Conosco la storia di un prete oggi piuttosto avanti
negli anni. Era seminarista e continuamente veniva rimproverato: «Tu non sei abbastanza devoto. Poche le tue visite al Santissimo,
disagio nelle funzioni solenni, allergia a cotte e merletti, e un
approccio alla teologia quasi razionalistico. Sei fatto per fare il
prete?». Il vescovo tuttavia lo ammise agli ordini con una
motivazione sibillina: «Forse non sei fatto per fare il prete,
certo hai tutto per esserlo». Cosa era quel "tutto"? «Tu credi nell’Amore, sei disinteressato, ti fai in quattro per
tutti, ami la gente, la ami perché la ami, non per essere amato. Tu
ricordi molto i modi di Gesù. Credo che basti per ordinarti. E che Dio ti
benedica!».
Nel suo ministero questo prete trovava naturale
"amare per amore" e non solo aveva "le mani bucate",
ma anche le sue giornate erano donate, forse troppo. Venne però il giorno
di una nube nera. Forse l’emergere di una fragilità antica, forse un
gesto di troppo nel colloquio con una donna infelice e atea («L’amore
gratuito non esiste e neppure il suo Dio, il suo buon Gesù!») e
giù sul volto di questo sacerdote una parola tagliente come una
staffilata: «Ma allora anche lei è come tutti! Niente per niente,
eh!».
Se quella donna si sia ricreduta non lo so, certo quell’esperienza
negativa rimase un punto di riferimento per il prete: testimoniare l’amore
gratuito del Padre era il suo modo di essere prete e non voleva affatto
rinnegare la sua vocazione. Diversi anni dopo, da una giovane donna che
lui aveva aiutato a togliersi dagli abissi della più nera depressione,
una constatazione sanante: «Da anni mi è stato davvero padre e non
mi ha chiesto mai nulla!».
Il prete "non è come tutti", ecco ciò che lo
rende voce di un "altro", e dunque "sacerdote" in un
senso ben preciso, nuovo, come testimone e presenza del "totalmente
altro", di un Dio che "ci ha amati fino all’estremo". Per
il prete l’amore è amore, non desiderio di possesso, scusa di
assoggettamento, patto implicito del tipo do ut des. Questa fede
nell’amore lo abilita a dire: «Questo è il mio corpo donato,
questo il mio sangue versato per voi».

L’Aquila, 14 settembre: il
cardinale Bagnasco benedice il cantiere Caritas
per i terremotati (foto G. Giuliani).
Noi, ministri ordinati "ordinari", crediamo di
avere molte strade per "fare" ed "essere" preti: l’annunzio
della Parola nelle prediche, la messa, i pellegrinaggi, i sacramenti, il
catechismo ai bambini, i funerali... Forse, in questo Anno sacerdotale,
faremmo bene a prendere coscienza che oggi il mondo sente ma non ascolta
queste parole di salvezza se non avverte il sottofondo di una
"voce" incredibile: il Mistero santo della vita, la verità
ultima che dà senso a tutte le verità, ciò che rende sensata e riuscita
un’esistenza, è l’avere messo al centro della propria vita un amore
gratuito che diventa dono di sé, condivisione per charis, per
"grazia", di quanto abbiamo e di ciò che siamo. L’avere messo
al centro Dio-amore.
Ogni uomo ha la nostalgia di un tale amore, ma, inserito
come è nella logica di questo mondo, reprime tale desiderio e finisce per
adattarsi al principio della forza che è "uso" interessato (e,
all’occorrenza, anche "civilizzato") dell’altro per la
soddisfazione dei propri bisogni. Solo che la sofferenza prospera come un
fiore, malefico e il dolore inferto o subito dilaga nel mondo.
L’altro come nemico
Il problema dell’uomo moderno è tutto qui.
Rassegnarsi a un mondo dove ciascuno ha il diritto di strumentalizzare e
usare gli altri se ne ha la forza? Oppure aspirare a una relazione tra
umani in cui la fiducia, l’amore, il dono disinteressato siano i criteri
fondamentali di ogni scelta di vita? Detto in altri termini, la vita ci
obbliga a rispondere alla domanda: siamo creature di forza e di egoismo
interessato, o figli dell’Amore gratuito?
Dobbiamo ammettere che l’uomo sa quanto sia disastrosa
una vita nel principio-forza e quanto sarebbe salvifica una vita nel
principio-amore. Ma quest’ultima voce gli giunge da lontano, da un mondo
"altro" accessibile solo con la fede (che non sempre ha) o
testimoniato da chi parla in nome dell’altro, di Dio, di colui che non
si rassegna alla nostra infelicità. Questa testimonianza ritengo sia del
tutto prioritaria nella vita di un prete del terzo millennio. Del resto il
prete è un "risorto" che testimonia la verità di una vita
nuova nel Risorto. È la tangibilità di una stupenda possibilità di vita
nuova data all’uomo. E una vita effettivamente nell’amore-dono rimanda
a un mistero insondabile di tenerezza e amore che può non essere imitato
ma il cui linguaggio appartiene a tutta l’umanità. L’amore gratuito
parla a «parti, medi, elamiti, gente della Mesopotamia, ebrei di
Roma». Prima ancora della funzione sacerdotale, il prete, la sua
persona, è segno vivo, anticipo, della risurrezione dell’intera
umanità.
Purtroppo l’uomo da millenni rifiuta ciò che lo
farebbe vivere e pare incline a «stipulare patti con la
morte» (Sap 1,16). Veniamo dai disastri di una sanguinosa e cinica
guerra mondiale. Viviamo nei disastri provocati di recente dall’economia
di un mercato assoluto. Ma stentiamo a renderci conto che è necessaria
una vera "conversione". Né 60 milioni di morti in guerra, né
50 milioni di morti per fame ogni anno, né la disperazione planetaria
sarebbero possibili se non fossimo stati capaci, noi europei, di
teorizzare il "diritto" perfino allo sterminio dell’"altro",
quando questo fa crescere il valore del dollaro o del rublo o le azioni in
borsa.
Fa male il solo pensarci, ma ci troviamo, nonostante le
apparenze formali, in uno stato di ingovernabile anarchia dove le armi e
la prepotenza sembrano le uniche regole che governano il mondo. Non è la
"santa anarchia" di Campanella la nostra, ma lucido piano
ideologico elaborato dai forti contro i deboli. Lo schema mentale che
soggiace a chi provoca disastri e a chi pare destinato a subirli, pare sia
il seguente: a dirigere i nostri rapporti interumani è la percezione dell’altro
come "nemico". L’altro come hostis potenziale almeno.
Io, che sono l’altro degli altri, sono nemico o strumento di chi mi è
estraneo, fonte – anche inconsapevole – della paura di sconosciuti o
di calcoli interessati.
Ci dimeniamo così tra ospitalità e ostilità, tra
amici e nemici, tra servi e padroni, tra vinti e vincitori, tra ricerca di
sicurezza e bisogno profondo di fiducia e di abbandono, dove però
essenziale è la convinzione che "l’altro" è per natura sua
uno che vive "sugli altri", e "degli altri". In questa
prospettiva nulla è gratuito e tutto è estorto con la forza o frutto di
un contratto dove le regole vengono fissate dal più forte. L’estraneo
allora non è mai prossimo in senso evangelico, ma uno che
fondamentalmente mi utilizza o che è nato per essere utilizzato.
Possiamo forse dire che "l’altro", in quanto
"estraneo" o "straniero", è sempre in bilico tra l’accoglienza
come hospes, l’utilizzazione come "mezzo", la negazione
come hostis. Si trova a un "confine" che l’io deve
sempre sorvegliare. Qualsiasi "io": quello del servo, come
quello del padrone. Quello dell’amico accolto, come quello della forza
lavoro comperata, dell’oggetto dei miei desideri "preso in
affitto" o del nemico rifiutato. La diffidenza, la non-fiducia dunque
dell’uomo nell’uomo, è essenziale nel rapporto interumano fino a far
dire a Carl Schmitt che "l’opposizione escludente" costituisce
l’essenza stessa del concetto di "politico".
Questo sottofondo concettuale del mondo in cui viviamo
dobbiamo sempre averlo presente quando affrontiamo qualsiasi aspetto
contingente della nostra realtà: dalla crisi economica a quella
occupazionale, dalla crisi della famiglia al crollo dell’economia
mondiale e alla stessa crisi di fede. Dove la forza domina come principio
assoluto non c’è posto per l’Amore di cui ha parlato Gesù (gratuito,
disinteressato, unilaterale, irreversibile, asimmetrico...), non c’è
posto per Dio.
Una vita che sia dono
Se il prete parla in nome di Dio e Dio è
"altro" rispetto a questo mondo, la Parola di salvezza non ha
altra via per giungere all’uomo del nostro tempo al di fuori della
testimonianza profetica di una vita spesa per gli altri, puramente per gli
altri. Questo ci si aspetta da lui, che con ogni gesto della sua vita
esprima dono, amore gratuito, "luce divina" che illumina il
mondo. Un prete preoccupato molto di Mammona e poco di Abbà, un prete che
ha fatto del denaro una sua preoccupazione centrale, tentando la scalata
anche a parrocchie prestigiose o a diocesi ancora più prestigiose, questo
prete "fa" il prete, sarà magari un buon "funzionario del
sacro", ma si accorgerà presto che alter Christus non lo
"è" affatto.
Nella sua ultima enciclica, quando Benedetto XVI vuole
indicare piste non solo per uscire dalle contraddizioni del
"sistema", ma per trovare approdi di vera pace nella giustizia,
non può non indicare orizzonti che sanno di "utopia". Indica
realtà "altre" che non provengono dalla logica di questo mondo
ma dai profondi bisogni del cuore umano che vuole mantenere integra la
propria umanità. E, in ultima analisi, dagli appelli del Vangelo.
Egli propone il "dono", il principio di
gratuità non tanto e non solo come forme occasionali per aiutare il
prossimo in difficoltà, quanto come parte del processo economico. «Nell’epoca della globalizzazione l’attività economica non
può prescindere dalla gratuità che dissemina e alimenta la solidarietà
e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari
soggetti e attori. Si tratta in definitiva di una forma concreta e
profonda di democrazia economica» (Caritas in veritate 38).
Se questo è vero non può il prete (o una curia) permettersi di ritenere
sacre le "eterne leggi del mercato", ed agire in conseguenza
nella gestione dei beni personali o parrocchiali.
Dio-amore gratuito, il dono come forma di fraterna
responsabilità e componente essenziale dell’economia che regge il
mondo, il prete segno e testimone di questo mondo nuovo e di questo modo
nuovo di amare... Non ce n’è abbastanza per dirci che stiamo
semplicemente ubriacandoci di parole? Quali sicurezze, quali leggi
potrebbero reggere il mondo in un... mondo simile? Non è più realistico
stare coi piedi per terra, professare un sano pessimismo antropologico e
gestire la convivenza con la forza e il vecchio utilitarismo dove perfino
i vizi privati – così dicono filosofi ed economisti – possono
diventare pubbliche virtù?
Siamo alla nostra solita durezza di cuore. Mentre la
nostra barca oscilla tra i marosi, investiti dal vento che ha strappato le
nostre vele, rotto il nostro timone, nelle tenebre di questa notte, il
Cristo intravisto ci pare solo un "fantasma" e le sue parole
risuonano solo come fantasie di un esaltato. Eppure questa è la vita
cristiana, un "camminare sulle acque", un andare da lui senza
avere paura, un fondare la nostra sicurezza su un amore donato, fragile e
forte insieme "come la morte". Come Pietro, siamo tutti "oligopistici"
che dubitiamo, gente di "poca fede" che preferisce terreni più
solidi per le proprie sicurezze, terreni concreti di soldi e amicizie
giuste, di conti in banca e riconoscimenti sociali.
È troppo augurarci che in questo Anno sacerdotale,
accanto a devozioni e pratiche sacramentali riscoperte, ci sia per ogni
prete uno sguardo fiducioso a quel Signore che ci invita a perderci in una
vita che sia dono e solo dono? Ritroveremmo la nostra più profonda
identità e giudicheremmo saggezza la "follia" di essere andati
dietro a un Crocifisso.
Felice Scalia