Periodic San Paolo - Home Page
Editoriale

Quaresima, per amore o per forza?

di ENZO BIANCHI
   

   Vita Pastorale n. 2 febbraio 2009 - Home Page

Tra i doni più preziosi lasciatici dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – la prima a essere promulgata dal Vaticano II, tempo di grazia per la Chiesa indetto proprio cinquant’anni fa – vi è la ricollocazione del tempo di Quaresima nella tradizione della Chiesa primitiva. Ora, due sono gli elementi che hanno caratterizzato questo tempo liturgico a partire dal IV secolo, quando si è strutturato attorno ai quaranta giorni precedenti la Pasqua: la dimensione di preparazione al battesimo per i catecumeni e quella di penitenza per i peccatori chiamati a conversione.

Così recita quel testo, mai troppo citato: «Il duplice carattere del tempo quaresimale che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione del battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e la dedizione alla preghiera, sia posto in maggiore evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica» (SC 109). Sono dimensioni quanto mai fondamentali per una vita cristiana adulta che si confronta con l’oggi della storia, in una società secolarizzata in cui si fatica a testimoniare e discernere la differenza cristiana.

Il tempo quaresimale, in questo, è davvero "il tempo favorevole", l’occasione propizia affinché non solo i catecumeni adulti si preparino a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma ogni fedele faccia memoria del proprio battesimo e rinnovi attraverso la penitenza il movimento di ritorno a Dio nella libertà e per amore. Se infatti il venir meno di un contesto sociale segnato dalla cristianità ha comportato una diminuzione della pratica cristiana da parte di quanti la vivevano per abitudine o addirittura per obbligo, oggi chi avverte con forza l’istanza di conversione che la Quaresima richiama vi può rispondere in piena consapevolezza, libero da condizionamenti: si tratta di rifiutare gli idoli seducenti, di tentare un allontanamento dal cattivo operare per una rinnovata fedeltà all’unico Signore vivente e vero. Gli strumenti che rendono il cammino quaresimale un percorso di liberazione segnato dall’amore sono anch’essi sapientemente ricordati dal Concilio: «L’ascolto più frequente della parola di Dio», «la preghiera più intensa», «una penitenza quaresimale che non sia soltanto interna e individuale ma anche esterna e sociale», «il digiuno», «in modo da giungere così, con animo sollevato e aperto, alla gioia della domenica di Risurrezione» (SC 109-110).

La conversione, allora, sarà un ritorno nutrito e sostenuto da una rinnovata assiduità alla parola di Dio contenuta nelle Scritture: lì è Dio che rinnova costantemente, attraverso i suoi profeti, l’appello alla conversione. Non dimentichiamo che il Vangelo stesso si apre con l’invito di Giovanni il Battista e di Gesù: «Convertitevi e credete al vangelo!» (Mc 1,15; cf Mt 4,17). È quindi, anche per noi oggi, sempre tempo di conversione perché sempre, nonostante la vita di fede e il nutrimento sacramentale, gli idoli seducenti ci allontanano da Dio, ci inducono a dimenticare il Vangelo, a contraddire la volontà di Dio che ci vuole liberi da ogni seduzione idolatrica: sempre l’itinerario cristiano ha bisogno di "correzioni di rotta" perché sempre Satana, il divisore, ci distoglie dal cammino intrapreso. Peccato e conversione sono coesistenti in noi: siamo sempre cristiani peccatori bisognosi di conversione, di ritornare al Padre nella sequela di Gesù, venuto proprio per i malati e i peccatori (cf Lc 15,7).

Ora, questa conversione – e la penitenza che rende manifesto ciò che dimora nel cuore dell’uomo – non è un mutamento solo intellettuale, un cambiare mentalità, ma è anche un modificare le abitudini di vita, un impegno pratico, "esterno e sociale" come ricorda il Concilio: diventa un comportamento diverso da quello del mondo, un atteggiamento conforme ai sentimenti di Cristo. Si tratta davvero di acquisire lo sguardo di Dio sulla realtà che ci circonda, come ammonisce san Paolo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2). Questo rende possibile anche cogliere il bisogno dell’altro, la sofferenza del debole, il grido dell’oppresso, la solitudine dell’emarginato: farsi prossimo di chi è in difficoltà diviene allora la via regale per tornare a Dio con tutto il cuore e predisporsi così a celebrare degnamente la Pasqua di risurrezione, avendola attesa «con la gioia dello Spirito Santo [...] e con l’animo ardente di gioioso desiderio» (Regula Benedicti 49,6-7). «Dolorosa gioia» chiamavano i Padri la Quaresima: sì, se sappiamo viverla nutrendo gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (cf Fil 2,5), allora la nostra sarà una Quaresima vissuta non per forza ma per amore, nella potenza trasfigurante dell’amore.

Enzo Bianchi

  Vita Pastorale n. 2 febbraio 2009 - Home Page