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Il diavolo e l’acqua
santa L’acquasantiera della basilica di
ATTILIO MONGE |
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Per i nostri "25 lettori"
di manzoniana memoria, coglieremo note di cronaca che rispondono al
compromesso dell’occhiello. Entrando nella basilica di San Paolo dal
chiostro, il primo monumento in cui ci si imbatte è... I l titolo della serie non è originale, ma di uso corrente. È un modo di dire e di fare entrato nel nostro quotidiano, in campo politico e, purtroppo, religioso. Il compromesso, parente lontano della verità, non scandalizza più nessuno. Un tempo per dire l’inconciliabilità di un avvenimento si scomodava il detto che "Parigi val bene una messa"; oggi la coabitazione del diavolo con l’acqua santa non fa più proverbio: si concilia e basta. Si evita di rispondere con un "sì" o con un "no".In questa rubrica coglieremo avvenimenti di cronaca che rispondono a questo comune compromesso, senza pretese di giudicare. Il titolo me l’ha suggerito la monumentale acquasantiera della Basilica di san Paolo fuori le Mura (ma ne ho conosciute numerose altre, simili, in chiese italiane ed estere) dove convivono, in apparente armonia, il diavolo e l’acqua santa. Frequentando la Basilica, specialmente nell’anno dedicato a san Paolo, ho notato che è questo il primo monumento che viene incontro ai numerosi pellegrini e turisti che entrano dalla parte del chiostro, i quali, prima di alzare lo sguardo estasiato ai mosaici dell’abside e dell’arco trionfale, si fermano e persino sorridono – piccoli e grandi – al gruppo marmoreo composto da una bambina che giunge a stento a toccare la vasca dell’acqua e da un giovane e atletico diavolo che tenta inutilmente di rannicchiarsi alla base, nascondendo il viso con un braccio per non farsi riconoscere. Mi pare che i visitatori anziché impaurirsi, lo guardino con simpatia.
L’acquasantiera è opera di Pietro Galli da Roma, donata a Pio IX che nel 1860 la dirottò alla Basilica. La conosco da mezzo secolo, ma mi sorprendo ancora mentre osservo lo stupore di quanti, entrando, si imbattono per la prima volta con il diavoletto e l’acqua santa. Senza timore di smentita mi pare che trovino naturale il compromesso. Il dinamico Abate di san Paolo, l’inglese Edmund Power, che ha portato una ventata di vita nuova nella comunità monastica e nella Basilica, quando spiega ex cathedra il monumento, è severo nel giudizio su Satana che si maschera da angelo di luce, trama contro il bene ed è sconfitto da Dio. Eppure anche l’intransigente figlio di san Benedetto ha confessato, fra amici, che qualche volta, entrando in Basilica dalla parte dell’acquasantiera, dopo essersi segnato, gli scappa uno scappellotto, come una rude carezza, al personaggio accovacciato sotto, quasi a dirgli: «Povero diavolo!». Ma c’è un’altra persona che, abitando a un centinaio di metri dalla Basilica, entra spesso, o almeno entrava fino a poco tempo fa, da quella porta. E non si guardano certo con simpatia, il diavolo e lui, perché si tratta di don Gabriele Amorth, il più celebre esorcista d’Italia, un paolino mio caro amico, chiamato spesso in televisione a smascherare il personaggio che si nasconde volentieri sotto sembianze cattivanti. Questa l’acquasantiera che ha suggerito il titolo dell’occhiello del nostro articolo. Il mio amico Giuda È entrato di prepotenza nella hit parade della cronaca bianca, riscattando la cattiva fama di un tempo. Parlo di Giuda, dal soprannome Iscariota, perché originario di Keriot, uno dei Dodici. Finora sinonimo di traditore e associato al porco in una delle esclamazioni volgari più frequenti, diventa improvvisamente persino simpatico. È protagonista di un film: Tutta colpa di Giuda, una sorta di Jesus Christ Superstar ambientato in un carcere e recitato per lo più da veri detenuti. Un film sincero che, senza troppi battimani della critica, specialmente di quella religiosa, riesce a raccogliere una discreta schiera di spettatori, facendoli sorridere e riflettere, sollecitati dal fatto che nessun detenuto, per solidarietà con Giuda, vuole interpretare il suo tradimento. In concomitanza con il film, ma casualmente, il settimanale più diffuso in Italia, Famiglia Cristiana, nel clima editoriale biblico, non esita a bandire un sondaggio popolare sul personaggio più simpatico del Vangelo – escludendo Gesù e la Madonna – e, chissà come, per alcune settimane, risulta lui, Giuda. Forse per lo stesso fenomeno che, quando da bambini si gioca a guardia e ladri, la nostra simpatia va a questi ultimi, pur dissociandoci dai loro misfatti. O forse per compassione, perché si pensa al bacio scambiato con il Maestro che per causa sua va a morire per noi, ma anche a risorgere. Io non mi sono stracciate le vesti, perché considero sbagliato demonizzare Giuda. E mi sono venute in mente le stupende pagine di Nostro fratello Giuda di don Primo Mazzolari, morto cinquant’anni fa. Solo un brano: «Voglio bene anche a Giuda, è mio fratello, Giuda. Pregherò per lui, perché io non giudico, non condanno. [...] Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore».
Maratona biblica Una di queste domeniche al centro di Roma, ho visto due signore, sobriamente eleganti, uscire dalla chiesa ed entrare in un bar con la Bibbia – appariscente perché con copertina rossa – sotto il braccio. Mi ha fatto piacere notare la naturalezza con cui mostravano il libro forse appena acquistato. Ho pensato che avrebbe sorriso compiaciuto anche don Alberione che già nel 1914, in tempi non sospetti di carestia biblica, fondava una famiglia religiosa per stampare, diffondere e far leggere a tutti la Sacra Scrittura. Spero che questo libro, divenuto prepotentemente popolare anche da noi, non trovi solo posto nella scansia del salotto, ma venga anche letto, qualche pagina ogni tanto, quasi una sosta ristoratrice quotidiana. Un tempo nelle stanze degli alberghi italiani, prima che arrivasse il televisore, era invalsa l’abitudine dei paesi anglosassoni di far trovare una Bibbia. Sappiamo che da una notte insonne ad Assisi, leggendo questo libro, Pasolini scrisse di getto la sceneggiatura del suo Vangelo secondo Matteo. "Niente Bibbia, siamo italiani": è il titolo di un’intervista a Il Sole 24 ore di monsignor Gianfranco Ravasi, dove è detto che solo 27 su 100 italiani leggono qualche brano della Bibbia, mentre negli Stati Uniti sono almeno 75. Non è consolante per noi, anche se la televisione italiana vanta il primato di una maratona biblica, quasi una santa telethon, giorno e notte per una settimana intera a leggere ininterrottamente la Bibbia. Attilio Monge |
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