Nella mente di
molti cristiani la figura di san Paolo è inesorabilmente inchiodata allo
stereotipo del teologo rigoroso e gelido, teorico della nuova religione
fondata da Gesù con ben altra intensità. È, questa, un’idea che ha
attraversato il pensiero anche di qualche studioso, come l’ottocentesco
francese Ernest Renan che, nel suo Saint Paul (1869), non esitava a
scrivere che «il vero cristianesimo, destinato a durare eternamente,
viene dai vangeli, non dalle epistole di Paolo che, in verità, sono
piuttosto uno scoglio e la causa dei principali difetti della teologia
cristiana». E continuava elencando i danni perpetrati dall’Apostolo,
divenuto «il padre del sottile Agostino, dell’arido Tommaso d’Aquino,
del tetro calvinista, del bisbetico giansenista». Proprio il contrario di
quel Gesù che è «il padre di tutti coloro che cercano il riposo delle
loro anime». Su questa scia anche il nostro Antonio Gramsci non avrà
imbarazzo a classificare Paolo come «il Lenin del cristianesimo»!

La grandiosa Conversione sulla via
di Damasco del Caravaggio, 1600,
Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma (foto Censi).
In realtà, una lettura più accurata delle sue lettere,
accompagnata dalla testimonianza della sua attività missionaria
lasciataci dal discepolo Luca negli Atti degli Apostoli, smentisce questo
ritratto svelando il volto di un pastore consapevole della necessità di
fondare seriamente la conoscenza della fede. Se, allora, il suo
epistolario rivela un intreccio tra annunzio e vita ecclesiale (si legga,
ad esempio, la prima lettera ai Corinzi con la sua puntigliosa descrizione
dei problemi che tormentano quella comunità e con le relative proposte
pastorali dell’Apostolo), è però altrettanto vero che la riflessione
teologica è vigorosa ed esigente (e in questo senso emblematica è la
lettera ai Romani, il suo capolavoro di pensiero). Aveva, quindi, ragione
Albert Schweitzer, il celebre filantropo e teologo, quando affermava che «san
Paolo ha assicurato per sempre nel cristianesimo il diritto di pensare.
Parte dalla fede della comunità, ma non ammette di doversi fermare dove
quella finisce. Egli fonda per sempre la fiducia che la fede non ha nulla
da temere dal pensiero. Paolo è il santo protettore del pensiero nel
cristianesimo!».
Analisi del pensiero paolino
Schweitzer curiosamente scriveva queste righe in un’opera
del 1930 intitolata Die Mystik des Apostels Paulus: sì, la
riflessione non è un percorso intellettuale indipendente rispetto alla
spiritualità, ma con essa vigorosamente s’intreccia. È a questo punto
legittima una domanda: qual è, allora, il nodo d’oro ove le due
dimensioni del credere, quella fiduciale e la razionale s’incrociano? Le
risposte date dagli esegeti paolini sono molteplici e le vorremmo ora
elencare, non per mera erudizione, ma perché ci permettono di scoprire la
complessa ricchezza della visione teologica e spirituale dell’Apostolo.
Così, a partire da Lutero, alcuni hanno visto il cuore
della concezione paolina nella giustificazione attraverso la fede, un tema
certo capitale in alcune Lettere (R. Bultmann, E. Käsemann, H. Hübner).
Altri, invece, come il citato Schweitzer, colgono nell’unione mistica
con Cristo (spesso affidata alla preposizione greca syn,
"con", variamente unita ai verbi salvifici) il punto focale dell’annunzio
paolino (così W. Wrede ed E. P. Sanders).

La statua di san Paolo a Lourdes
(foto Marcato).
E la croce di Cristo, segno supremo della nostra
redenzione? È proprio questa componente, esaltata in molte pagine paoline,
la via scelta da altri studiosi per rispondere al nostro quesito (U.
Wilckens, J. Becker). Per stare alla celebre espressione dell’inno
incastonato nel capitolo 2 della Lettera ai Filippesi, è là che si
consuma la kénosis del Verbo: il Figlio di Dio si
"svuota", si "umilia", precipitando nell’abisso
della mortalità, scegliendo la crocifissione, la morte più infamante
della civiltà antica. Eppure, è proprio da quella croce che ha inizio l’"esaltazione"
pasquale del Risorto che rinnova e domina l’intera creazione.
Lungo questa direzione totalizzante, altri esegeti sono
partiti per proporre una diversa concezione della prospettiva fondamentale
del pensiero paolino. L’Apostolo è consapevole che la signoria di
Cristo abolisce ogni frontiera ed è qui il cuore del messaggio che Paolo
annunzia: la costante apertura verso orizzonti universalistici che
conducono la Chiesa ad essere testimone fino agli estremi confini del
mondo (così K. Stendahl, F. Watson, J. D. Dunn).
Infine, nella complessa analisi del pensiero paolino c’è
chi ha visto come fattore decisivo e struttura unificante la cristologia:
tra costoro sono da segnalare due figure rilevanti dell’esegesi
cattolica del ’900, L. Cerfaux e R. Schnackenburg. Il Vangelo di san
Paolo è, anche a nostro avviso, incentrato sul Cristo crocifisso e
risorto, umiliato e glorioso, sorgente della nostra salvezza e principio
della stessa redenzione cosmica. Si pensi – sia pure soltanto a livello
statistico – che delle 535 presenze del nome di Gesù Cristo nel Nuovo
Testamento almeno 400 sono accaparrate dall’epistolario paolino.
Frasi come «per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21) o «nessuna
creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù» (Rm
8,39) ne sono la formulazione tematica essenziale, consapevole com’è l’Apostolo
che all’origine della sua vocazione, sulla via di Damasco, c’è quell’essere
stato "ghermito", cioè afferrato da Cristo (Fil 3,12), così
come la sua intera esistenza è stata «posseduta dall’amore di Cristo»
(2Cor 5,14). Ed è per questo che egli deve dedicare tutta la sua vita ad
annunziarlo al mondo: «Predicare per me il Vangelo non è un vanto, ma
una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!»
(1Cor 9,16).

Miniatura medievale per l’Anno
paolino in Francia (foto Censi).
Cristo e l’evento pasquale
Certo, tutte queste traiettorie e altre indicate dagli
studiosi hanno un loro significato rilevante per definire l’anima della
spiritualità paolina. Non si può ignorare, ad esempio, il peso che ha il
nesso tra il dono liberatorio della charis (grazia) divina e la
risposta libera della pistis (fede) per l’antropologia teologica
dell’Apostolo. Ma il vincolo che annoda la mistica, il paradosso della
croce, l’annunzio evangelico, la stessa ecclesiologia («il corpo di
Cristo che è la Chiesa», Col 1,24), e persino l’escatologia («Cristo
in voi, speranza della gloria», Col 1,27), oltre naturalmente alla
soteriologia («raggiungere la salvezza che è in Cristo Gesù», 2Tm
2,10) è sempre e solo Cristo e l’evento pasquale. Egli è la svolta
radicale per l’esistenza del credente. Basti solo pensare all’interpretazione
del battesimo cristiano offerta in Romani 6,3-6 e basata su uno stretto
parallelismo tra la vicenda pasquale di Gesù e l’esperienza del
cristiano.
Da un lato, c’è il sepolcro di pietra in cui è
calato il corpo morto del Crocifisso. D’altro lato, ecco il sepolcro d’acqua
in cui penetra "l’uomo vecchio", cioè il nostro "corpo
del peccato", votato alla morte. Il sepolcro di Cristo, all’alba di
Pasqua, viene scoperchiato e il Risorto sfolgora nella luce della Pasqua,
immerso nella "gloria del Padre". Similmente dal sepolcro del
fonte battesimale esce la creatura umana redenta, ossia l’"uomo
nuovo", libero dalla sindone mortuaria del peccato e pronto a
"camminare in una vita nuova". Cristo, però, agli occhi di san
Paolo, è anche alla radice della nuova creazione: il creato, infatti, è
proteso «nella speranza di essere liberato dalla schiavitù della
corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm
8,21), così che «Cristo sia tutto in tutti» (Col 3,11).
Scrive uno dei nostri maggiori studiosi dell’Apostolo,
Romano Penna: «Paolo ritiene che Cristo Signore sia l’iniziatore di una
nuova stagione della storia e di una nuova identità antropologica dalle
ricadute universalistiche, non paragonabile a un re come Davide o a un
profeta come Isaia e neppure a un grande legislatore come Mosè, bensì
soltanto a chi è anteriore a tutti costoro e non è appartenente al
popolo storico di Israele, cioè ad Adamo, progenitore dell’intera
umanità (cf 1Cor 15,21-22.45-47; Rm 5,12-21)».
L’asse portante dell’intero epistolario paolino,
della sua teologia e della relativa spiritualità è, quindi, la
cristologia e questa impostazione è una lezione vigorosa e necessaria
anche per i nostri tempi nei quali si corre il rischio di inseguire
percorsi religiosi più evanescenti.
A suggello, ci sembrano emblematici due motti paolini.
Il primo pone il suo marchio sull’esistenza storica del cristiano: «Questa
vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi
ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). L’altro, invece,
si apre anche all’oltrevita: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore,
se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo,
siamo del Signore. Infatti per questo Cristo è morto ed è ritornato alla
vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14,8-9).
monsignor Gianfranco Ravasi
presidente del Pontificio consiglio della
cultura)