Periodic San Paolo - Home Page Dossier: A 40 anni dal '68.
Il punto sull’Humanae vitae

Oggi altri problemi impediscono l’amore

di Monsignor RINO FISICHELLA
   

   Vita Pastorale n. 11 dicembre 2008 - Home Page

Paolo VI sentì la contestazione, ma continuò sulla strada della difesa di principi essenziali alla natura umana. Di fronte alle difficoltà delle giovani coppie, oggi occorre una politica di appoggio alla famiglia.
  

Lo scorrere dei decenni non passa mai invano. Se, da una parte, molti permangono con il loro giudizio critico e hanno voluto relegare l’Humanae vitae all’ombra dell’indifferenza, molti altri all’opposto hanno saputo valorizzare il significato profondo dei suoi contenuti. Non si può dimenticare, inoltre, che diversi hanno rivisto le loro posizioni e hanno saputo ritrovare nell’enciclica di Paolo VI un insegnamento così lungimirante che proprio il passare degli anni e una corretta verifica degli avvenimenti hanno portato alla luce.

«L’uomo non può trovare la vera felicità, alla quale aspira con tutto il suo essere, se non nel rispetto delle leggi inscritte da Dio nella sua natura e che egli deve osservare con intelligenza e amore» (HV 31). Questa espressione di Humanae vitae potrebbe costituire lo scenario ideale su cui collocare l’intero insegnamento dell’enciclica.

La sua ricezione fu accompagnata da una profonda contestazione e da non pochi fraintendimenti circa i suoi contenuti. Lo stesso Papa se ne rese ben conto e non nascose il suo pensiero in proposito. Parlando all’Angelus del 4 agosto 1968, si esprimeva così: «La voce della nostra enciclica Humanae vitae ha avuto molti echi; e, a nostro ricordo, non mai sono arrivati al Papa tanti spontanei messaggi di ringraziamento e di consenso per la pubblicazione d’un suo documento come in questa occasione, da ogni parte del mondo e da ogni ceto di persone. [...] Sappiamo che vi sono anche molti che non hanno apprezzato il nostro insegnamento, anzi non pochi lo osteggiano. Possiamo in un certo senso capire questa incomprensione e anche questa opposizione. La nostra parola non è facile, non è conforme ad un uso che oggi si va purtroppo diffondendo, come comodo e apparentemente favorevole all’amore e all’equilibrio familiare».

Il 29-30 luglio 1968 l'Osservatore Romano pubblica l'enciclica emanata il 25 luglio.
Il 29-30 luglio 1968 l’Osservatore Romano pubblica l’enciclica emanata il 25 luglio
(foto Censi).

La sofferenza intellettuale all’interno della quale Paolo VI prese la decisione di pubblicare questo documento fu sorretta dalla sua profonda convinzione che la priorità era da riconoscere alla legge naturale e all’orizzonte creaturale e non in una serie di ipotesi scientifiche che minavano la visione antropologica cristiana.

Le sue parole, nella stessa circostanza, sembrano confermarlo: «Noi vogliamo ancora ricordare come la norma da noi affermata non è nostra, ma è propria delle strutture della vita, dell’amore e della dignità umana; è cioè derivata dalla legge di Dio. Non è norma che ignori le condizioni sociologiche o demografiche del nostro tempo: e non è per sé contraria, come alcuni sembrano supporre, ad una ragionevole limitazione della natalità, né alla ricerca scientifica e alle cure terapeutiche, né tanto meno alla paternità veramente responsabile e, neppure alla pace e all’armonia familiare. È solo una norma morale esigente e severa, oggi sempre valida, che vieta l’uso di mezzi i quali intenzionalmente impediscono la procreazione, e che degradano così la purezza dell’amore e la missione della vita coniugale. Abbiamo parlato per dovere del nostro ufficio e per carità pastorale».

La voce della contestazione, comunque, fu molto più forte; il periodo di generalizzata contestazione a ogni forma di autorità e di limite alla libertà individuale non era tra i più favorevoli per accogliere un insegnamento così impegnativo. Paolo VI ne fu fortemente segnato e quella fu la sua ultima enciclica nonostante il pontificato continuasse per un altro decennio.

Principi antropologici ed etici

Alcuni principi fondamentali di ordine antropologico ed etico stanno alla base dell’Humanae vitae e permangono con la loro forza dimostrativa. Non possiamo dimenticare, in primo luogo, la concezione dell’unità della persona e la sua profonda dignità, che si esprime in gesti di libertà e responsabilità che sempre vanno salvaguardati, soprattutto quando si pongono nell’orizzonte dell’amore. Dinanzi a una visione spesso distorta della persona e a visioni dell’uomo che creano divisioni e dualismi, minando la dignità stessa, è importante ribadire i principi che stanno alla base della fede di sempre.

L’uomo è debitore della sua vita. Egli è uscito dalle mani del Creatore e la sua realizzazione piena si potrà concretizzare solo nella condizione di percepire sé stesso e costruire la propria esistenza personale e sociale senza mai volersi sostituire a Dio. Dinanzi a un crescente individualismo, è necessario ribadire che l’esistenza personale va posta nell’orizzonte della relazionalità che permette a ognuno di realizzare sé stesso sempre e solo in quanto relazionato con l’altro.

Questa considerazione diventa ancora più evidente quando la relazione assume il volto dell’amore. Nella vita coniugale, là dove la reciprocità dell’amore ha la sua forma più completa, l’atto sessuale che viene posto in essere ha la sua valenza unitiva e procreativa inscindibile. Per sua natura, l’amore non può rinchiudere nessuno in sé stesso; l’individualismo è da sempre la patologia nefasta da cui tenersi lontano e da prevenire in ogni modo. La comprensione dell’amore come un "dare tutto sé stesso" non termina nella donazione di sé alla persona amata; esso prosegue in un ulteriore atto che rende gli amanti capaci di donare tutto loro stessi insieme. La reciprocità coniugale vive della donazione piena di sé, ma insieme come una sola carne devono ancora essere capaci di dare "tutto se stessi".

Saluzzo: il sacerdote saluta la sposa. Oggi sono aumentate le difficoltà per i giovani.
Saluzzo: il sacerdote saluta la sposa. Oggi sono aumentate le difficoltà per i giovani
(foto Censi).

L’unità e unicità dell’atto diventano così fecondi, perché aperti a dare sempre tutto insieme fino al dono della vita come segno perenne che tutto è stato dato. Se amare equivale a dare la propria vita, amare dando tutto sé stessi insieme equivale realmente a donare una nuova vita. In questa azione si scopre quanto la dignità della persona sia elevata alla partecipazione dell’atto creativo di Dio, senza sostituirsi a lui ma vivendo dell’intera potenzialità immessa nella propria natura. Quando l’amore è fecondo percepisce che qualcosa di straordinariamente grande si sta realizzando, esso supera le proprie forze biologiche, perché immette nella sfera del mistero della vita che nessuna tecnica potrà mai abolire né umiliare.

Nello stesso tempo, si deve ribadire che quando la natura è ferita nella fecondità – materna o paterna – e il desiderio di essere genitore non può essere realizzato, non può sopraggiungere automaticamente l’imperativo del diritto ad essere padre o madre ad ogni costo. L’amore deve essere capace di aprirsi a nuove forme di maternità e paternità che sono altrettanto responsabili proprio perché assumono in sé la gioia e la fatica di restituire il sorriso a tanti che non conoscono una famiglia. Il tanto contestato insegnamento di Humanae vitae si sintetizza in questi pensieri e fa della responsabilità il suo metodo privilegiato.

Aiutare la famiglia

In un momento in cui da qualche parte del pianeta qualche scienziato sta mettendo a punto un ulteriore e più sofisticato sistema anticoncezionale che sarà un semplice spray da spruzzare sul braccio, o nel momento in cui si propagandano cifre astronomiche e davvero poco credibili circa i figli nati da coppie omosessuali o nel momento in cui si vuole perfino togliere dal vocabolario il termine padre e madre, probabilmente è venuta l’ora di riportare l’uomo alla ragione, facendogli riscoprire i principi fondamentali inscritti nella natura a cui nessuno può venire meno, senza distruggere la componente più umana che possediamo per la nostra appartenenza ad essa. La natura non è un’invenzione cattolica, ma una realtà che ci precede, ci accompagna e ci seguirà nonostante i tentativi di volerla umiliare, ferire e forse distruggere.

Non ci sarà futuro autentico per le nuove generazioni se non saremo capaci di consegnare loro una ricchezza di cultura che pone la natura come un patrimonio comune che è offerto e non può essere violentato; con le sue leggi che tutti devono riconoscere e accogliere prima ancora di essere riformulate in sistemi giuridici. Il mercato ha bisogno delle sue leggi, ma anche la natura ha le sue leggi che vanno rispettate almeno tanto quanto quelle della ricerca scientifica e tecnologica. Se, tuttavia, si è tentati di porre le leggi del mercato al di sopra di tutto, ne deriva inevitabilmente una prepotenza tale a cui non c’è rimedio.

Non possiamo nasconderci che diversi problemi attanagliano la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani sposi per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. Una crescente forma di sterilità, la mancanza di un lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, impossibilità ad assicurare un sostentamento adeguato ai figli... sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo.

È necessario per questo unire gli sforzi perché le diverse istituzioni pongano di nuovo al centro della loro azione la famiglia, aiutandola con ogni strumento legislativo per facilitare la sua composizione e la sua opera educativa, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni.

monsignor Rino Fisichella
rettore della Pontificia università lateranense
e presidente della Pontificia accademia per la vita

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