Periodic San Paolo - Home Page Dossier: La gratuità del prete
L’Anno sacerdotale

La debole logica del dono

di FELICE SCALIA
   

   Vita Pastorale n. 10 novembre 2009 - Home Page

L’uomo sa quanto sia disastrosa una vita nel principio-forza e quanto sarebbe salvifica una vita nel principio-amore. Ma questa voce giunge solo con la fede o viene testimoniata da chi parla in nome dell’altro, di Dio, cioè il prete.
  

Per il 22 novembre, Giornata di sensibilizzazione per il sostentamento del clero, offriamo delle riflessioni utili per la pastorale e per sé stessi. È il primo di una serie di dossier sull’Anno sacerdotale.
  

Conosco la storia di un prete oggi piuttosto avanti negli anni. Era seminarista e continuamente veniva rimproverato: «Tu non sei abbastanza devoto. Poche le tue visite al Santissimo, disagio nelle funzioni solenni, allergia a cotte e merletti, e un approccio alla teologia quasi razionalistico. Sei fatto per fare il prete?». Il vescovo tuttavia lo ammise agli ordini con una motivazione sibillina: «Forse non sei fatto per fare il prete, certo hai tutto per esserlo». Cosa era quel "tutto"? «Tu credi nell’Amore, sei disinteressato, ti fai in quattro per tutti, ami la gente, la ami perché la ami, non per essere amato. Tu ricordi molto i modi di Gesù. Credo che basti per ordinarti. E che Dio ti benedica!».

Nel suo ministero questo prete trovava naturale "amare per amore" e non solo aveva "le mani bucate", ma anche le sue giornate erano donate, forse troppo. Venne però il giorno di una nube nera. Forse l’emergere di una fragilità antica, forse un gesto di troppo nel colloquio con una donna infelice e atea («L’amore gratuito non esiste e neppure il suo Dio, il suo buon Gesù!») e giù sul volto di questo sacerdote una parola tagliente come una staffilata: «Ma allora anche lei è come tutti! Niente per niente, eh!».

Se quella donna si sia ricreduta non lo so, certo quell’esperienza negativa rimase un punto di riferimento per il prete: testimoniare l’amore gratuito del Padre era il suo modo di essere prete e non voleva affatto rinnegare la sua vocazione. Diversi anni dopo, da una giovane donna che lui aveva aiutato a togliersi dagli abissi della più nera depressione, una constatazione sanante: «Da anni mi è stato davvero padre e non mi ha chiesto mai nulla!».

Il prete "non è come tutti", ecco ciò che lo rende voce di un "altro", e dunque "sacerdote" in un senso ben preciso, nuovo, come testimone e presenza del "totalmente altro", di un Dio che "ci ha amati fino all’estremo". Per il prete l’amore è amore, non desiderio di possesso, scusa di assoggettamento, patto implicito del tipo do ut des. Questa fede nell’amore lo abilita a dire: «Questo è il mio corpo donato, questo il mio sangue versato per voi».

L'Aquila, 14 settembre: il cardinale Bagnasco benedice il cantiere Caritas per i terremotati.
L’Aquila, 14 settembre: il cardinale Bagnasco benedice il cantiere Caritas
per i terremotati (foto G. Giuliani).

Noi, ministri ordinati "ordinari", crediamo di avere molte strade per "fare" ed "essere" preti: l’annunzio della Parola nelle prediche, la messa, i pellegrinaggi, i sacramenti, il catechismo ai bambini, i funerali... Forse, in questo Anno sacerdotale, faremmo bene a prendere coscienza che oggi il mondo sente ma non ascolta queste parole di salvezza se non avverte il sottofondo di una "voce" incredibile: il Mistero santo della vita, la verità ultima che dà senso a tutte le verità, ciò che rende sensata e riuscita un’esistenza, è l’avere messo al centro della propria vita un amore gratuito che diventa dono di sé, condivisione per charis, per "grazia", di quanto abbiamo e di ciò che siamo. L’avere messo al centro Dio-amore.

Ogni uomo ha la nostalgia di un tale amore, ma, inserito come è nella logica di questo mondo, reprime tale desiderio e finisce per adattarsi al principio della forza che è "uso" interessato (e, all’occorrenza, anche "civilizzato") dell’altro per la soddisfazione dei propri bisogni. Solo che la sofferenza prospera come un fiore, malefico e il dolore inferto o subito dilaga nel mondo.

L’altro come nemico

Il problema dell’uomo moderno è tutto qui. Rassegnarsi a un mondo dove ciascuno ha il diritto di strumentalizzare e usare gli altri se ne ha la forza? Oppure aspirare a una relazione tra umani in cui la fiducia, l’amore, il dono disinteressato siano i criteri fondamentali di ogni scelta di vita? Detto in altri termini, la vita ci obbliga a rispondere alla domanda: siamo creature di forza e di egoismo interessato, o figli dell’Amore gratuito?

Dobbiamo ammettere che l’uomo sa quanto sia disastrosa una vita nel principio-forza e quanto sarebbe salvifica una vita nel principio-amore. Ma quest’ultima voce gli giunge da lontano, da un mondo "altro" accessibile solo con la fede (che non sempre ha) o testimoniato da chi parla in nome dell’altro, di Dio, di colui che non si rassegna alla nostra infelicità. Questa testimonianza ritengo sia del tutto prioritaria nella vita di un prete del terzo millennio. Del resto il prete è un "risorto" che testimonia la verità di una vita nuova nel Risorto. È la tangibilità di una stupenda possibilità di vita nuova data all’uomo. E una vita effettivamente nell’amore-dono rimanda a un mistero insondabile di tenerezza e amore che può non essere imitato ma il cui linguaggio appartiene a tutta l’umanità. L’amore gratuito parla a «parti, medi, elamiti, gente della Mesopotamia, ebrei di Roma». Prima ancora della funzione sacerdotale, il prete, la sua persona, è segno vivo, anticipo, della risurrezione dell’intera umanità.

Purtroppo l’uomo da millenni rifiuta ciò che lo farebbe vivere e pare incline a «stipulare patti con la morte» (Sap 1,16). Veniamo dai disastri di una sanguinosa e cinica guerra mondiale. Viviamo nei disastri provocati di recente dall’economia di un mercato assoluto. Ma stentiamo a renderci conto che è necessaria una vera "conversione". Né 60 milioni di morti in guerra, né 50 milioni di morti per fame ogni anno, né la disperazione planetaria sarebbero possibili se non fossimo stati capaci, noi europei, di teorizzare il "diritto" perfino allo sterminio dell’"altro", quando questo fa crescere il valore del dollaro o del rublo o le azioni in borsa.

Fa male il solo pensarci, ma ci troviamo, nonostante le apparenze formali, in uno stato di ingovernabile anarchia dove le armi e la prepotenza sembrano le uniche regole che governano il mondo. Non è la "santa anarchia" di Campanella la nostra, ma lucido piano ideologico elaborato dai forti contro i deboli. Lo schema mentale che soggiace a chi provoca disastri e a chi pare destinato a subirli, pare sia il seguente: a dirigere i nostri rapporti interumani è la percezione dell’altro come "nemico". L’altro come hostis potenziale almeno. Io, che sono l’altro degli altri, sono nemico o strumento di chi mi è estraneo, fonte – anche inconsapevole – della paura di sconosciuti o di calcoli interessati.

Ci dimeniamo così tra ospitalità e ostilità, tra amici e nemici, tra servi e padroni, tra vinti e vincitori, tra ricerca di sicurezza e bisogno profondo di fiducia e di abbandono, dove però essenziale è la convinzione che "l’altro" è per natura sua uno che vive "sugli altri", e "degli altri". In questa prospettiva nulla è gratuito e tutto è estorto con la forza o frutto di un contratto dove le regole vengono fissate dal più forte. L’estraneo allora non è mai prossimo in senso evangelico, ma uno che fondamentalmente mi utilizza o che è nato per essere utilizzato.

Possiamo forse dire che "l’altro", in quanto "estraneo" o "straniero", è sempre in bilico tra l’accoglienza come hospes, l’utilizzazione come "mezzo", la negazione come hostis. Si trova a un "confine" che l’io deve sempre sorvegliare. Qualsiasi "io": quello del servo, come quello del padrone. Quello dell’amico accolto, come quello della forza lavoro comperata, dell’oggetto dei miei desideri "preso in affitto" o del nemico rifiutato. La diffidenza, la non-fiducia dunque dell’uomo nell’uomo, è essenziale nel rapporto interumano fino a far dire a Carl Schmitt che "l’opposizione escludente" costituisce l’essenza stessa del concetto di "politico".

Questo sottofondo concettuale del mondo in cui viviamo dobbiamo sempre averlo presente quando affrontiamo qualsiasi aspetto contingente della nostra realtà: dalla crisi economica a quella occupazionale, dalla crisi della famiglia al crollo dell’economia mondiale e alla stessa crisi di fede. Dove la forza domina come principio assoluto non c’è posto per l’Amore di cui ha parlato Gesù (gratuito, disinteressato, unilaterale, irreversibile, asimmetrico...), non c’è posto per Dio.

Una vita che sia dono

Se il prete parla in nome di Dio e Dio è "altro" rispetto a questo mondo, la Parola di salvezza non ha altra via per giungere all’uomo del nostro tempo al di fuori della testimonianza profetica di una vita spesa per gli altri, puramente per gli altri. Questo ci si aspetta da lui, che con ogni gesto della sua vita esprima dono, amore gratuito, "luce divina" che illumina il mondo. Un prete preoccupato molto di Mammona e poco di Abbà, un prete che ha fatto del denaro una sua preoccupazione centrale, tentando la scalata anche a parrocchie prestigiose o a diocesi ancora più prestigiose, questo prete "fa" il prete, sarà magari un buon "funzionario del sacro", ma si accorgerà presto che alter Christus non lo "è" affatto.

Nella sua ultima enciclica, quando Benedetto XVI vuole indicare piste non solo per uscire dalle contraddizioni del "sistema", ma per trovare approdi di vera pace nella giustizia, non può non indicare orizzonti che sanno di "utopia". Indica realtà "altre" che non provengono dalla logica di questo mondo ma dai profondi bisogni del cuore umano che vuole mantenere integra la propria umanità. E, in ultima analisi, dagli appelli del Vangelo.

Egli propone il "dono", il principio di gratuità non tanto e non solo come forme occasionali per aiutare il prossimo in difficoltà, quanto come parte del processo economico. «Nell’epoca della globalizzazione l’attività economica non può prescindere dalla gratuità che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta in definitiva di una forma concreta e profonda di democrazia economica» (Caritas in veritate 38). Se questo è vero non può il prete (o una curia) permettersi di ritenere sacre le "eterne leggi del mercato", ed agire in conseguenza nella gestione dei beni personali o parrocchiali.

Dio-amore gratuito, il dono come forma di fraterna responsabilità e componente essenziale dell’economia che regge il mondo, il prete segno e testimone di questo mondo nuovo e di questo modo nuovo di amare... Non ce n’è abbastanza per dirci che stiamo semplicemente ubriacandoci di parole? Quali sicurezze, quali leggi potrebbero reggere il mondo in un... mondo simile? Non è più realistico stare coi piedi per terra, professare un sano pessimismo antropologico e gestire la convivenza con la forza e il vecchio utilitarismo dove perfino i vizi privati – così dicono filosofi ed economisti – possono diventare pubbliche virtù?

Siamo alla nostra solita durezza di cuore. Mentre la nostra barca oscilla tra i marosi, investiti dal vento che ha strappato le nostre vele, rotto il nostro timone, nelle tenebre di questa notte, il Cristo intravisto ci pare solo un "fantasma" e le sue parole risuonano solo come fantasie di un esaltato. Eppure questa è la vita cristiana, un "camminare sulle acque", un andare da lui senza avere paura, un fondare la nostra sicurezza su un amore donato, fragile e forte insieme "come la morte". Come Pietro, siamo tutti "oligopistici" che dubitiamo, gente di "poca fede" che preferisce terreni più solidi per le proprie sicurezze, terreni concreti di soldi e amicizie giuste, di conti in banca e riconoscimenti sociali.

È troppo augurarci che in questo Anno sacerdotale, accanto a devozioni e pratiche sacramentali riscoperte, ci sia per ogni prete uno sguardo fiducioso a quel Signore che ci invita a perderci in una vita che sia dono e solo dono? Ritroveremmo la nostra più profonda identità e giudicheremmo saggezza la "follia" di essere andati dietro a un Crocifisso.

Felice Scalia
  

Un itinerario di crescita

Max Taggi sj propone nel sussidio Anno sacerdotale un’antologia di meditazioni (Vanhoye, Vanni, Rahner, ecc.) tratte da pubblicazioni dell’Apostolato della preghiera (tel. 06.69.76.071).

 

Bibliografia

Martini C. M., Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori 2008, Milano; Resta C., L’estraneo – Ostilità ed ospitalità nel pensiero del Novecento, Il Melangolo 2008, Genova; Presbyteri (Trento) 6/2009 numero monografico su "La rivoluzione del dono"; Bianchi E., Per un’etica condivisa, Einaudi 2009, Torino; Habermas J. - Jonas H., Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi 1990, Torino.

Segue:  Il nuovo sistema: la riforma non è finita

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