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Ci scrivono

Nelle chiese c’è spazio per l’arte e il buon gusto?
    

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2009 - Home Page In una parrocchia di questo mondo sono rimasto alquanto perplesso nel vedere sul presbiterio un Crocifisso in legno finemente dorato su una colonna ai cui piedi, sopra un appoggio di roccia, vi è esposta la statua del santo di Pietrelcina. Ma cosa avrà fatto di male Francesco Forgione per meritare un posto così singolare che, nei vangeli, leggiamo spetti solo alla Vergine Maria e a san Giovanni? Mi perdoni padre Pio, ma sono sicuro che dal cielo in questo momento mi dia ragione e si stia vergognando anche lui per gli abusi e le manipolazioni della sua immagine che, in vita, è stata tanto umile e silenziosa. Mi auguro che sia stato posto lì temporaneamente, altrimenti dovremmo ritornare a studiare la teologia e la liturgia.

È possibile che non vi sia qualcuno che vigili sul decoro e l’ordine nelle nostre chiese per denunciare tali esagerazioni, perché l’esempio riportato non è l’unico che mi è capitato di vedere. Ciò sia di incoraggiamento al parroco a cui chiedo scusa. Mi sono sentito autorizzato a comunicarlo perché nasca, soprattutto nei giovani sacerdoti, la sensibilità anche verso ciò che è estetico e bello, insomma verso tutto ciò che di positivo colpisce lo sguardo dell’uomo, e non solo la sua dimensione spirituale.

don Danilo)

Risponde Micaela Soranzo.
Gentilissimo lettore, la sua segnalazione è molto importante, perché ci permette di chiarire il rapporto ancora difficile tra liturgia e devozione popolare. Pur nel rispetto per questa forma di pietà legata ai santi, è necessario fare una distinzione fra queste grandi figure della storia della Chiesa, certamente importanti nella vita di ciascun cristiano, con il culto che ogni fedele deve alla Vergine e prima di tutto a Cristo.

La fotografia che lei ci invia (a sinistra), in cui si vede una piccola statua di san Pio posta su un basamento in pietra ai piedi di una colonna in legno su cui poggia un crocifisso in legno dorato, indubbiamente mette in risalto una soluzione inaccettabile, a cui si aggiunge anche un disordine generale del presbiterio: il piedistallo della statua non è certamente il suo, ma è stato male adattato; vi è un numero eccessivo di candelieri, di cui non si capisce bene la sistemazione; vi è anche poca cura nell’arredo floreale, poiché una pianta verde è collocata sopra un bizzarro piedistallo in un punto "qualsiasi" del presbiterio e anche la cassetta delle offerte, quasi sicuramente legata al santo, non fa certo la sua bella figura; senza parlare, poi, di una colonnina in marmo dimenticata lì accanto.

Lei si chiede se non sia possibile che qualcuno vigili sul decoro e l’ordine delle nostre chiese, ma a questo interrogativo ha già risposto Sacrosanctum Concilium 124, laddove invita i vescovi ad «allontanare dalla casa di Dio» quelle opere che «offendono il genuino senso religioso», perché «mediocri o false nell’espressione artistica». La Chiesa si è sempre espressa a favore di una semplicità e autenticità, che porta a una "nobile bellezza". L’Ordinamento generale del Messale Romano (289) afferma, poi, che «nella scelta delle opere da ammettere nella chiesa, si cerchino gli autentici valori dell’arte, che alimentino la fede e la devozione e corrispondano alla verità del loro significato e al fine cui sono destinate».

Il problema principale è, indubbiamente, la commistione tra il crocifisso e la statua di san Pio la cui collocazione sul presbiterio non è accettabile, a meno che non sia il "titolare" della chiesa, ma non è, credo, il nostro caso, sia perché ci troviamo in una chiesa antica, sia perché si tratta di una statuetta devozionale e non di un’opera artistica come si conviene al luogo.

Il Magistero della Chiesa stabilisce che «vi sia sopra l’altare o accanto ad esso, una croce con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato» (OGMR308), ma riguardo alle immagini della Vergine e dei santi raccomanda che «si presti attenzione che il loro numero non cresca in modo eccessivo e che la loro disposizione non distolga l’attenzione dei fedeli dalla celebrazione». (OGMR 318; cf SC 125). Su questa linea sono le disposizioni delle Note Pastorali dei vescovi italiani (La progettazione di nuove chiese e L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica), dove soprattutto si ribadisce l’importanza di una elevata qualità e dignità artistica delle immagini presenti nell’edificio di culto (PNC 16; ACRL 36).

Per quanto riguarda il problema della formazione artistica nei seminari per sensibilizzare i giovani sacerdoti sia alla salvaguardia del grande patrimonio che la storia ci ha trasmesso, sia perché si facciano promotori di un proficuo dialogo con l’arte contemporanea, sono stati fatti convegni specifici anche da parte dell’Ufficio liturgico nazionale, ma troviamo già delle indicazioni sempre su Sacrosanctum Concilium 129, dove si dice che «i chierici, durante il corso filosofico e teologico, siano istruiti anche sulla storia e sullo sviluppo dell’arte sacra [...] in modo che siano in grado di stimare e conservare i venerabili monumenti della chiesa e di offrire consigli appropriati agli artisti nella realizzazione delle loro opere». Purtroppo questo è un problema di non facile soluzione, perché sembra che il corso di studi dei giovani seminaristi sia fin troppo pieno di materie tanto che non è possibile affrontare seriamente anche questi temi; certamente non ci dobbiamo poi lamentare non solo delle "discutibili" sistemazioni che vediamo nelle nostre chiese storiche, ma anche di tutto ciò che concerne le nuove chiese, perché sempre più spesso sono gli stessi progettisti e artisti a sentire la mancanza di una "committenza illuminata".

Maggiori chiarimenti su queste tematiche sono già apparsi su Vita Pastorale, in particolare sulla luce (5/2007), sull’addobbo floreale nella liturgia (4/2007) e sul crocifisso (3/2008).
   

  Su don Bernardo Antonini

Ho letto con molto interesse l’articolo (VP 4/09) su don Bernardo Antonini come uno afferrato dal carisma paolino-alberoniano e, per questo, innamorato della parola di Dio da portare dovunque e a chiunque con tutti i mezzi specie più celeri, incisivi ed efficaci a cominciare, in primis, dalla propria persona.

Perché mi unisco alla gioia per questa memoria? Perché ho avuto il bene e la gioia di vederlo e di ascoltarlo in occasione di una delle Assemblee nazionali della Fies (non saprei dire quale e quando).

Di lui ricordo due caratteristiche che mi sono rimaste più impresse nella memoria e nel cuore: la gioiosità sorridente e l’ottimismo entusiasmante; non mi ricordo bene se stava per intraprendere l’avventura della Russia ma ne parlava con la semplicità e l’ebbrezza del fanciullo che vibra, senza però scomporsi, di fronte ad una esperienza missionaria-apostolica diremmo "di frontiera", come bene l’autrice ha intitolato il suo volume, tanto congeniale alla sua appartenenza all’istituto "Gesù Sacerdote" e allo spirito e stile paolino da cui era animato e incalzato.

Poiché «la parola non è incatenata» (2Tm 2,9) e don Bernardo sentiva fortemente bruciare in sé il paolino «guai a me se non predicassi il vangelo» (1Cor 9,16), non ha esitato ad andare fino in Russia e ad imparare quella lingua per poter interloquire con i nuovi fratelli e sorelle che man mano avrebbe incontrato.

Io non posso dire di averlo avvicinato e di aver avuto contatti con lui: l’ho soltanto visto e sentito, ma mi è bastato per non dimenticarmelo più. Ed ho presente come tutta l’assemblea fosse presa da quella presenza che comunicava più con gli occhi che con le parole, anche se queste fluivano con dolcezza e si imponevano per la loro carica spirituale. Si percepiva che si sentiva pensato, costituito, servo di tutti e per questo si è fatto tutto a tutti per guadagnare a Cristo non solo qualcuno, ma più persone possibili (cf 1Cor 9,15ss).

Guido Oliveri
  

  Battesimi nella messa e battistero

La celebrazione del battesimo nel corso della messa festiva da "eccezione" è divenuta costante prassi: esso viene abitualmente amministrato a più battezzandi che si fanno convenire in base ad un preciso calendario.

La ragione? Allargare la partecipazione all’assemblea dei fedeli. Obbiezioni: 1) la "Nota pastorale" ribadisce che il battesimo venga amministrato «in un luogo decoroso e significativo riservato esclusivamente al sacramento» evitando di rendere il presbitario "onnicomprensivo"; 2) il rito battesimale finisce con l’emarginare la liturgia domenicale; 3) le due assemblee vengono assommate: a quella domenicale si sovrappone quella del parentado di più battezzandi con conseguente, inevitabile confusione; 4) tra i vari segni del rito, dopo il versamento dell’acqua battesimale, in tal modo viene eliminato quello importante dell’"ingresso" nella Chiesa, popolo di Dio; 5) conseguenza pratica: si possono chiudere i battisteri e rimuovere le vasche battesimali: è sufficiente un tavolo e un catino d’acqua collocati nel presbiterio davanti all’altare maggiore.

Ritengo che questa abusiva modifica del rito antichissimo della iniziazione cristiana rappresenti una evidente mortificazione del sacramento oltre ad essere in aperto contrasto con le precise indicazioni delle Commissioni centrali per l’arte sacra e per la liturgia.

mons. Enzo Donatini
Forlì

Risponde don Silvano Sirboni.
Alla luce della prassi "tipica" (= ideale) che prevede l’iniziazione cristiana nel contesto della veglia pasquale e quindi di un’assemblea eucaristica, anche per l’abituale prassi del battesimo dei bambini «si raccomanda di celebrarlo durante la veglia pasquale o in domenica, giorno in cui la Chiesa commemora la risurrezione del Signore. In domenica il battesimo può essere celebrato anche durante la messa affinché tutta la comunità possa partecipare al rito e risalti chiaramente il nesso fra il battesimo e l’eucaristia. Non lo si faccia però troppo di frequente» (RBB 9). Si tratta infatti di manifestare il battesimo come aggregazione a quella Chiesa che si rende visibile soprattutto nell’assemblea eucaristica (cf IC, Introduzione Generale 4; RBB 10).

L’esortazione riguardo alla frequenza tiene saggiamente presente la situazione delle grandi parrocchie dove si potrebbe correre il rischio di non rispettare abitualmente il normale rito della messa, non però i testi liturgici del giorno (cf RBB 170; GdS 33). Inoltre, tenendo ben presente l’attuale contesto socio-ecclesiale e le motivazioni ambigue di tante presenze al rito battesimale, sta alla saggezza del pastore fare le scelte opportune sia per quanto riguarda la prassi pastorale ordinaria che per quanto riguarda i singoli casi. Inserendo abitualmente i battesimi nella messa non si rischia forse di chiedere troppo a chi non partecipa quasi mai all’eucaristia domenicale, ma chiede il battesimo per i figli per un condizionamento sociologico o partecipa al rito semplicemente per doveri di parentela o di amicizia?

In questo caso si rischia di avere veramente due diverse assemblee discordanti. Le norme generali prevedono opportunamente la possibilità di celebrazioni comuni, di più battesimi insieme, per evidenziare in qualche modo la fondamentale dimensione ecclesiale di questo sacramento, che da molti è ancora visto come una faccenda privata. È ovvio che molte difficoltà possono e debbono essere risolte alla radice con un serio itinerario di preparazione per genitori e padrini (cf RBB 5 e 7). Con l’inserimento del battesimo nella messa i riti di accoglienza non sono eliminati (cf RBB 169), a meno che, alla luce del RICA (68-97), essi non siano stati anticipati opportunamente in una domenica precedente (cf Diocesi di Cremona, Rito del battesimo dei bambini in celebrazioni distinte ad experimentum, pp. 7-11).

Per quanto riguarda il battistero, esso è di norma «il luogo dove i cristiani rinascono dall’acqua e dallo Spirito Santo [...] deve essere disposto in modo da consentire la partecipazione comunitaria. [...] Nel caso in cui il battistero non fosse in grado di ospitare tutti i catecumeni o tutti i presenti, anche i riti che normalmente si svolgono nel battistero si possono compiere in altre parti della chiesa che meglio si prestino allo scopo» (IC, Introduzione Generale 25-26). Proprio per favorire la partecipazione dell’assemblea, la Nota Cei sulla progettazione di nuove chiese (1993) prescrive la costruzione di un battistero «decoroso e significativo riservato esclusivamente alla celebrazione del sacramento, visibile dall’assemblea, di capienza adeguata. [...] In ogni caso non è possibile accettare l’identificazione dello spazio e del fonte battesimale con l’area presbiteriale o con parte di essa, né con un sito riservato ai posti dei fedeli» (11).

Pertanto, quando la partecipazione attiva dei fedeli è messa a rischio a causa di un’infelice collocazione, determinata dalla prassi privata del battesimo, le stesse norme della veglia pasquale prevedono che si ponga «nel presbiterio un bacile con l’acqua» (MR p. 174, n. 37). Il che non significa "un tavolo e un catino", ma una soluzione dignitosa e di buon gusto, sebbene provvisoria, senza omettere di mantenere sempre in onore il fonte battesimale, memoria permanente della nostra nascita in Cristo. E, se possibile, pensare anche a un suo futuro adeguamento.
   
 

  L’elevazione del pane e del calice

Non vorrei essere tacciato di rubricismo, ma desidero essere correttamente informato sui gesti liturgici per le cui risposte Vita Pastorale è sempre utile e chiara e mi aiuta a celebrare con maggiore consapevolezza. Durante una concelebrazione alla quale ho partecipato anch’io come concelebrante ho notato un gesto che non so se sia lecito o meno ma che a me non è piaciuto. Al termine della preghiera eucaristica, al momento della dossologia il concelebrante principale si è limitato ad alzare le braccia verso il cielo mentre il concelebrante di destra ha innalzato il calice e quello di sinistra l’ostia. Lo so che non è una cosa molto importante, ma spero che qualcuno dei suoi esperti in materia mi dia qualche delucidazione in merito.

lettera firmata

Risponde padre Riccardo Barile.
Intanto non penso – o almeno lo spero – che il presidente fosse un vescovo, dal momento che la situazione può essere tipica di una concelebrazione tra soli presbiteri.

La normativa è abbastanza chiara: alla dossologia finale della preghiera eucaristica il diacono «stando accanto al sacerdote, tiene sollevato il calice» (OGMR 280). Dunque si tratta di un’azione che compete al diacono. Nella concelebrazione, stante la norma che «se non è presente il diacono, i compiti a lui propri sono svolti da alcuni concelebranti» (208), sarà il concelebrante di destra a innalzare il calice sostituendo il diacono.

Non è un bizantinismo – peraltro i bizantinismi sono sempre eleganti e spesso utili – precisare che il diacono non innalza il calice in modo paritetico al presidente, ma come suo aiuto. Nello stesso senso interviene un concelebrante a sostituzione del diacono. Una conferma storica è che l’OR1, che descrive la messa papale al sec. VII-VIII, ci informa che l’arcidiacono sollevava il calice mentre il Papa toccava l’orlo del calice con i pani consacrati: uno stratagemma visivo abbastanza semplice per far capire che chi innalzava le offerte era lui, il Papa, e il diacono solo lo aiutava a sollevare un calice grande e pesante.

Più in profondità, la questione rimanda alla necessità che la concelebrazione abbia un vero presidente, immagine di Cristo liturgo e "capo" ministeriale della comunità, che compia le principali azioni. Con la presenza di un vescovo in genere tutto funziona. Nella concelebrazione con soli presbiteri talvolta il presidente non ottiene sufficiente rilievo (a cominciare dalle vesti e dalla sede) a causa di un certo semplicismo e della considerazione che tanto come ordinazione "siamo tutti uguali".

In realtà bisogna tenere conto anche di un altro criterio, e cioè che la nostra eucaristia è immagine del modello dell’ultima cena, dove Gesù Cristo ha compiuto i gesti che hanno generato lo svolgimento dell’azione ed egli stesso ne ha comunicato il senso. Gesù Cristo ha introdotto i discepoli presenti nei misteri del regno e nell’intimità con il Padre affrancandoli da essere stranieri e ospiti, anzi, precisa il concilio di Trento, li ha costituiti sacerdoti della nuova alleanza (D 1740), ma tra Cristo e gli apostoli non ci fu né in quel momento né mai parità e democrazia in senso moderno.

Ecco, qualcosa del genere deve trasparire anche nella ritualità della concelebrazione: è il presidente che conduce l’azione e pone gli atti principali. La normativa, mi pare, va in questo senso non solo per la dossologia finale del canone, ma anche laddove prescrive che il celebrante principale deve sempre usare la pianeta (OGMR 209), tiene «normalmente» l’omelia (OGMR 213), pronuncia a voce alta le parole della consacrazione mentre gli altri sottovoce (OGMR 218); alcune parti della preghiera eucaristica non "devono" essere necessariamente distribuite tra i concelebranti, ma «conviene» siano affidate ad alcuni di essi (OGMR 220, 228, 231, 234) e dunque sarebbe possibile una concelebrazione con il presidente che ottenga una maggior rilevanza dell’usuale nel proclamare la preghiera eucaristica, ecc.
   

  Prima comunione con ostie e calici personali

Sono una catechista. Sono stata invitata da familiari a una festa di prima comunione in una parrocchia di un’altra diocesi. Ho così assistito a dei riti che nella nostra parrocchia non si fanno. Ogni ragazzo e ragazza portavano fin dall’inizio un piccolo piatto con un’ostia e anche un piccolo calice con il vino e con questi hanno fatto la loro prima comunione. La cosa mi ha sorpreso perché non pensavo che si potesse fare anche così. Mi ha meravigliato anche un altro gesto. Al momento della consacrazione tutti i comunicandi sono stati invitati dal prete a dire le parole della consacrazione dicendo che però non erano valide. Ho chiesto spiegazioni al mio parroco che mi ha detto che tutto questo è contro la liturgia. Anche a suo nome mi ha incaricato di chiedere agli esperti un parere e le ragioni che non permettono di fare così.

Paola
Roma

Risponde padre Riccardo Barile.
Consta che sia in commercio la strumentazione occorrente per quanto descritto e dunque il fatto non stupisce, anzi se ne può prevedere un incremento, data la caratteristica inizialmente simpatica della situazione che viene a crearsi. Nella prassi descritta traspare senz’altro il tentativo di favorire la partecipazione, creare un giusto clima di festa, coinvolgere il più possibile ogni comunicando. Ciò ammesso, la risposta in sintesi purtroppo è: «No, non si può» a causa di tre elementi meno opportuni e che si compenetrano: l’infrazione rubricale che porta con sé una ferita alla tradizione; la privatizzazione del rito e del segno; la non verità del segno stesso.

Scendiamo a qualche considerazione più analitica. Nell’ultima cena Gesù Cristo prese il pane e il calice, rese grazie, spezzò il pane e li diede ai discepoli e «la Chiesa ha disposto tutta la celebrazione della liturgia eucaristica in vari momenti, che corrispondono a queste parole e gesti di Cristo» (OGMR 72): la preparazione dei doni, la preghiera eucaristica, la fractio panis, la comunione. Ora la prassi descritta oscura un poco questi momenti.

Quanto alla preparazione dei doni, come «si portano all’altare»? Certamente la prassi descritta non prevede la processione offertoriale o, se la prevede, la allunga inutilmente. La rubrica citata a un certo punto ha un inciso che apre una prospettiva nuova: «quantunque i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla liturgia» (OGMR 73). Il pane e vino "propri" sembrano nella linea della prassi descritta. In realtà non è così, poiché l’OR1, che descrive la messa papale al sec. VII-VIII, ci informa sì che i fedeli, soprattutto di alto rango non escluso lo stesso Papa, offrivano i propri doni di pane e vino, ma questi venivano posti sull’altare e il vino stesso veniva mescolato in un grande calice. Era dunque l’altare sul quale erano posti i doni a garantire la nuova unità del pane e del vino, prima parcellizzati e dispersi, e insieme la verità della ripetizione del gesto di Cristo di pronunciare la benedizione su di essi. Quanto alla preghiera eucaristica, essa «esige, per sua natura, di essere pronunciata dal solo sacerdote, in forza dell’ordinazione» (OGMR 147), anche se è pronunciata «a nome di tutta la comunità» e il presbitero «associa a sé» il popolo (OGMR78). È ovvia da qui la proibizione di ripetere interamente o parzialmente la stessa preghiera insieme al presidente da parte di altri ministri inferiori o del popolo, trattandosi della preghiera presidenziale per eccellenza e non riscontrandosi nella tradizione casi analoghi conosciuti e ammessi. Rubriche a parte, si intuisce il desiderio di creare una situazione più partecipativa, ma proprio qui è la difficoltà, poiché non si coglie che anche l’unirsi a ciò che il presidente proclama è partecipativo in quanto egli esprime la fede di tutti. E poi c’è la non verità dell’atto sottolineata dalla percezione che solo la formula del presidente "vale", per cui questo ingenera nei presenti la convinzione che in liturgia si compiono non solo azioni simboliche, ma azioni "finte" e dunque alla fin fine "assurde". E poi è così sicuro che "solo" le parole in oggetto consacrano, cioè santificano, le offerte?

Quanto alla comunione, i fedeli «benché molti, si cibano del Corpo del Signore dall’unico pane e ricevono il suo Sangue dall’unico calice» (OGMR 72,3): queste parole, che richiamano 1Cor 10,17, sono nuove della terza edizione del Messale rispetto alla rubrica precedente. Il già citato OR1 prevedeva che i pani venissero spezzati e ridistribuiti, per cui nessuno, se non per caso, riceveva il "suo" pane e nessuno beveva il "suo" vino. Invece nella prassi descritta, il senso dell’unicità di pane/calice ai quali si partecipa viene offuscato anzitutto perché il pane non deriva dalla fractio panis, che perde di importanza, e in secondo luogo perché si perde il riferimento all’altare. Infatti si suppone che i comunicandi, avendo dinanzi a loro pane e vino santificati, non si mettano in processione verso l’altare come previsto da OGMR 86, e qualora lo facessero, che senso avrebbe? Ma è la processione verso l’unico altare che fa intuire che si partecipa all’unico pane/calice che sono sull’altare.

Riflessione finale e a parte le rubriche (che però non sono da buttare via, anzi): Gesù Cristo è così che ci ha consegnato l’eucaristia ed è così che dobbiamo trasmetterla? E se, ottime intenzioni sempre salve, la trasmettiamo offuscando poco o tanto certi significati, è un trasmettere o un tradire?
   

  Ancora sul piviale e canto del preconio

Con riferimento alle risposte che don Gianni Cavagnoli ha fornito ai quesiti posti da don Roberto Guttoriello (VP 4/09), e precisamente sulla possibilità che il diacono indossi il piviale, mi sembra che la citazione dei nn. 338, 339 e 341 dell’OGMR e del n. 255 delle Premesse alla celebrazione della Liturgia delle Ore, pur corretta perché riporta quanto si legge nei due documenti sopra indicati, sembrerebbe un divieto assoluto e per qualsiasi celebrazione dell’uso da parte del diacono del paramento in questione.

Se si dà questa interpretazione, come si spiega che il n. 109 del Rito dell’esposizione e della benedizione eucaristica così si esprime: «Quando si fa l’esposizione e una breve adorazione seguita dalla benedizione o quando si imparte la benedizione al termine di una esposizione prolungata con l’ostensorio, il sacerdote o il diacono indossano anche il piviale»? Come si spiega la diversità degli orientamenti? È una contraddizione tra i vari documenti?

Un altro quesito riguarda il canto dell’Exultet nella Veglia pasquale. Nel Messale Romano, e precisamente al n. 16 delle prescrizioni che si devono rispettare, si legge che all’introduzione del cero pasquale, dopo la terza invocazione Lumen Christi e la risposta del popolo, si accendono le luci della chiesa. Segue la benedizione al diacono – qualora prenda parte alla celebrazione – da parte del Presidente, l’incensazione del libro e del cero e il canto dell’Exultet (v. nn. 17-18-19).

Ho avuto modo di constatare che in qualche parrocchia e in qualche comunità si preferisce che il canto dell’annunzio pasquale si faccia solo alla luce delle candele del popolo e quindi con le luci della chiesa spente. Questa prassi è liturgicamente proibita, oppure può essere consentita a discrezione del parroco o di chi presiede la celebrazione?

diacono Marcello Maragucci
Reggio Calabria

Risponde don Gianni Cavagnoli.
Sul medesimo argomento ho già dato risposta su VP 5/09, p. 11: la ribadisco e chiudo la questione, per non tediare i pazienti lettori.

È chiaro che il dettato del MR si riferisce ai segni, come quello dell’accensione graduale della luce, all’inizio della Veglia pasquale. E tale gradualità sembra sufficientemente eloquente, giungendo al suo culmen alla terza acclamazione a Cristo, luce del mondo. Da qui il dettato relativo all’accensione delle luci elettriche, che rappresenta un’autentica "esplosione" luminosa.

Il canto del preconio si innesta a effetto nel contesto di una «terra inondata da così grande splendore». Ma, obietta il lettore, in qualche parrocchia e in qualche comunità si preferisce cantare la laus cerei alla sola luce delle candele...

È vero: si è nel "regime" dei segni, e quindi ci si pone dal versante pedagogico. Però, prima di interrogarsi se tale prassi è lecita o meno, si è chiesto il lettore, senza trascurare neppure le irrinunciabili esigenze disciplinari (cf SC 22), se c’è qualche motivazione determinante per simile difformità di prassi?

D’altronde, questa accensione quasi "a cascata" ha una sua forza segnica, che ben si adagia nell’insegnamento di sant’Agostino: «Tutte queste cose [segni, allegorie...] hanno lo scopo di alimentare e in certo qual modo di attizzare il fuoco dell’amore, per mezzo del quale, come da una forza, noi siamo trascinati al di sopra o all’interno di noi stessi». E aggiunge argutamente: «È difficile spiegare il motivo di tutto ciò. Io credo che il sentimento dell’anima, finché rimane legato alle cose terrene, è più lento ad infiammarsi; se invece viene portato verso immagini corporee e da queste trasportato alle verità spirituali, che gli vengono mostrate da quelle figure, viene per così dire ad acquistare un nuovo vigore dallo stesso processo di trasposizione, come il fuoco di una fiaccola s’accende più forte se viene agitata» (Lettera 55, 11,21).
     

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