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Arte e liturgia

Iconografia degli evangelisti

di MICAELA SORANZO
   

   Vita Pastorale n. 9 ottobre 2009 - Home Page

Al parroco più famoso e amato d’Italia dedichiamo con grata memoria l’editoriale di Maurilio Guasco (p. 3) e questo speciale commemorativo.
  

«In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi avanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto di un uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola» (Ap 4,6-7). La visione di Giovanni riportata dall’Apocalisse e ispirata dal libro di Ezechiele (Ez 1,4-11), ha dato vita, fin dal V sec., a un ricco patrimonio figurativo, legando l’immagine dei quattro cherubini a quella dei quattro evangelisti.

Fin dalle origini del cristianesimo, infatti, i catecumeni, nella quarta settimana di Quaresima, erano iniziati al significato simbolico del tetramorfo, che circonda in cielo il trono del Sovrano universale, formato dai quattro esseri viventi, ciascuno con sei ali costellate di occhi. Questa immagine, oltre che alla celebre visione di Ezechiele, rimanda anche alla simbologia babilonese del cielo e delle costellazioni del toro, del leone, dell’aquila e dell’uomo (acquario). Ben presto, poi, i Padri della Chiesa hanno messo in relazione i quattro esseri viventi con i quattro evangelisti e anche l’arte figurativa da allora ha fatto altrettanto.

Nelle opere d’arte cristiane più antiche gli evangelisti sono paragonati ai quattro fiumi del Paradiso terrestre e raffigurati come corsi d’acqua che sgorgano da una roccia, interpretata come la roccia che Mosè aveva percosso con la verga per farne sgorgare l’acqua con cui ristorare il popolo assetato; la roccia come modello di Cristo, unica fonte di vita eterna. I quattro fiumi di cui parla Gen 2,11-14 (Pison, Ghicon, Tigri, Eufrate), come nella chiesa dei Ss. Cosma e Damiano a Roma (1) scorrono verso i quattro punti cardinali e per questo gli esegeti medievali li hanno associati simbolicamente agli evangelisti poiché, come gli uni portano agli uomini l’acqua per la vita terrena, così gli altri trasmettono la parola di Dio per la vita di fede, recando la dottrina di Cristo ai quattro angoli della terra.

Questa iconografia è rintracciabile nei sarcofagi romani e ravennati e in alcune sculture medievali, come su qualche capitello dell’abbazia di Cluny e sul portale nord della cattedrale di Chartres (2). Durante il Medioevo i fiumi sono rappresentati sui capitelli di molti edifici romanici. Talvolta i quattro fiumi sgorgano dal monte sul quale è posto Cristo o l’Agnello e ad essi si dissetano i fedeli sotto forma di corvi. A San Pietro al Monte di Civate, invece, le colonne dell’endonartece sostengono una voltina in cui nelle quattro vele sono rappresentati i quattro fiumi, proprio in riferimento alla feconda irrigazione degli evangelisti.

Già dal II sec. sono le quattro figure animate della visione di Ezechiele e di Giovanni a essere lette come il simbolo degli evangelisti, secondo le diverse interpretazioni dei Padri della Chiesa. La spiegazione e distribuzione degli attributi risale a san Girolamo e con Gregorio Magno diviene fissa; nella tradizione e nell’arte figurativa cristiana, quindi, vengono attribuite ai quattro evangelisti le immagini simboliche in relazione agli incipit dei rispettivi vangeli (vedi le 4 vetrate di Grandson, Svizzera).

Matteo ha l’uomo, perché il suo libro inizia con la genealogia di Cristo, il Dio incarnato; Marco ha il leone perché inizia con la predicazione di Giovanni Battista, «una voce che grida nel deserto»; Luca ha il toro, che come il vitello e la giovenca è un animale sacrificale, perché il suo vangelo inizia con il sacerdote Zaccaria e il suo rito sacrificatore; Giovanni ha l’aquila, perché il suo Vangelo parla della divinità del Logos ed egli si eleva nelle regioni più alte e sublimi della conoscenza, come l’aquila si innalza in volo verso il sole, unico animale che può guardare direttamente la sua luce.

La raffigurazione di questa simbologia non comincia prima del IV sec.; infatti negli affreschi delle catacombe, sui rilievi dei sarcofagi e sui vetri con fondo dorato non ritroviamo mai questo motivo. È in questo modo, invece, che gli evangelisti appaiono spesso nei mosaici: dalla chiesa di Santa Pudenziana a Roma (3) al Mausoleo di Galla Placidia a San Vitale a Ravenna (4), a San Satiro a Milano. Celebri rappresentazioni del tetramorfo si trovano anche nella basilica di San Marco, a Monreale, sul portale di Moissac e sul portale regio di Chartres, ma anche in numerose miniature, come nell’Apocalisse carolingia di Treviri (IX sec.). Vi sono, poi, miniature e affreschi che mostrano gli evangelisti durante il loro lavoro di scrittura ispirata a cui vengono aggiunti i quattro esseri, per lo più alati: poiché Cristo è il soggetto del messaggio trasmesso dai vangeli, anche il tetramorfo può essere globalmente il simbolo di Cristo.

Due documenti letterari caratteristici, ma non concordi, sono in grado di facilitare la comprensione di questa frequente e complessa concentrazione di simboli. Ireneo di Lione afferma che, «come è il piano salvifico di Dio, così anche la figura degli esseri viventi [...]. Il primo essere è il leone: questo contraddistingue l’energico, il principesco, il regale. Il secondo è il toro: questo manifesta la posizione di Cristo nel rito del sacrificatore e come sacerdote. Il terzo ha il viso d’uomo: in questo mostra chiaramente la sua parusia come uomo. Il quarto è simile a un’aquila che vola: in questo esprime il dono del pneuma che scende sull’ecclesia». In un Evangeliario del XIV sec. invece si legge: «Questi quattro animali simboleggiano Cristo Signore: egli è uomo nella nascita, toro nella morte sacrificale, leone nella risurrezione, aquila nell’ascesa al cielo».

Abbiamo, dunque, nella visione del tetramorfo, riassunte le tappe fondamentali della vita di Cristo: l’uomo simboleggia l’incarnazione, il toro la crocifissione, il leone la risurrezione e l’aquila l’ascensione. Una strana allegoria nell’Hortus deliciarum di Herrad von Landsberg mostra, nel quadro di una raffigurazione di crocifissione colma di simboli, la Chiesa su un cavallo con quattro teste, riconoscibili come le teste della visione del tetramorfo di Ezechiele.

L’immagine del tetramorfo ha un ruolo preminente anche nelle raffigurazioni del Cristo Pantocrator sui timpani di numerose cattedrali romaniche e gotiche; spesso questa iconografia accompagna la figura di Cristo seduto in Maestà dentro la mandorla che regge il libro ed è circondato dagli evangelisti a mezzo busto o dagli animali che li rappresentano. Talvolta il leone, il bue e l’aquila poggiano le zampe sul rispettivo vangelo, mentre la figura umana lo tiene tra le mani.

Molto più raramente gli evangelisti sono rappresentati da esseri ibridi, con corpo umano e testa animale, come si può vedere ad Aquileia o in un capitello del chiostro di Moissac dove la loro testa è quella dell’animale del tetramorfo, e in molti Evangeliari. Il Beatus di Gerona presenta i quattro esseri ibridi con le ali e in mano il libro dei vangeli, mentre le ruote del carro divino stanno ai loro piedi. L’aggiunta delle ali alle immagini simboliche (vedi san Simpliciano a Milano (5) è diventata successivamente una caratteristica propria dei simboli degli evangelisti, tanto che troppo spesso, purtroppo, si legge anche su testi scolastici di religione o su sussidi per la catechesi che il simbolo di Matteo è l’angelo e non l’uomo alato, confondendo le due diverse nature degli esseri e impedendo una corretta interpretazione del simbolo, di cui si è detto sopra.

Oltre che con immagini simboliche gli evangelisti sono stati rappresentati anche "in figura", cioè con sembianze umane. Matteo e Giovanni, che fanno parte del collegio degli apostoli, sono rappresentati come dei vegliardi, mentre Luca e Marco, che non hanno conosciuto il Signore, hanno l’aspetto di giovani uomini. Nel timpano della chiesa di Saint-Pierre-le Moutier gli evangelisti fanno corona a Cristo in maestà: sono seduti in trono e scrivono il loro testo appoggiandosi a un leggio; a evitare che vengano confusi, ognuno di loro è accompagnato dal rispettivo animale simbolico. Anche la rappresentazione "in figura" mostra, però, alcune varianti.

Sono numerosi, infatti, i casi in cui sono ritratti come scribi intenti a redigere il proprio vangelo appoggiati su cattedre o seduti in sontuosi troni entro studioli. Nel tardo Medioevo si moltiplicano questi esempi, che hanno origine dall’affresco di Cimabue nel transetto della Basilica superiore di Assisi, in cui sono distribuiti nelle quattro vele della volta e hanno un carattere decisamente più umano rispetto agli esempi più antichi: Matteo e Giovanni sono rappresentati più anziani di Luca e Marco e hanno quindi una barba bianca, mentre i loro simboli animali assumono un aspetto quasi domestico. Talvolta gli evangelisti sono rappresentati come quattro angeli, a due o a sei ali, riconoscibili da una scritta con il nome o preferibilmente dal rispettivo simbolo posto ai loro piedi; le loro ali sono decorate con piccoli occhi, come descritto da Ezechiele e fra le mani reggono il libro del vangelo.

La fontana di Grilli ad Alba (Cn): i 4 evangelisti, acrostico del nome, sono simbolo della città.
La fontana di Grilli ad Alba (Cn): i 4 evangelisti, acrostico del nome,
sono simbolo della città
(foto Censi).

L’arte medievale associa frequentemente agli evangelisti le figure dei grandi profeti e dei dottori della Chiesa; nel primo caso sono addossati alle spalle dei quattro profeti principali (Isaia, Geremia, Daniele, Ezechiele) che rappresentano i loro precursori nell’Antico Testamento; nel secondo caso, i quattro Padri della Chiesa (Agostino, Ambrogio, Girolamo, Gregorio Magno) siedono in cattedra variamente abbinati agli evangelisti.

Anche le quattro virtù cardinali sono messe in relazione a loro in base alla simbologia dei numeri.

Ma al di là dei diversi modi di rappresentare gli autori dei vangeli, c’è da fare una riflessione su dove sono stati e continuano a essere raffigurati: forse sarebbe più semplice dire dove non sono presenti le immagini più o meno simboliche degli evangelisti. Infatti, li ritroviamo su calici e reliquiari, sulle copertine degli evangeliari e su moltissimi altri oggetti legati alla celebrazione. All’interno dell’edificio di culto sono affrescati sui pennacchi e sulle vele, ma soprattutto li troviamo presenti sulla maggioranza degli amboni esistenti nelle nostre chiese, sia antiche che moderne, in riferimento al loro essere annunciatori della parola di Dio.

In molti amboni l’aquila che regge il libro fa parte della composizione realizzata dai quattro simboli degli evangelisti che emerge dal piano della parete decorata o istoriata con scene cristologiche. In tale composizione l’aquila sta sulla sommità e sorpassa la cornice del parapetto della loggia dell’ambone. Talvolta al di sotto dell’aquila vi è il simbolo di Matteo: l’uomo alato (come ad Autun 6) sta in piedi, alto quanto il parapetto dell’ambone e tiene in mano il libro o un rotolo che scende fino alle ginocchia, come nell’ambone del duomo di Cagliari. A destra e a sinistra di Matteo i simboli di Luca e Marco spesso completano la composizione. L’abbinamento tra l’aquila di Giovanni e l’uomo di Matteo vuol mettere in evidenza la duplice natura del Cristo: il prologo di uno ne sottolinea la divinità, mentre il prologo dell’altro, attraverso la genealogia del Messia, sottolinea l’umanità.

Anche quando l’ambone è posto su quattro colonne si possono rappresentare simbolicamente gli evangelisti; questo simbolismo arriva perfino a distinguere tra i sinottici e Giovanni e tra i due evangelisti apostoli e i due discepoli. Nell’ambone della cattedrale di Cava dei Tirreni, ad esempio, le due colonne anteriori sono mosaicate, mentre le altre due sono lisce; tutte e quattro sono tortili, ma tre hanno la vite che scende da destra a sinistra, mentre una delle due anteriori scende da sinistra a destra, identificando così l’evangelista Giovanni. In tal modo si comprende che l’altra colonna mosaicata è Matteo, l’apostolo.

Una tipologia molto diffusa in Umbria dagli inizi del Duecento, ma presente anche altrove, come per esempio nella cattedrale di Brema, è quella che vede i simboli degli evangelisti sulla facciata della chiesa, disposti ai quattro angoli dell’ideale quadrato in cui si iscrive il rosone. La disposizione più comune è quella che vede in alto a sinistra Matteo, a destra Giovanni, gli apostoli, e in basso Marco e Luca, i discepoli. È chiaro che si è di fronte a un programma iconografico preciso: il rosone è, per la sua forma circolare e per la sua diafania, un elemento teofanico, esplicitato talvolta dalla presenza al centro del volto di Cristo o dall’immagine dell’Agnus Dei, e gli evangelisti che formano il quadrato, segno della terra, ponendosi al limite fra realtà terrestre e mondo celeste, indicano il diffondersi della parola di Dio in tutto il mondo, che viene così salvato e santificato, come si vede nel rosone di Spoleto (7), dove la decorazione cosmatesca evidenzia il quadrato ed è identica a quella che si trova nelle volute e nel centro del rosone.

Nel portone centrale della cattedrale di Chartres questo tema è sviluppato in modo diverso e più completo: nella lunetta sta al centro il Cristo apocalittico in mandorla, la cui Parola, rappresentata dal tetramorfo, viene affidata agli apostoli posti sull’architrave.

Micaela Soranzo

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