Lo scorrere dei
decenni non passa mai invano. Se, da una parte, molti permangono con il
loro giudizio critico e hanno voluto relegare l’Humanae vitae all’ombra
dell’indifferenza, molti altri all’opposto hanno saputo valorizzare il
significato profondo dei suoi contenuti. Non si può dimenticare, inoltre,
che diversi hanno rivisto le loro posizioni e hanno saputo ritrovare nell’enciclica
di Paolo VI un insegnamento così lungimirante che proprio il passare
degli anni e una corretta verifica degli avvenimenti hanno portato alla
luce.
«L’uomo non può trovare la vera felicità, alla
quale aspira con tutto il suo essere, se non nel rispetto delle leggi
inscritte da Dio nella sua natura e che egli deve osservare con
intelligenza e amore» (HV 31). Questa espressione di Humanae vitae potrebbe
costituire lo scenario ideale su cui collocare l’intero insegnamento
dell’enciclica.
La sua ricezione fu accompagnata da una profonda
contestazione e da non pochi fraintendimenti circa i suoi contenuti. Lo
stesso Papa se ne rese ben conto e non nascose il suo pensiero in
proposito. Parlando all’Angelus del 4 agosto 1968, si esprimeva
così: «La voce della nostra enciclica Humanae vitae ha avuto
molti echi; e, a nostro ricordo, non mai sono arrivati al Papa tanti
spontanei messaggi di ringraziamento e di consenso per la pubblicazione d’un
suo documento come in questa occasione, da ogni parte del mondo e da ogni
ceto di persone. [...] Sappiamo che vi sono anche molti che non hanno
apprezzato il nostro insegnamento, anzi non pochi lo osteggiano. Possiamo
in un certo senso capire questa incomprensione e anche questa opposizione.
La nostra parola non è facile, non è conforme ad un uso che oggi si va
purtroppo diffondendo, come comodo e apparentemente favorevole all’amore
e all’equilibrio familiare».

Il 29-30 luglio 1968 l’Osservatore
Romano pubblica l’enciclica emanata il 25 luglio
(foto Censi).
La sofferenza intellettuale all’interno della quale
Paolo VI prese la decisione di pubblicare questo documento fu sorretta
dalla sua profonda convinzione che la priorità era da riconoscere alla
legge naturale e all’orizzonte creaturale e non in una serie di ipotesi
scientifiche che minavano la visione antropologica cristiana.
Le sue parole, nella stessa circostanza, sembrano
confermarlo: «Noi vogliamo ancora ricordare come la norma da noi
affermata non è nostra, ma è propria delle strutture della vita, dell’amore
e della dignità umana; è cioè derivata dalla legge di Dio. Non è norma
che ignori le condizioni sociologiche o demografiche del nostro tempo: e
non è per sé contraria, come alcuni sembrano supporre, ad una
ragionevole limitazione della natalità, né alla ricerca scientifica e
alle cure terapeutiche, né tanto meno alla paternità veramente
responsabile e, neppure alla pace e all’armonia familiare. È solo una
norma morale esigente e severa, oggi sempre valida, che vieta l’uso di
mezzi i quali intenzionalmente impediscono la procreazione, e che
degradano così la purezza dell’amore e la missione della vita
coniugale. Abbiamo parlato per dovere del nostro ufficio e per carità
pastorale».
La voce della contestazione, comunque, fu molto più
forte; il periodo di generalizzata contestazione a ogni forma di autorità
e di limite alla libertà individuale non era tra i più favorevoli per
accogliere un insegnamento così impegnativo. Paolo VI ne fu fortemente
segnato e quella fu la sua ultima enciclica nonostante il pontificato
continuasse per un altro decennio.
Principi antropologici ed etici
Alcuni principi fondamentali di ordine antropologico ed
etico stanno alla base dell’Humanae vitae e permangono con la
loro forza dimostrativa. Non possiamo dimenticare, in primo luogo, la
concezione dell’unità della persona e la sua profonda dignità, che si
esprime in gesti di libertà e responsabilità che sempre vanno
salvaguardati, soprattutto quando si pongono nell’orizzonte dell’amore.
Dinanzi a una visione spesso distorta della persona e a visioni dell’uomo
che creano divisioni e dualismi, minando la dignità stessa, è importante
ribadire i principi che stanno alla base della fede di sempre.
L’uomo è debitore della sua vita. Egli è uscito
dalle mani del Creatore e la sua realizzazione piena si potrà
concretizzare solo nella condizione di percepire sé stesso e costruire la
propria esistenza personale e sociale senza mai volersi sostituire a Dio.
Dinanzi a un crescente individualismo, è necessario ribadire che l’esistenza
personale va posta nell’orizzonte della relazionalità che permette a
ognuno di realizzare sé stesso sempre e solo in quanto relazionato con l’altro.
Questa considerazione diventa ancora più evidente
quando la relazione assume il volto dell’amore. Nella vita coniugale,
là dove la reciprocità dell’amore ha la sua forma più completa, l’atto
sessuale che viene posto in essere ha la sua valenza unitiva e procreativa
inscindibile. Per sua natura, l’amore non può rinchiudere nessuno in
sé stesso; l’individualismo è da sempre la patologia nefasta da cui
tenersi lontano e da prevenire in ogni modo. La comprensione dell’amore
come un "dare tutto sé stesso" non termina nella donazione di
sé alla persona amata; esso prosegue in un ulteriore atto che rende gli
amanti capaci di donare tutto loro stessi insieme. La reciprocità
coniugale vive della donazione piena di sé, ma insieme come una sola
carne devono ancora essere capaci di dare "tutto se stessi".

Saluzzo: il sacerdote saluta la
sposa. Oggi sono aumentate le difficoltà per i giovani
(foto Censi).
L’unità e unicità dell’atto diventano così
fecondi, perché aperti a dare sempre tutto insieme fino al dono della
vita come segno perenne che tutto è stato dato. Se amare equivale a dare
la propria vita, amare dando tutto sé stessi insieme equivale realmente a
donare una nuova vita. In questa azione si scopre quanto la dignità della
persona sia elevata alla partecipazione dell’atto creativo di Dio, senza
sostituirsi a lui ma vivendo dell’intera potenzialità immessa nella
propria natura. Quando l’amore è fecondo percepisce che qualcosa di
straordinariamente grande si sta realizzando, esso supera le proprie forze
biologiche, perché immette nella sfera del mistero della vita che nessuna
tecnica potrà mai abolire né umiliare.
Nello stesso tempo, si deve ribadire che quando la
natura è ferita nella fecondità – materna o paterna – e il desiderio
di essere genitore non può essere realizzato, non può sopraggiungere
automaticamente l’imperativo del diritto ad essere padre o madre ad ogni
costo. L’amore deve essere capace di aprirsi a nuove forme di maternità
e paternità che sono altrettanto responsabili proprio perché assumono in
sé la gioia e la fatica di restituire il sorriso a tanti che non
conoscono una famiglia. Il tanto contestato insegnamento di Humanae
vitae si sintetizza in questi pensieri e fa della responsabilità il
suo metodo privilegiato.
Aiutare la famiglia
In un momento in cui da qualche parte del pianeta
qualche scienziato sta mettendo a punto un ulteriore e più sofisticato
sistema anticoncezionale che sarà un semplice spray da spruzzare sul
braccio, o nel momento in cui si propagandano cifre astronomiche e davvero
poco credibili circa i figli nati da coppie omosessuali o nel momento in
cui si vuole perfino togliere dal vocabolario il termine padre e madre,
probabilmente è venuta l’ora di riportare l’uomo alla ragione,
facendogli riscoprire i principi fondamentali inscritti nella natura a cui
nessuno può venire meno, senza distruggere la componente più umana che
possediamo per la nostra appartenenza ad essa. La natura non è un’invenzione
cattolica, ma una realtà che ci precede, ci accompagna e ci seguirà
nonostante i tentativi di volerla umiliare, ferire e forse distruggere.
Non ci sarà futuro autentico per le nuove generazioni
se non saremo capaci di consegnare loro una ricchezza di cultura che pone
la natura come un patrimonio comune che è offerto e non può essere
violentato; con le sue leggi che tutti devono riconoscere e accogliere
prima ancora di essere riformulate in sistemi giuridici. Il mercato ha
bisogno delle sue leggi, ma anche la natura ha le sue leggi che vanno
rispettate almeno tanto quanto quelle della ricerca scientifica e
tecnologica. Se, tuttavia, si è tentati di porre le leggi del mercato al
di sopra di tutto, ne deriva inevitabilmente una prepotenza tale a cui non
c’è rimedio.
Non possiamo nasconderci che diversi problemi
attanagliano la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di
tanti giovani sposi per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. Una
crescente forma di sterilità, la mancanza di un lavoro sicuro,
legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità,
impossibilità ad assicurare un sostentamento adeguato ai figli... sono
alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore
fecondo.
È necessario per questo unire gli sforzi perché le
diverse istituzioni pongano di nuovo al centro della loro azione la
famiglia, aiutandola con ogni strumento legislativo per facilitare la sua
composizione e la sua opera educativa, soprattutto nei confronti delle
giovani generazioni.
monsignor Rino Fisichella
rettore della Pontificia università
lateranense
e presidente della Pontificia accademia per la vita