorse
economiche necessarie «per annunciare il Vangelo e per alleviare povertà
e sofferenza»? Gli esempi che ci vengono dallo stesso Gesù, dalle
comunità primitive e dalle comunità religiose che si affidano alla
Provvidenza ci dovrebbero confermare nella scelta di affrontare questi
temi con le nostre comunità attuali in maniera seria e serena, ovviamente
accompagnando la nostra opera educatrice con una testimonianza di vita
sobria e tutta dedita all’annuncio del Vangelo.
È certamente necessaria una ristrutturazione
organizzativa nelle nostre diocesi. Lo stesso cardinale Attilio Nicora in
occasione di una conferenza tenuta nel ventennale dell’Accordo di
revisione del Concordato ebbe a dire: «Bisognerebbe rilevare alcuni
aspetti che hanno reso, e rendono in parte ancora difficile, a livello di
Chiesa italiana, una realizzazione più efficace delle riforme introdotte.
Ci fu anzitutto un ordine strano di procedura in ordine alle
configurazioni istituzionali. Logicamente si sarebbe dovuto iniziare a
riformare le diocesi, le parrocchie e poi gli altri enti ecclesiastici e
la disciplina dei beni connessi. In realtà si è dovuto fare il
contrario, perché condizionati dalla situazione precedente... Poi si
scontarono gli effetti di una certa debolezza di struttura ecclesiastica
soprattutto in campo curiale, amministrativo, pastorale e di competenze
specifiche... Infine non si può sottrarre il peso dei condizionamenti
ambientali».

Queste stesse difficoltà non sono spesso all’origine
di quei rischi legati a questo nuovo ordinamento che oggi cerchiamo di
affrontare, come l’assuefazione, presente in forma strisciante nelle
nostre comunità, espressione di una concezione centralistica e automatica
di pagamento di cui non si avverte il reale impatto nella vita della
propria diocesi?
Una Chiesa locale, "costretta" a fare i conti
con la propria realtà organizzativa, certamente sarà più portata a
riflettere sul suo stile di vita e sulla sua missione alla luce del
Vangelo. Una comunità parrocchiale che si confronta (non il solo
parroco!) con un’altra comunità parrocchiale della stessa diocesi non
può non porsi degli interrogativi a cui si dovrà pur rispondere prima o
poi.
Una comunità cristiana, che comincia a riflettere
seriamente sulla dottrina sociale della Chiesa, non può rimanere
indifferente di fronte a problemi che riguardano la vita economica della
stessa comunità.
Potremmo dire, a conclusione di queste brevi
riflessioni, che l’attenzione a questo ordinamento può costituire una
grande opportunità per favorire un necessario adeguamento delle nostre
attuali strutture organizzative in funzione dei nuovi compiti che l’evangelizzazione
ci impone e le nuove sensibilità ci richiedono.
+ Pietro Farina
vescovo di Caserta; amministratore apostolico
di Alife-Caiazzo;
presidente del Comitato per la promozione del sostegno economico
alla Chiesa cattolica