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Ci scrivono

Padre nostro e mani alzate
    

   Vita Pastorale n. 3 marzo 2009 - Home Page Parto da quanto contiene la Redemptionis sacramentum, documento della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e cioè: «[184.] Ogni cattolico, sia Sacerdote sia Diacono sia fedele laico, ha il diritto di sporgere querela su un abuso liturgico presso il Vescovo diocesano o l’Ordinario competente a quegli equiparato dal diritto o alla Sede Apostolica in virtù del primato del Romano Pontefice. È bene, tuttavia, che la segnalazione o la querela sia, per quanto possibile, presentata dapprima al Vescovo diocesano. Ciò avvenga sempre con spirito di verità e carità».

In alcune parrocchie, durante le celebrazioni liturgiche, ho notato qualcosa di anomalo che, purtroppo, è già d’uso da tempo e si è solidificato perché ritenuto per buono. Mi riferisco allo strano modo di recitare il Pater. Ai fedeli laici come al sacerdote si è permesso di aprire le braccia in segno di supplica, di invocazione, di rispetto (lo spero, a volte risulta automatico farlo). Ma quel che più mi colpisce è il fatto che molti celebranti diano, anzi chiedano, ai fedeli di prendersi per mano e di elevarle insieme in segno dell’unità della Santa Chiesa. Immaginate cosa succede nello spostarsi per dare la mano a quello del banco vicino, con disturbo della celebrazione della santissima eucaristia.

Nello stesso documento della Congregazione non è forse detto che «[5.] L’atto esterno deve essere, pertanto, illuminato dalla fede e dalla carità che ci uniscono a Cristo e gli uni agli altri e generano l’amore per i poveri e gli afflitti. Le parole e i riti della liturgia sono, inoltre, espressione fedele maturata nei secoli dei sentimenti di Cristo e ci insegnano a sentire come lui: conformando a quelle parole la nostra mente, eleviamo al Signore i nostri cuori. Quanto detto nella presente Istruzione intende condurre a tale conformità dei sentimenti nostri con quelli di Cristo, espressi nelle parole e nei riti della liturgia».

Non ci sarebbe una norma che regoli anche questo? Se sì, dov’è possibile reperirla? Sarei veramente contento se i sacerdoti e in particolare i celebranti che compiono questo atto di abuso, se di abuso si tratta, sappiano correggersi e celebrare nella maniera più sobria la divina eucaristia, senza prendere in prestito riti che non appartengano a quello romano.

Cosimo De Giovanni
Corsano (Le)

Risponde don Daniele Piazzi.
La norma c’è: «Conclusa la Preghiera eucaristica, il sacerdote, a mani giunte, dice la monizione che precede l’orazione del Signore e recita poi il Padre nostro, con le braccia allargate, insieme con il popolo» (Ordinamento generale del Messale Romano 152). E le Precisazioni della Cei aggiungono: «Durante il canto o la recita del Padre nostro, si possono tenere le braccia allargate; questo gesto, purché opportunamente spiegato, si svolga con dignità in clima fraterno di preghiera» (1).

Il gesto, quindi, di darsi la mano non fa parte di questa sequenza del rito. Del resto al Padre nostro va amplificata la dimensione verticale della preghiera (rivolti al Padre), in quanto quella orizzontale (rivolti ai fratelli) sarà evidenziata dallo scambio di pace che anticipa la frazione del pane (da molti uno). In effetti il darsi la mano alla preghiera del Signore dimostra di non conoscere il motivo della presenza di detta preghiera nel rito della messa.

Non è lì per dire primariamente la nostra fraternità, ma: «Nella Preghiera del Signore si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono un particolare riferimento al pane eucaristico, e si implora la purificazione dai peccati, così che realmente i santi doni vengano dati ai santi» (Ordinamento generale del Messale Romano 81).

Il lettore ha ragione di dissentire su quella gestualità, ma vorrei chiedergli: è proprio un abuso così grosso da invocare l’intervento di vescovo e congregazione o possiamo fermarci a considerarlo un peccato veniale e invitare chi lo fa a conoscere meglio le Premesse dei libri liturgici?
   

  Frutto del seno, del grembo o del ventre?

La nuova versione dei testi liturgici ha di fatto eliminato tutte le composizioni musicali nate dopo il Concilio e scandite sui testi della passata versione. La nuova versione modifica finalmente l’equivoca espressione del Padre nostro «non ci indurre in tentazione», ma ribadisce la inesatta traduzione «benedetto il frutto del tuo seno», quando la versione in tutte le altre lingue si conforma al testo latino «benedictus fructus ventris tui».

Si obietta che anche i più autorevoli dizionari affermano che il termine "seno" lo si può intendere in senso estensivo, ma si dimentica il contesto, cioè il "frutto" che è l’embrione, il feto, il bambino il quale non si può certo far nascere dal "seno". L’attuale versione inoltre è contraddittoria perché così traduce le parole che Elisabetta rivolge a Maria: «Appena è giunta a me la voce del tuo saluto il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo»; è chiaro che non poteva certo esultare nel seno della madre. Si ha l’impressione di trovarci di fronte a un caso di "falso pudore" o di "pruderie", come direbbero i francesi, ma che altera il senso autentico del saluto angelico e che pone addirittura in ombra il mistero centrale dell’Incarnazione.

mons. Enzo Donatini
Forlì

Risponde don Silvano Sirboni.
Fino al 1967 il Catechismo della dottrina cristiana riportava il testo italiano dell’Ave Maria con "ventre tuo". Stessa traduzione per la Salve Regina. Con l’avvento della lingua parlata non solo nella liturgia, ma anche nel rosario e in altre devozioni, la Cei ha opportunamente rivisto i testi di tutte le preghiere dette "del buon cristiano" (cf ECEI 1/885-887). In tale nuova e ufficiale traduzione, "ventre tuo" diventa "tuo seno" e una nota ne dà anche la ragione: per analogia con la traduzione provvisoria del Messale Romano (1965) dove l’antifona all’offertorio della IV domenica di Avvento, costituita dalla prima parte dell’Ave Maria, portava la traduzione "tuo seno".

Tuttavia nella prima come nella seconda edizione italiana del Messale (1973 e 1983) è data la preferenza a "grembo" nella preghiera sulle offerte della IV domenica di Avvento come pure nei prefazi di Avvento II e II/A. Lo stesso termine lo troviamo anche nell’orazione colletta e nel prefazio della solennità dell’Annunciazione. Preferenza che appare anche nella precedente traduzione Cei della Bibbia per la liturgia.

A questo punto ho il dubbio che il nostro lettore abbia avuto fra le mani un testo non corretto poiché anche nella nuova traduzione della Bibbia sia il v. 41 come il v. 47 del cap. 1 di Luca traducono lo stesso termine greco koilìa con "grembo". La versione latina (= vulgata Clementina), invece, ha "in utero" nel primo caso e "ventris tui" nel secondo. La traduzione Cei è corretta e coerente. Ciò, tuttavia, non significa che debba essere cambiato anche il testo tradizionale della preghiera a Maria, né per l’esordio (Rallegrati, piena di grazia), né per quanto riguarda il termine "seno". Neppure è necessario cambiare i canti che riportino testi biblici (nelle produzioni corrette musica e parole sono strettamente unite).

Il termine "seno" ha poi un significato figurato assai più ampio, e anche più evocativo, e nello stesso tempo coerente con il termine originario greco che non si identifica con il ventre, anzi, nella traduzione greca dei Settanta è sinonimo di cuore (cf Dizionario dei concetti biblici del N.T., 1956-1957, EDB). In verità neppure il termine grembo si identifica del tutto con il ventre, che nel linguaggio attuale evoca materialmente una precisa parte anatomica, sede dell’intestino e quindi meno adatto al contesto della preghiera, senza falsi pudori.
   

  Il consiglio pastorale

Il consiglio pastorale parrocchiale deve essere formato solo dai responsabili dei gruppi della parrocchia, o da chi altro? Altre realtà della parrocchia, come il gruppo liturgico, la commissione per la catechesi, devono essere costituiti solo dai membri del consiglio pastorale oppure anche da chi non ne fa parte?

don Giovanni N.
Napoli

Risponde mons. Giacomo Incitti.
Il consiglio pastorale parrocchiale rappresenta la forma istituzionalizzata di collaborazione, adombrata nel Concilio e auspicata nei documenti successivi, che ha trovato la propria configurazione giuridica nel Codice di diritto canonico. Si tratta di un organismo non puramente facoltativo che viene costituito perché i fedeli possano prestare il loro aiuto nel promuovere l’attività pastorale (can. 536 § 1).

1 Circa i membri che lo compongono, pertanto, dal Codice è stabilita una norma generale che riconosce la titolarità a tutti i fedeli cristiani senza alcuna distinzione. Ogni singolo consiglio, poi, è retto dalla normativa particolare data dal vescovo diocesano (statuti, regolamenti). Sono queste norme particolari a specificare, tra l’altro, anche le modalità concrete di partecipazione al consiglio (can. 536 § 2).

2 In merito alla seconda domanda, sottolineo che si tratta di realtà locali che rispondono a una eventuale normativa diocesana o parrocchiale che va applicata anche per quanto riguarda la composizione. In mancanza e in relazione alla specifica domanda si può rispondere che non sono i membri del consiglio pastorale a dover costituire le altre realtà, bensì il contrario. Al consiglio pastorale, cioè, potrebbero (o dovrebbero) confluire membri rappresentanti le varie realtà presenti nella parrocchia.
  

  La conclusione della triste e intricata vicenda di Eluana

La tragica conclusione della vicenda della povera Eluana rende tristemente attuale la "Nota Politica" di VP 9/08. Attuale perché là c’erano tutti i passaggi della vicenda, sfociati poi nell’amara sentenza della Corte (cf Il Foglio, 14.11.08: "La Morte di Cassazione ha deciso"). Tristemente perché avevamo sperato – insieme ai tanti "laici" (non laicisti), come E. Galli della Loggia, G. Ferrara, ecc. – nella salvaguardia della vita di Eluana che, per quanto non "di buona qualità", era pur sempre vita.

Tant’è vero che quanti l’hanno accudita per diversi anni – fino alla triste notte del prelievo e viaggio a Udine –, testimoniano che, per quanto impercettibilmente, "sentiva" (il tatto, le voci). Lo stesso ritengono medici e luminari che, non ideologicamente prevenuti, mai osarono definirla "un povero vegetale". Avremo modo di tornare su questa intricata matassa, non solo deontologica ma anche giuridica (cf le varie perplessità ad hoc in VP 1/09, ora "risolte" con l’esecuzione abbreviata della prima sentenza eutanasica della repubblica italiana).

Ma fin d’ora rileviamo questo macroscopico paradosso: non solo cattolici e "laici", ma anche laicisti s’erano battuti per l’abolizione della pena di morte, convenendo tutti sul valore della vita. Ma ora soltanto cattolici e "laici" fremono per questa sentenza di "morte dolce", mentre i laicisti – pur con esterna ipocrita mestizia – esultano in cuor loro, usando varie circonlocuzioni per esaltare quella sentenza. Quasi fosse conforme alla nostra Costituzione e addirittura considerandola una sconfitta dei cattolici, e non della vita!

Infatti, come hanno detto autorevoli voci, questa sentenza significa l’introduzione di fatto dell’eutanasia in Italia. Certo, non obbligando nessuno a servirsene, ma legalizzando il suo esercizio che, perciò stesso, avrà fatalmente l’espansione verificatasi con le precedenti legalizzazioni del divorzio e dell’aborto.

padre Piersandro Vanzan sj
   

  Matrimonio: il consenso e i canti

Vorrei avere alcune indicazioni circa la forma della manifestazione del consenso, perché, nella fase di lettura e di correzione del libretto di una coppia di nubendi, ho trovato al posto delle parole previste dal rito le seguenti forme: «Io N., ho ricevuto te N. / in dono dal Signore della vita / e oggi ti prendo come mia sposa [come mio sposo]. / Dono a te e per sempre il mio amore e la mia vita, / perché ti diano gioia nei momenti felici / e ristoro nelle difficoltà. / Prometto di essere fedele a quello che sei / e a quello che diventerai, / e di crescere e cambiare con te, / amandoti e onorandoti per tutti i giorni della mia vita».

Ho chiesto spiegazioni e mi è stato risposto che la traccia per il libretto l’avevano ripresa da un matrimonio di amici celebrato in una parrocchia della diocesi. Ho fatto notare che non era possibile utilizzare quelle parole perché non previste dal rito, anche se, qualora non cambi la sostanza, la forma della manifestazione del consenso potrebbe essere adattata, come mi è stato spiegato da un mio confratello canonista e come è scritto nelle Premesse generali del rito del matrimonio 41.

Perplesso per quel passato prossimo («ho ricevuto»), nel dubbio ho preferito attenermi a quanto prevede il rito, anche perché non è la prima volta che mi ritrovo a fare osservazioni simili per la celebrazione del matrimonio, perché sembra che possa essere fatto un po’ di tutto, a seconda dei gusti degli sposi. Per esempio i canti o la musica: anche in questo ultimo matrimonio ho dovuto spiegare che non è possibile cantare o suonare qualsiasi cosa, solo perché piace agli sposi.

Di fronte alle mie spiegazioni, molti capiscono e accettano le modifiche della liturgia pensata da loro, ma non corrispondente alle norme indicate dalla Chiesa. Mi chiedo a questo punto perché i miei confratelli creano questa confusione e anche un po’ di imbarazzo per il sottoscritto e per gli sposi. Pur rispettando la creatività di ciascuno, non sarebbe meglio spiegare ai fedeli la ricchezza abbondante della liturgia per una migliore partecipazione, invece di stravolgere e inventare nuove cose perché così i fedeli capiscano quanto viene fatto?

don Serafino Romeo
Prato

Risponde don Daniele Piazzi.
Il nostro lettore nella sua lettera muove due problemi: l’adattabilità della formula del consenso matrimoniale, e le musiche e i canti adatti in una celebrazione nuziale. Come prima cosa devo osservare, contrariamente al parere del suo amico canonista, che gli adattamenti sono competenza delle conferenze episcopali, non degli sposi e nemmeno dei presbiteri. Questo dice il Rito del matrimonio 41. Il rituale della Chiesa italiana prevede già tre forme di espressione del consenso, ma non la loro sostituibilità (70-75), poiché quelle tre forme sono già adattamenti fatti dall’organismo competente. Le formule riportate dal lettore non sono quindi utilizzabili nella celebrazione perché, pur avendo tutte le caratteristiche dello scambio del consenso, mancano dell’ecclesialità della ricezione della formula. In ogni caso proviamo brevemente ad analizzarle.

1 Esse hanno qualcosa in più che non hanno le formule attuali e, di converso, manca un riferimento che l’adattamento italiano ha invece inserito nello scambio del consenso. Il loro pregio sta nel fatto che leggono in maniera storico-salvifica l’amore dei due sposi: il passato provvidenziale che li ha fatti incontrare («Io N., ho ricevuto te N. in dono dal Signore della vita»); il presente nel quale si manifesta la decisione sponsale («e oggi ti prendo come mia sposa [come mio sposo]»); il futuro che promette sul passato segnato dalla provvidenza di Dio, inaugurato dal matrimonio e aperto alla continua "novità" che è l’altro («Prometto di essere fedele a quello che sei e a quello che diventerai, e di crescere e cambiare con te, amandoti e onorandoti per tutti i giorni della mia vita»). Quello che manca è il riferimento cristologico inserito, invece, negli adattamenti Cei («con la grazia di Cristo»).

2 Cosa suonare e cosa cantare alle nozze è un problema secolare. Vale per il matrimonio quello che vale per tutte le celebrazioni liturgiche: è il mistero che si celebra e l’azione rituale che si svolge a determinare cosa cantare. Purtroppo il repertorio cosiddetto tradizionale non ha nessuna origine liturgica, ma nell’orecchio dei fedeli (soprattutto alcune musiche) sono ormai strettamente legate ai matrimoni "in chiesa". Non si può non concordare con il lettore circa la mancanza di coerenza e di strategia pastorale comune tra il clero.

Non mi resta che ricordare quanto afferma il rituale: «I canti da eseguire siano adatti al rito del matrimonio ed esprimano la fede della Chiesa, in modo particolare si dia importanza al canto del salmo responsoriale nella liturgia della Parola. Quello che è detto dei canti vale anche riguardo alla scelta di tutto il programma musicale» (Rito del matrimonio 30).
  

  La Bibbia nelle scuole

Dal 1984, anno della riforma scolastica, è accaduto questo: il sacerdote non può più andare nelle scuole elementari se non come dipendente della scuola stessa. È scomparsa per sempre la figura dell’esperto che dava la possibilità di entrare praticamente in ogni occasione.

Ma il sacerdote è davvero un estraneo ai bambini delle elementari? No! Riesce a vederli tutti, soprattutto se immigrati e provenienti da altre religioni? No!

Ecco allora una soluzione resa possibile dagli attuali ordinamenti scolastici: entrare nella scuola come adduttore di un Corso monografico complementare (Cic) che integra il discorso della scuola. Un Cic di indubbia attrattiva è la Storia Sacra.

A Rimini ho offerto alla direzione didattica la mia disponibilità e ne è venuto fuori un diluvio: da poche che erano all’inizio, ora sono le maestre di 4 plessi che chiedono le filmine per 10 delle loro classi.

Io entro in una classe con un proiettore a immagini fisse che descrive in maniera sistematica e continuativa la Storia Sacra. I bambini non escono dall’aula. Con immagini colorate suggestive e moderne (della serie LDC B 41, 42...) io faccio conoscere la Bibbia in maniera finalmente ordinata. Non è necessariamente un momento da inscrivere nel contesto dell’ora di religione: si potrebbe anche inserire nel progetto di conoscenza della letteratura mondiale.

Finita la filmina, in perfetto orario (circa 30 minuti ogni volta), la lezione può continuare tranquillamente sia che si tratti di religione o di altro. Ovviamente il corso è gratuito. Finora il plauso è stato unanime: ci sono bambini di altre fedi che escono nell’ora di religione e rientrano quando entro io.

Corollario: nel procedere del discorso faccio accenni veloci alle opere d’arte correlate a quell’episodio.

È difficile dire come e quando i frutti arriveranno, ma è certo che una conoscenza più approfondita della Bibbia non può che portare risultati positivi. Consiglio finale: provate anche voi!

don Romano Nicolini,
rcnico@tin.it
via di Mezzo, 1 - 47900 Rimini
tel. 0541.36.78.37 - 339.84.12.017

  

  Un aspetto delicato dell’ars celebrandi

Sono un diacono e svolgo il ministero in una comunità pastorale della diocesi di Milano. Ho dunque occasione di celebrare la santa messa con sacerdoti diversi. Al riguardo ho rilevato che, la quasi totalità dei preti che presiedono, sistemano il corporale sul lato e margine inferiore della mensa, a mo’ di propria tovaglietta e qui, immediatamente davanti a sé, posano le offerte (calice e pisside con particole).

Ciò ha già provocato qualche inconveniente (due volte la necessaria gestualità celebrativa ha rovesciato pisside e calice) ma, nonostante alcuni miei timidi tentativi di porre il corporale verso il centro della mensa, sistematicamente il celebrante lo ha riportato davanti a sé. Peraltro, con le offerte in questa posizione, particolarmente a seguito delle espressioni verbali di chi celebra, ritengo che sia molto pregiudicata la necessaria attenzione all’igiene. Può gentilmente chiarire qual è la posizione del corporale (e delle offerte) nella celebrazione della s. messa?

lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
Dopo aver letto le prime righe di questa lettera ho avuto una reazione negativa. Mi pareva una domanda del più retrivo rubricismo. Nemmeno il meticoloso ordo servandus del messale tridentino si preoccupava di determinare la precisa collocazione del corporale sulla mensa!

Ma proseguendo la lettura mi sono reso conto che il problema era tutt’altro che rubricale. Purtroppo è verissimo che, talvolta, inconsapevolmente, dalla bocca del presidente non escono solo parole, ma anche minuscole particelle di saliva. Se ne accorge soprattutto chi è vicino. È un fatto naturale, ma che mette a disagio soprattutto in un’epoca igienista come la nostra. Bisogna tenerne conto. Ora, l’arte del presiedere consiste in primo luogo nell’attenzione verso l’assemblea. Avere questa attenzione, e di conseguenza posizionare il pane e il vino a una certa distanza permette anche gesti più ampi, dignitosi e significativi.

La lettera di questo diacono costringe noi sacerdoti a verificare non solo questo fatto, ma anche l’uso improprio delle mani durante la celebrazione... Non mi pare di buon gusto andare nei particolari facilmente intuibili... Gesti, purtroppo, non così rari che mettono a disagio i fedeli e che esprimono mancanza di rispetto verso di essi e verso la dignità dell’azione che si sta compiendo. Non penso che queste poche righe insolite (di cui i miei confratelli vorranno perdonarmi) siano del tutto inutili per una liturgia "seria, semplice e bella", rispettosa dei segni sacramentali del pane e del vino e anche di quell’altro segno sacramentale che è l’assemblea.
   

  Traduzione e immagini dei Lezionari

A proposito dei nuovi Lezionari mi permetto di farvi due domande: a) io sono parroco in un paese di alta montagna e non sono di lingua italiana – l’italiano l’ho imparato solo a scuola. Uso però spesso la lingua italiana in chiesa nelle varie celebrazioni, anche per riguardo ai numerosi villeggianti italiani che frequentano assiduamente le nostre messe, sia d’inverno che d’estate.

Non mi vanto di essere un "esperto linguistico", però ho l’impressione che la nuova traduzione non sia tanto migliore della precedente, anzi ci sono delle espressioni nelle quali facilmente si "inciampa" e inoltre sono meno comprensibili di prima: per esempio nel vangelo di Natale Gv 1,5 si legge: «Le tenebre non l’hanno vinta». Nella preparazione dell’omelia non avevo notato questa formulazione, ma proclamando il vangelo in chiesa mi sono "bloccato". Finita la messa, ho riletto tale passo per vedere se avevo sbagliato ma dovetti costatare che era proprio scritto così. In seguito mi sono sentito non solo autorizzato ma costretto a sostituire il "vinta" con "accolta"; e così in altri casi analoghi. Lo scopo della nuova traduzione non era quello di rendere la parola di Dio più comprensibile e anche più "scorrevole"?

b) Le illustrazioni del Lezionario avranno, almeno in parte, il loro valore artistico – non mi sento in grado di giudicare – ma non capisco il senso di inserirle nel Lezionario. Il lettore non può stare lì a meditare sulle immagini ma deve proclamare la parola di Dio. Le illustrazioni piuttosto che aiutare intralciano la lettura dei testi biblici. Conosco dei confratelli che hanno tolto tutte le immagini con il taglierino e con non poca fatica, rischiando in più di rovinare anche le altre pagine del Lezionario.

Non esiste una edizione del Lezionario senza questi "inserti artistici"? Inoltre sarebbe utile conoscere non solo il nome dell’artista ma anche il significato dell’immagine. Forse avete già dato in passato delle informazioni in riguardo – scusate se mi sono sfuggite.

don Franz Sottara
S. Leonardo in Badia (Bz)

Risponde don Giovanni Cavagnoli.
Anzitutto una parola di plauso, vista la situazione linguistico-culturale dell’Alto Adige, per quanto lei attua in ambito liturgico per chi parla italiano: non è facile trovare presbiteri così disponibili e affabili.

1 Onestamente chiunque ha "avvertito" questa versione di Gv 1,5 ha avuto la medesima reazione, abituati come si era alla locuzione: «Ma le tenebre non l’hanno accolta». Bisogna, però, affidarsi ai competenti. E la correzione non è stata, in questo caso, maldestra, anche se, di primo acchito, dirompente.

Un affermato biblista – che traduce nel suo monumentale commentario a Giovanni: «La luce splende nella tenebra, e la tenebra non l’ha sopraffatta» (dello stesso tenore, più o meno, anche la traduzione interconfessionale) – così arguisce: «Nel nostro versetto, imperniato sull’antitesi "luce-tenebra", si afferma esplicitamente che la manifestazione della luce avviene in un contesto conflittuale, il cui esito è a favore della luce: "e la tenebra non l’ha sopraffatta". Questa linea positiva o vittoriosa, che emerge all’interno di un confronto, attraversa tutto il prologo» (R. Fabris, Giovanni, p. 147). Posta la questione in questi termini, non resta che fidarsi di chi è più esperto e convertirsi: è giusto così!

2 Circa le "illustrazioni" inserite nel Lezionario, quanto lei afferma è ciò che si coglie sulla bocca della maggior parte dei presbiteri/pastori. Senza dubbio chi sta compilando il Lezionario feriale non potrà non tenerne conto, proprio per evitare i veri guai per coloro che, soprattutto laici, sono chiamati a proclamare la Parola dal Lezionario, e non dai foglietti, come capita ancora di vedere. Anche da queste parti c’è chi ha provveduto all’operazione del taglierino, che lei argutamente segnala.

Quanto al significato e agli autori delle illustrazioni, le faccio presente che, in ogni volume, è stato inserito un foglio illustrativo ad hoc, con il riferimento al testo domenicale che si raffigura e con l’indicazione dell’autore. A meno che una mano ignota, nell’edizione a lei giunta nell’affascinante Val Badia, non l’abbia segretamente distolta: il che non è impossibile. E completerebbe il già critico quadro!
   

  Messe e celebrazioni "private"

Ormai sono vecchio di studio (38 anni e più di sacerdozio) e può darsi che la memoria m’inganni, ma, mi sembra di ricordare, che il Codice di diritto canonico prescriveva la celebrazione dei sacramenti in "chiese o oratori pubblici".

Ora vorrei chiedere: com’è stato possibile celebrare il matrimonio dell’onorevole figlia del cav. Berlusconi, per altro dopo una lunga convivenza e due figli, il 13 dicembre 2008, nella "villa privata" di famiglia ad Arcore?

Certo "l’odore dei soldi" (anche se il latino pecunia non olet) può essere stato particolarmente gradito ai due celebranti, ma non le sembra che così facendo, oltre a non osservare il Codice di diritto canonico metta un po’ alla berlina anche l’intera Chiesa italiana, sempre particolarmente "attenta" ai ricchi anche se a parole vicina ai poveri?

Penso di aver espresso ad alta voce il pensiero di molti, e non solo sacerdoti, che vedono in questi fatti il ritorno a tempi che si consideravano ormai superati. Sarà stata una coincidenza, ma nelle scorse settimane è stato proiettato sui canali televisivi un "serial" intitolato Artemisia Sanchez, dove viene presentata una realtà dell’Italia meridionale del secolo scorso.

sac. Pierino Menolfi
Darfo Boario Terme (Bs)
     

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