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Editoriale

No a Dio: ma a quale?

di monsignor SEBASTIANO DHO
   

   Vita Pastorale n. 3 marzo 2009 - Home Page

Recentemente ha destato vive reazioni e preoccupazioni in molti, anche non credenti, l’iniziativa, per ora ancora allo stato di progetto, copiata da una campagna già in atto in Inghilterra, di una pubblicità atea sui bus urbani, precisamente a Genova, quale luogo di prima sperimentazione. Di fronte a questo fatto, certamente e volutamente provocatorio, non pochi cristiani si sono interrogati sul modo migliore di rispondere a questa sfida. Attenta e puntuale come sempre, Vita Pastorale ci offre in questo numero, un ricco e documentato dossier, quale contributo per una doverosa informazione e riflessione in proposito.

Senza entrare in merito ai contenuti dei diversi interventi, in questa sede vorremmo semplicemente richiamare e suggerire un testo molto utile ai fini di quello che può e deve essere l’atteggiamento giusto, per affrontare "da cristiani" questo delicato argomento, soprattutto in eventuali incontri con fratelli di diversa sensibilità religiosa.

Il testo che proponiamo e a cui rimandiamo per una lettura completa e approfondita, è la sempre valida Costituzione pastorale del concilio Vaticano II, la Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.

Esattamente in tre numeri (19, 20, 21), il Concilio ci presenta una riflessione chiara sull’ateismo e soprattutto sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti di esso. Innanzitutto al n. 19 ("Forme e radici dell’ateismo") il testo, dopo un accurato esame dei vari tipi di ateismo, non sottacendo le responsabilità di coloro che «volontariamente cercano di tenere Dio lontano dal proprio cuore e di evitare i problemi religiosi, non seguendo l’imperativo della loro coscienza», afferma con coraggio che «tuttavia in questo campo anche i credenti hanno una certa responsabilità». Perché? La risposta è netta: «Alla genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione cristiana». La conseguenza grave che ne deriva è quella per cui un certo numero di atei possono essere tali perché «rifiutano un Dio che non è affatto quello del Vangelo»! Un monito certamente molto severo e inquietante per noi, che pur sinceramente e convintamente ci professiamo credenti e pure con responsabilità ecclesiali.

Il Concilio infatti non teme di denunciare a chiare lettere come una forma di ateismo derivi precisamente da queste gravi incoerenze dei cristiani. D’altronde già Paolo, citando Isaia (52,5), ammoniva drasticamente i primi credenti: «Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani» (Rm 2,24). Il testo conciliare però non si limita alla pur necessaria e coraggiosa analisi del fenomeno dell’ateismo ma propone, in maniera altrettanto forte e seria, quello che dovrebbe essere l’atteggiamento della Chiesa, quindi di ogni cristiano, non solo di fronte all’ateismo teorico, ma piuttosto verso i fratelli e le sorelle che si professano atei.

Brevemente riassumiamo il compito che la Chiesa ci assegna in due punti precisi; innanzitutto, «la Chiesa si sforza di scoprire le ragioni della negazione di Dio che si nascondono nella mente degli atei e consapevole della gravità delle questioni suscitate dall’ateismo, mossa dall’amore verso tutti gli uomini, ritiene che esse debbano meritare un esame più serio e profondo» (GS 21). Non dunque un atteggiamento di polemica, lotta, disprezzo, condanna delle persone ma apertura, accoglienza, ricerca, dialogo, sforzo di capire.

Il secondo grande impegno riguarda noi, come singoli e come Chiesa, non tanto gli atei. A proposito il documento dice: «Quanto al rimedio all’ateismo lo si deve attendere sia dall’esposizione adeguata della dottrina della Chiesa, sia dalla purezza di vita di essa e dei suoi membri. La Chiesa infatti ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e il Figlio Suo incarnato, rinnovando se stessa e purificandosi senza posa sotto la guida dello Spirito Santo». In sostanza: non preoccupiamoci troppo di ciò che dovrebbero fare gli altri (gli atei), ma di ciò che dobbiamo fare noi! E il Concilio indica anche il modo concreto: «Ciò si otterrà anzitutto con la testimonianza di una fede viva e adulta [sì, dice proprio così – adulta – con buona pace di chi in casa ecclesiale irride a tale termine, ndr], vale a dire opportunamente formata a riconoscere in maniera lucida le difficoltà e capace di superarle» (GS 21). E il testo non teme di additare come alto esempio di tale fede lo stesso martirio.

Non possiamo dimenticare che il compito permanente dei cristiani è dettato dalla parola di Dio: «Pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con retta coscienza» (1Pt 2,15).

monsignor Sebastiano Dho

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