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Padre François Varillon (1905-1978)

La grandezza del cristiano

di FERDINANDO CASTELLI
   

   Vita Pastorale n. 3 marzo 2009 - Home Page Fede e vita, umanità e grazia, Chiesa e mondo, "terra" e "cielo" non prevedono fratture nella profonda spiritualità di padre Varillon. Il cristianesimo è arte di vivere e di morire.
   

Quando nel 1974 fu assegnato a padre François Varillon il "Grand Prix catholique de la Littérature" per il volume L’humilité de Dieu, molti lettori scoprirono in lui uno scrittore forbito, elegante, essenziale. Teologo e filosofo, conferenziere e predicatore, animatore di fede e di cultura, si muoveva tranquillamente tra Claudel, Fénelon e Péguy, presentava il cristianesimo come completezza dell’uomo, come l’«iniziazione alla vera grandezza». L’incontro con lui significò per molti "gioia di credere, gioia di vivere" (come dice il titolo di una sua pubblicazione postuma).

Il volume Traversate di un credente (Jaca Book 2008, Milano, pp. 284, € 26,00) permette di conoscere questa affascinante personalità – vita, opera, pensiero, messaggio – mediante una scelta di testi. Curatore del volume è Charles Ehlinger, conoscitore e amico del Varillon; la prefazione all’edizione italiana è dei gesuiti Quentin Dupont e Antonio Spadaro, che in quindici dense pagine sintetizzano il suo pensiero e ne indicano le linee essenziali.

Una vita al servizio di Dio e degli uomini

François Varillon nacque a Bron, periferia di Lione, nel 1905 e quivi morì nel 1978. A ventidue anni entrò nel noviziato dei gesuiti, dopo una limpida storia d’amore con la giovane Simona («Ah, le vie di Dio! Sai bene, Simona, che cosa sono! Impenetrabili come il fondo del mare!»). Ordinato prete, fu docente di lettere classiche e di filosofia; in seguito svolse un’intensa attività pastorale come assistente di gruppi ecclesiali, particolarmente dell’Association catholique de la Jeunesse française, impegnato come conferenziere, animatore di ritiri spirituali e scrittore.

Varillon, in quanto operatore pastorale e culturale, appartiene alla generazione di quei gesuiti che nella Francia del secolo XX hanno vivificato il cattolicesimo e la teologia. In merito ricordiamo Teilhard de Chardin, de Lubac, Daniélou, Fessard, A. Valensin, Y. de Montcheuil, V. Fontoynont (fondatore della collana Sources Chrétiennes). «Anche se Varillon», leggiamo nella prefazione, «non è un accademico, certo egli rivela una profonda formazione filosofica e teologica, dal pensiero antico fino a quello postconciliare. Non segue un sistema speculativo, ma appare appassionato e dedito a una ricerca. [...] Le posizioni intellettuali di Varillon sono fondate nella sua vita di preghiera e nella sua personale esperienza di Dio.

L’amicizia intellettuale e lo studio dei grandi autori semmai lo aiutano ad articolare e a spiegare le proprie idee. La forza delle intuizioni di Varillon è dunque sempre legata non solamente a una esperienza e a una meditazione personale, ma anche a un incontro e a un dialogo profondo con amici e, in particolare, con alcuni gesuiti» (p. 15).

L’amore è umiltà

Il suo libro più riuscito, L’umiltà di Dio, ci fa amare il suo autore, ci dà il "gusto" di Dio e dilata l’anima su prospettive sconfinate. È un libro denso (teologia, filosofia, dottrina spirituale, testi) e gioioso perché ci fornisce un’immagine di Dio che apre il cuore alla gioia. Il titolo paradossale, ispirato da Echkart («La virtù che ha nome umiltà è radicata nel fondo della deità»), vuole sottolineare che il Dio rivelato da Gesù è un Dio povero e umile, non il Dio-Giove, denunciato dall’incredulità e responsabile dell’ateismo moderno.

L’affermazione dell’umiltà di Dio non è negazione della sua trascendenza e maestà; è riconoscimento del suo essere: Amore. E l’amore è umiltà. Più uno ama (e chi ama più dell’Amore?) più è dipendente dall’altro. «Non si può dire al tempo stesso "Ti amo" e "Voglio essere indipendente da te"; si annullano a vicenda. Quando si ama, si vuole dipendere: "Ti seguirò in capo al mondo". Il più amante è il più dipendente».

Chi è dunque Dio? La risposta di padre Varillon è precisa: Dio è amore. E specifica: «Dio è infinitamente ricco. Ma ricco d’amore, non in avere né in essere, posseduto come un avere. Ricchezza d’amore e povertà sono sinonimi. Dio è sovranamente indipendente, quindi libero. Ma libero di amare e di andare fino in fondo nell’amore. Il fondo dell’amore è la rinuncia all’indipendenza. Al limite, è la morte. "Nessuno ha un amore più grande che dare la vita per coloro che ama". Dio è immensamente grande, potente. Ma la sua grandezza sta nel potere tutto ciò che può l’amore, fino a cancellare sé stessi nell’umiltà dello sguardo.

Detto in altre parole, Dio è così fatto che la sua ricchezza, la sua libertà, la sua potenza – ricchezza d’amore, libertà d’amore, potenza d’amore – non possono essere e di fatto non sono tradotte, espresse, rivelate che nella povertà, nella dipendenza e nell’umiltà di Gesù Cristo» (p. 132ss.). La citazione è sintomatica del suo stile: rivela orizzonti luminosi che suscitano stupore e amore. Si notino certe sue battute: «Se Dio è amore, è umile»; «L’umiltà è l’aspetto più radicale dell’amore»; «È commovente essere amato da qualcuno che è molto umile»; «Il perdono di Dio è un atto: la morte di Gesù Cristo. Quest’atto rivela qual è il suo essere».

Il poeta Paul Claudel ritratto su affresco da Jean Bernard, 1938, Fondazione de Coubertin.
Il poeta Paul Claudel ritratto su affresco da Jean Bernard, 
1938, Fondazione de Coubertin (foto WIKIMEDIA COMMONS).

L’uomo deve farsi

Se la teologia di Varillon è sostanziosa, liberante e gioiosa, anche la sua antropologia si sviluppa sugli stessi accordi. Ecco come la introduce: «Se Dio non è altro che amore, non può volere null’altro che questo: che l’altro sia. E che cosa significa, per Dio, che l’altro sia, che l’uomo sia? Che l’uomo faccia sé stesso. Se l’uomo è qualcosa di fatto e finito, non è uomo» (p. 101). Nella concezione del gesuita, pertanto, l’uomo non è un essere già "bell’e fatto", ma una potenzialità di completezza. Con una battuta lapidaria Varillon dice: «Le tout-fait est incompatible avec l’amour et la liberté». La stessa libertà deve essere costruita nella dipendenza da Dio e nelle relazioni col mondo, cioè in una duplice direzione, verticale e orizzontale. «L’uomo si fa – diciamo: si costruisce più umano – nella misura in cui le sue azioni libere sono dirette alla realizzazione di valori che si traducono, sul cantiere della storia, in opere di giustizia, di bellezza, di onestà e di fraternità».

In tale prospettiva, il cristianesimo si traduce in "arte del vivere". Terra e cielo, fede e vita non comportano una rottura, ma una convergenza. Riecheggiando Teilhard, Varillon scrive: «Vedo il mondo [...] come un immenso sforzo di umanizzazione e di creazione di sé a opera di sé stessi [...]. Credo che il mondo intero sia visto da Dio come uno sforzo immenso di creazione di sé mediante sé stessi» (p. 101s).

Compagni di percorso

La presenza di un letterato colto, dallo stile scorrevole e colorito, capace di tradurre in parole immagini poetiche e intuizioni mistiche, si deve alla sua frequentazione dei grandi della letteratura, che lo ha aiutato ad approfondire la complessità, anzi il mistero dell’animo umano, e a esprimersi in termini di esperienza vissuta. «L’esperienza è l’essenziale», scriveva, «il punto di partenza di tutto» (p. 79).

Egli si è arricchito dell’esperienza poetica di Claudel, Rimbaud, Baudelaire; delle analisi psicologiche di Shakespeare, Dostoevskij, Racine; delle intuizioni di Péguy, Mounier, Fénelon; della musica di Mozart, Schubert, Bach e Wagner, del quale ha confessato: «Wagner mi ha intossicato, [...] talmente intossicato che sono stato costretto a privarmene per più di dieci anni» (p. 69).

È presente Dante, ma soprattutto Claudel, del quale ha curato il testo del Journal per la collana della Pléiade. «Oso dire che devo in parte la mia vocazione a Claudel [...]. È la parola "gioia" che bisogna scrivere in apertura di qualsiasi lavoro o conversazione su Claudel» (p. 60s.).

I testi di François Varillon sono una miniera di idee, prospettive, suggestioni. Costituiscono un eccellente strumento per la formazione teologica, pastorale e culturale. Se ci fosse chiesto quale, tra i tanti, ci ha particolarmente colpiti, trascriveremmo il seguente: «Se crediamo in Cristo, è perché crediamo che in lui l’uomo sia pienamente realizzato» (p. 100).

Ferdinando Castelli

Opere in italiano

Il cristianesimo (EP 1964); Compendio della fede cattolica per gli anni ’70 (Gribaudi 1968, Torino), ripubblicato dalle EDB di Bologna nel 2008 col titolo Un compendio della fede cattolica. Cultura umana e rinuncia cristiana; L’umiltà di Dio (EP 1977), ripubblicato dalle Edizioni Qiqajon nel 1999 con lo stesso titolo; La sofferenza di Dio. Note teologiche e spirituali (Città Nuova 1989, Roma); Gioia di credere - Gioia di vivere (EDB 1986).

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