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Anno sacerdotale

Il santo Curato d’Ars

di ETTORE MALNATI
   

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2009 - Home Page

San Giovanni M. Vianney, nato nel 1786 a Dardilly (Lione), ordinato sacerdote nel 1815, fu inviato come cappellano ad Ars. Pregava molto per la conversione dei suoi parrocchiani. Morì il 4 agosto 1859 e venne canonizzato nel 1925.
  

Nell’occasione del 150° della morte di Giovanni Maria Vianney, conosciuto con il nome di Curato d’Ars, Benedetto XVI ha voluto indire dal 19 giugno 2009 l’Anno sacerdotale. Si tratta di un’opportunità offerta a tutte le comunità ecclesiali per rileggere "la fedeltà di Cristo e la fedeltà del sacerdote" alla luce di questa figura di pastore ed evangelizzatore non solo del mondo rurale della Francia post-rivoluzionaria, bensì di uno stile pastorale che, pur se datato, rimane sempre presenza profetica per chi ha accolto la vocazione al ministero ordinato.

La risposta alla chiamata a essere prete Giovanni Maria Vianney la matura in un contesto ostile alla Chiesa e ai valori cristiani. Ciò invece di affievolire il suo entusiasmo lo porterà all’età di 17 anni a confidare alla madre: «Vorrei guadagnare delle anime al Buon Dio». Solo a 20 anni comincerà la sua preparazione al sacerdozio presso l’abbè Balley, Curato di Ecully, non distante dal suo villaggio natale di Dardilly. Le difficoltà per raggiungere la meta sono note, ma la sua genuina fede e l’autentico spirito di essere pastore d’anime per la diffusione del regno di Dio decideranno a suo favore. Così iniziò il suo ministero come coadiutore a Ecully nel 1815.

Alla morte dell’abbè Balley nel 1818 verrà inviato cappellano ad Ars, allora villaggio di 260 abitanti e vi rimarrà sino alla sua morte, avvenuta il 4 agosto 1859 alle due del mattino.

Uomo della misericordia

Il Curato d’Ars fu indicato, per il suo carisma di confessore, come il prete della misericordia, che offriva ai suoi penitenti l’occasione di rileggere il loro rapporto con il buon Dio, osteggiato o accantonato nelle scelte di vita, come una profonda ingratitudine consumata nei confronti di chi tutto ha donato fino alla morte di croce del suo Figlio unigenito, per offrire all’umanità fiducia e salvezza.

Una stola usata dal santo, che praticava penitenza e mortificazione corporale.
Una stola usata dal santo, che praticava penitenza e mortificazione corporale
(
foto www.curatodars.com) .

Se nei primi anni del suo ministero, dice il suo biografo Nodet, era severo, poi, considerando la fragilità e povertà spirituale e morale dei suoi penitenti, applicò, senza populismi però, l’atteggiamento della correzione paterna, facendo così commuovere chi cercava e chiedeva il perdono... «Era difficile non essere sinceramente pentiti al confessionale del Curato d’Ars».

Non era una rarità vedere ad Ars uscire dal confessionale del santo Curato persone, uomini e donne, commossi sino alle lacrime.

Anche oggi il sacerdote-pastore deve poter essere attento alle grovigliose problematiche della coscienza di un credente e aiutarlo proprio nello stile della misericordia a riconoscere anzitutto il peccato come tale, ad accogliere il ministero del sacramento pasquale del perdono e a prendere posto nella comunità cristiana per fare della parola di Dio il criterio di valutazione delle sue scelte. Essere uomini di misericordia significa, come diceva Giovanni Maria Vianney, sapersi avvicinare ai propri fratelli e sorelle divenendo come Cristo con i discepoli di Emmaus smarriti, occasione e presenza di quella speranza che sa generare la richiesta: «Resta con noi, Signore». Oggi più che mai ciò che stupisce nel ministero nei vari campi della pastorale è proprio questo stile di comprensione e di partecipazione alle sofferenze delle persone senza nulla scalfire della verità sull’uomo, ma che è concreta presenza di quella paternità divina che fece dire al figliol prodigo: «Mi alzerò e andrò da mio padre e gli dirò: Ho peccato contro Dio e contro di te» (Lc 15,18).

Uomo di profonda spiritualità

Il santo Curato d’Ars pose al centro della sua vita il primato di Dio, sentendosi profondamente coinvolto a realizzare in sé quell’assomigliare a Cristo, cercando di essere e vivere in tutto e per tutto da creatura nuova. Per essere fedele a ciò, egli praticò la penitenza e la mortificazione anche corporale per offrire con l’ascesi e la grazia quella forza alla sua umana volontà per seguire Cristo con tutto se stesso.

Il Curato d’Ars deve una parte della sua popolarità proprio alle mortificazioni che si infliggeva. Ciò per la conversione delle persone che il suo ministero gli faceva incontrare. Mangiava una volta al giorno; due patate al massimo, croste di pane, qualche volta tre frittelle fatte con farina e acqua.

Basta osservare l’"orologio" della sua giornata che è esposto al primo piano del presbiterio di Ars, prima di scendere le scale che portano nella cucina di Catherine Lasagne, per constatare quanto tempo Giovanni Maria Vianney passasse in chiesa non solo per le confessioni degli uomini e delle donne, ma anche per la sua preghiera personale davanti all’eucaristia, per la meditazione, l’adorazione e la recita del breviario che egli faceva sempre nella sua povera ma preziosa chiesa davanti a quel tabernacolo che egli aveva voluto grande con l’agnello dell’Apocalisse sulla "porticina".

Rimase scolpito nella mente e nel cuore di chi lo avvicinò ciò che egli disse dell’orazione: «La preghiera è per la nostra anima ciò che la pioggia è per la terra. Concimate una terra quanto volete, se manca la pioggia, tutto quello che farete non servirà a nulla» e aggiungeva: «Il buon Dio ama essere importunato». Proprio perché i contemporanei del santo Curato d’Ars furono edificati dalla sua profonda spiritualità, la statua con la quale è raffigurato e riconosciuto in tutta la Chiesa lo ritrae in ginocchio con le mani giunte e il volto in atteggiamento di profonda contemplazione.

Certo la situazione pastorale del prete oggi è frenetica e dissipante, ma guai se il presbitero non prevede e ricerca questo immedesimarsi nell’ascolto della Parola, nel fermarsi a contemplare e nel presentare a Dio il suo ministero e il suo popolo. È di fede che il prete deve essenzialmente vivere. Giustamente ebbe a dire Paolo VI: «Non basta vivere con la fede, ma vivere di fede».

Se dunque il presbitero deve educare il popolo cristiano a crescere nella fede e a lasciarsi illuminare da questo dono e criterio, in primo luogo lui deve essere intriso da questo spirito tanto da leggere avvenimenti, situazioni e casi incresciosi o lieti non con i soliti parametri più o meno scandalistici o perbenisti, ma attraverso la saggezza della parola di Dio.

Uomo della missione

L’esortazione dell’apostolo Paolo: «Guai a me se non evangelizzo» (1Cor 9,16) è stata l’assillo costante dell’umile Curato d’Ars. Egli seppe attraverso una catechesi semplice ma sistematica insieme, offrire a tutta la sua comunità e a coloro che non solo dai villaggi vicini venivano ad ascoltare, la grandezza e l’originalità della fede cristiana. La presentazione dei misteri della fede cristiana e ciò che il discepolo di Cristo deve fare suo stile di vita era immediata e offerta con esempi che quasi tutti potevano comprendere.

Visitava i casolari dove la vita era intrisa di lavoro faticoso e non sempre gratificante. Non perdeva occasione per esortare alla conoscenza della fede e alla vita sacramentale senza perdere di vista quella carità verso i meno fortunati. Raccomandava la preghiera in famiglia. Si preoccupava e occupava della dignità dell’amore coniugale, perché fosse tutelato e divenisse sempre più un vincolo umanamente e sacramentalmente qualificante per i coniugi e di riflesso un esempio per i figli. Questi dovevano poter vedere nei genitori il cuore e la mano provvidente del buon Dio.

Nella sua missione il Curato d’Ars fu anche un prete attento, si direbbe oggi, al sociale. Fu lui a volere nella sua piccola parrocchia rurale una casa di accoglienza che chiamerà "La Provvidenza", dove ospitare ragazze per lo più senza genitori e dare loro una formazione umana e cristiana, affinché sapessero leggere e scrivere e imparassero un mestiere per essere così emancipate e poter provvedere con dignità al loro inserimento nella società.

Il Curato d’Ars fu sempre disponibile per le missioni popolari che con serietà e impegno andavano svolgendosi di villaggio in villaggio nella Francia post-rivoluzionaria, frastornata da un sovvertimento delle coscienze cristiane. Fu un "missionario" della santificazione della domenica cercando di porre, e vi riuscì, al centro delle attenzioni della sua gente il riposo festivo, la partecipazione alla messa e al catechismo, oltre che il disertare divertimenti che minavano la moralità e la pace familiare come allora erano le balere e il vizio del bere.

Certo si tratta di un mondo da noi lontano, ma l’impegno del pastore per una formazione delle coscienze che cercano di essere criterio valoriale alla luce del Vangelo nei vari settori della vita è tuttora valido e necessario.

Conclusione

L’Anno sacerdotale è una preziosa occasione per ogni presbitero a cogliere dalla vita e dal ministero di Giovanni Maria Vianney quel desiderio di assomigliare sempre più a Cristo buon Pastore che per essere efficace nella sua missione non può non compiere quella scelta pastorale della pedagogia della santità, raccomandata da Giovanni Paolo II per la nuova evangelizzazione del terzo millennio. «Sì, possiamo essere santi e dobbiamo lavorare per diventarlo», così diceva il Curato d’Ars nell’omelia per la festa di Tutti i Santi, «i Santi sono stati mortali come noi, abbiamo gli stessi aiuti, le stesse grazie, gli stessi sacramenti [...]. Possiamo essere santi».

Questa sarebbe la più efficace ed eloquente pastorale vocazionale tanto necessaria oggi, oltre a completa realizzazione di quell’«eccomi, manda me» che ogni presbitero ha fatto suo con l’imposizione delle mani nel giorno dell’ordinazione.

Ettore Malnati
   

GIOVANNI XXIII HA SCRITTO DI LUI

Aveva un senso profondo delle sue responsabilità pastorali
  

Ciò che colpisce, anzitutto, è il senso profondo che egli aveva delle sue responsabilità pastorali. La sua umiltà e la conoscenza soprannaturale che aveva del prezzo delle anime, gli fecero portare con paura l’ufficio di parroco. «Amico mio», confidava un giorno a un confratello, «voi non sapete ciò che voglia dire per un parroco presentarsi al tribunale di Dio!». Ed è ben conosciuto il desiderio che lo tormentò a lungo di fuggire in qualche luogo solitario per «piangervi la sua povera vita», e come l’obbedienza e lo zelo delle anime lo ricondussero ogni volta al suo posto.

Ars, 22.10.1986: Giovanni Paolo II in ginocchio davanti alle spoglie del santo.
Ars, 22.10.1986: Giovanni Paolo II in ginocchio
davanti alle spoglie del santo (foto Giuliani).

Ma se in certi momenti fu così abbattuto dal suo ufficio divenuto eccezionalmente opprimente, fu precisamente perché aveva un’idea eroica del suo dovere e delle responsabilità di pastore. «Mio Dio», pregava nei suoi primi anni, «accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!». Ottenne dal cielo quella conversione. Ma più tardi confessava: «Se avessi previsto, quando venni ad Ars, le sofferenze che mi aspettavano, sul colpo sarei morto di apprensione».

Sull’esempio degli apostoli di tutti i tempi, egli vedeva nella croce il grande mezzo soprannaturale per cooperare alla salvezza delle anime che gli erano affidate. Senza lamentarsi soffriva per esse le calunnie, le incomprensioni, le contraddizioni; per esse accettò il vero martirio fisico e morale d’una presenza quasi ininterrotta al confessionale, ogni giorno, per trent’anni; per esse lottò come atleta del Signore contro le potenze infernali; per esse mortificò il suo corpo. Ed è ben nota la risposta data a un confratello che si lamentava per la poca efficacia del suo ministero: «Voi avete pregato, avete pianto, gemuto e sospirato. Ma avete voi digiunato, avete vegliato, vi siete coricato per terra, vi siete data la disciplina? Finché non sarete giunto a questo, non crediate d’aver fatto tutto».

(Dall’enciclica Sacerdotii nostri primordia, 1° agosto 1959;
www.vatican.va)

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