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Il ruolo della donna

La "misoginia" di Paolo
ha dei fondamenti?

di MARINELLA PERRONI
   

   Vita Pastorale n. 1 gennaio 2009 - Home Page

Pur se la sua educazione farisaica non era tenera verso le donne, oggi si tende a ribaltare il giudizio di "misoginia" che è stato incollato all’Apostolo. In realtà egli le apprezzò e le utilizzò per l’apostolato.
  

Nell’udienza generale del 14 febbraio 2007 Benedetto XVI menzionò, tra le altre donne che hanno giocato un ruolo importante nella primitiva missione cristiana, una certa "Febe", qualificata come diákonos della Chiesa di Cencre, la cittadina portuale a est di Corinto (cf Rm 16,1-2). Benché il titolo in quel tempo non avesse ancora uno specifico valore ministeriale di tipo gerarchico, esso esprime un vero e proprio esercizio di responsabilità da parte di questa donna a favore di quella comunità cristiana. Paolo raccomanda di riceverla cordialmente e di assisterla «in qualunque cosa abbia bisogno», poi aggiunge: «Essa infatti ha protetto molti, anche me stesso».

Le parole del Papa mostrano un grande rispetto per il testo, cioè per il pensiero di Paolo. Non così, purtroppo, la nuova traduzione della Bibbia che sostituisce il vecchio (e orribile!) "diaconessa" con il più generico «che è a servizio della Chiesa di Cencre», confinando solo in nota l’idea che possa trattarsi di un vero e proprio esercizio di responsabilità. Così, Febe diviene la patrona silenziosa delle infinite donne che hanno mandato avanti le parrocchie sbrigando tanti e svariati servizietti! La domanda si impone: chi è più misogino, Paolo o alcuni dei suoi solerti interpreti? Un piccolo esempio, questo, di quanto sarebbe bene giudicare l’atteggiamento di Paolo nei confronti delle donne con grande cautela.

A Malta «il centurione, volendo salvare Paolo, impedì di uccidere i prigionieri» (At 27,43).
A Malta «il centurione, volendo salvare Paolo, impedì di uccidere i prigionieri» (At 27,43).

Paolo e le donne

La tradizione che attesta la misoginia di Paolo è lunga e compatta e non deve stupire che le esegete femministe, all’inizio, abbiano attribuito proprio a Paolo la plurisecolare esclusione delle donne dalla partecipazione attiva alla vita delle Chiese. Non c’è dubbio che il divieto a prendere la parola nelle assemblee di 1Cor 14,34s, il monito a indossare il velo come segno di subordinazione (1Cor 11,4-10.13-16), l’esortazione a rispettare una subordinazione creaturale voluta da Dio stesso (1Cor 11,3.11-12) o a sottomettersi ai propri mariti (Ef 5,22-24) hanno fortemente improntato la successiva tradizione perché hanno fornito saldo fondamento apostolico a una prassi ecclesiale progressivamente sempre più discriminatoria.

Un’esegesi attenta di questi passi incriminati e, soprattutto, del contesto letterario in cui si trovano e delle situazioni storiche cui si riferiscono ha smorzato notevolmente la loro carica misogina e ha dato ancora maggior risalto all’uso tendenzioso e intimidatorio che è stato fatto, invece, di essi. Sganciati dal loro contesto e, soprattutto, collezionati insieme come attestazione della concezione paolina delle donne, questi testi si rivelano invece del tutto disomogenei rispetto all’insieme del pensiero dell’Apostolo e, soprattutto, al suo intento e alla sua pratica missionari.

D’altra parte, i pochi decenni che separano la composizione della grande paolina da quella della prima lettera di Clemente, indirizzate entrambe alla comunità cristiana di Roma, segnalano che in un lasso di tempo molto breve un processo di clericalizzazione e di gerarchizzazione ha trasformato radicalmente il volto della Chiesa di Roma. Un processo che ha portato alla marginalizzazione delle donne.

Se mai esse sono state escluse dalla partecipazione alla salvezza e, quindi, dai sacramenti, molto presto hanno invece visto negata ogni possibilità di esercizio di responsabilità apostolica o ecclesiale. Possiamo attribuire a Paolo una responsabilità diretta in questo rapido quanto inquietante processo di emarginazione ecclesiale delle donne? Basta ribaltare il punto di osservazione per rendersi conto che l’accusa di misoginia nei confronti di Paolo è tutt’altro che fondata.

Paolo, come cittadino romano, viene decapitato a Roma nell'anno 64 d.C.
Paolo, come cittadino romano, viene decapitato a Roma nell’anno 64 d.C.

Le donne di Paolo

Ribaltare la prospettiva significa partire dalla considerazione in cui Paolo tiene le donne cristiane con cui ha condiviso impegno missionario, preoccupazione apostolica e responsabilità ecclesiale. Al riguardo, tanto gli Atti degli Apostoli che l’epistolario paolino ci consentono di tracciare un quadro di grande interesse. Fin dal primo momento, d’altro canto, Paolo è venuto a contatto con un cristianesimo che non conosceva alcuna discriminazione a partire dal sesso, dato che sono stati oggetto della persecuzione sia uomini che donne che avevano aderito alla fede in Gesù (At 9,2).

La sua predicazione si è rivolta alle donne e, tra loro, ha conosciuto un grande successo (At 17,4.12.34) ed egli ha avuto a che fare con figure femminili autorevoli a capo di comunità cristiane locali come, per esempio, Lidia (At 16,14-15.46) o Prisca che, con suo marito Aquila, ospitava i raduni delle comunità cristiane nelle diverse città in cui si trovavano a risiedere (At 18,1.26s).

Non sappiamo se per lui, fariseo ed educato nell’osservanza della legge (Fil 3,3-6), sia stato facile accettare una fede che non prevedeva discriminazioni né teologiche, né rituali nei confronti delle donne. La caratteristica più specifica della sua teologia, cioè l’universalismo della salvezza operata da Cristo attraverso la sua morte e risurrezione, non poteva certo coniugarsi con l’esclusione delle donne dalla partecipazione alla salvezza. Per questo in Gal 3,26-28 l’apostolo fa propria un’antica formula battesimale che riflette appieno il carattere totalmente inclusivo della fede in Gesù in cui si compie la promessa altrettanto inclusiva di Dio ad Abramo.

Apostole come Giunia, che Paolo conosce all’opera durante la sua missione, o come Maria, Trifena e Trifosa, che incoraggia nella loro fatica apostolica nei confronti della comunità di Roma, missionarie come Prisca, diacone come Febe, sono donne che Paolo menziona con rispetto alla fine della lettera ai Romani (16,1-16). Sono donne che Paolo ha incontrato, con cui ha collaborato, che lo hanno aiutato. Poteva una predicazione che rifiutava ogni forma di razzismo essere misogina? Il suo ricordo delle tante donne che, prima di lui e insieme a lui, hanno diffuso l’Evangelo e fondato le comunità dei discepoli di Gesù è la risposta più chiara ed efficace a questo interrogativo.

Marinella Perroni
docente di Nuovo Testamento al Pontificio ateneo S. Anselmo
  

UNA MOSTRA

Il pittore Sergio Favotto, nato nel 1945, vive e lavora in via Castello, 9 - 31040 Musano (Tv), tell. 0423.81.98.61 e 348.56.13.738, www.favotto.it. Il6-21 settembre ha tenuto nella Basilica dei SS. XXII Apostoli a Roma la mostra "Paolo, messaggero di Cristo", dov’erano esposte le "Storie di Shaul-Paolo di Tarso" (20 tavole a sanguigna lumeggiata a biacca 100 x 70 cm, presentate nel dossier), la "Via Crucis per gli indifferenti e i distratti" e altre opere. Scrive G. Battista Gandolfo nella presentazione: «Favotto gioca le sue carte di artista e credente, in occasione dell’Anno Paolino [...] e consegna un nuovo catechismo, in cui credenti e non si possono specchiare».

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