Ci sono delle date
simboliche, e anche eventi simbolici. Qualunque sia la lettura che se ne
vuole fare o che è stata fatta, il 1968 rappresenta una di quelle date. I
protagonisti ne danno la loro versione: anni fantastici, o anni
drammatici. I detrattori applicano il vecchio adagio: post hoc, ergo
propter hoc, cioè tutto il male che è venuto dopo (terrorismo,
distruzione della scuola, anarchia, rifiuto dell’autorità...) è colpa
di quello che è successo prima, e soprattutto del ’68.
Perché il ’68 è l’anno delle rivolte studentesche,
ma è anche l’anno della morte di Robert Kennedy e di Martin Luther King,
della primavera di Praga e di analoghe speranze e delusioni in Polonia,
delle offensive dei vietcong in Vietnam che metteranno in grave imbarazzo,
sul piano locale e internazionale, le forze americane e il prestigio nel
mondo degli Stati Uniti.
Era stato Alexander Dubcek a farsi interprete in
Cecoslovacchia del "nuovo corso" auspicato da larga parte della
popolazione, facendo nascere grandi speranze e sollevando preoccupazioni
negli ambienti conservatori e soprattutto nell’Unione Sovietica che, con
il pretesto di bloccare quello che veniva definito un tentativo
controrivoluzionario, avrebbe deciso nell’agosto di invadere il Paese
vanificando ogni tentativo di riforme.
Nel blocco sovietico si stavano verificando le prime
incrinature: l’accentuarsi della rottura tra Cina e Urss portava l’Albania
a uscire dal patto di Varsavia e ad avvicinarsi alla Cina.
In Polonia le agitazioni, a loro volta represse dal
regime comunista, si sviluppano soprattutto per opera delle organizzazioni
studentesche, come d’altronde stava avvenendo in altri Paesi: a partire
da marzo in Brasile e in Francia, in aprile nella Repubblica federale
tedesca e in Turchia, tra aprile e maggio negli Stati Uniti e poco dopo in
Senegal e in Francia, in settembre in Messico, in ottobre in Gran
Bretagna.

Uno studente viene fermato a Roma
dalla polizia in una manifestazione (foto Team).
Forse quello che in Europa divenne un vero e proprio
riferimento mitologico fu il maggio francese, con l’occupazione delle
università, i tentativi studenteschi di democrazia diretta, e infine l’intervento
del governo, per impulso del generale De Gaulle, che avrebbe
definitivamente messo fine alle varie manifestazioni di protesta.
In Italia le premesse furono diverse, coinvolsero gli
studenti (anche qui si costruì un mito: l’università di Trento) ma
anche altre forze, dagli operai a certe espressioni del dissenso
cattolico, che occuparono alcune chiese (ad esempio la cattedrale di
Parma, nel settembre 1968) chiedendo un dialogo con l’autorità
ecclesiastica. E in ambito studentesco forse anche più emblematiche
furono le agitazioni che si verificarono a Milano all’Università
cattolica del Sacro Cuore (novembre 1967), che provocarono l’espulsione
di alcuni studenti e le reazioni, immediate ma anche successive, delle
autorità accademiche.
Cosa si contestava
Cosa poteva significare tutto questo, e quali
conseguenze avrebbe provocato?
In ambito ecclesiale, il dibattito concerneva l’interpretazione
e l’applicazione del Concilio: non erano pochi a dirsi preoccupati della
eventuale fine di quella onda lunga segnata dagli entusiasmi conciliari.
Gli ambienti conservatori parlavano di "fine della ricreazione"
e di ritorno alla normalità, iniziando anche un’opera di vero e proprio
ridimensionamento dei lavori conciliari. Chi sosteneva tale necessità,
prendeva a prova il fatto che stava iniziando la grave crisi del clero,
che vedeva l’abbandono del ministero da parte di non pochi preti e la
forte contrazione degli ingressi nei seminari. Una crisi analoga si stava
verificando nelle Congregazioni religiose, sia maschili che femminili.
Sarebbe stato facile far notare che i preti e i
religiosi che lasciavano il ministero erano stati tutti formati negli anni
antecedenti il Concilio: quindi più che sul Concilio stesso, bisognava
riflettere sulla formazione che avevano ricevuto. Ma accusare il Concilio
era molto più facile e non costringeva a qualche autocritica.
In ambito studentesco, si contestava una certa scuola di
classe, l’eccessiva stratificazione sociale che impediva alle categorie
sociali più disagiate di accedere agli studi superiori. Le tabelle e le
statistiche pubblicate da don Milani nella sua nota Lettera a una
professoressa (1967) ne erano la prova più evidente; per questo
alcuni avrebbero considerato, del tutto a torto, il libro di don Milani
una specie di manifesto della contestazione. E oggi vengono attribuite al
prete fiorentino responsabilità che proprio non lo riguardano. È
abbastanza tipico il costume italiano di attribuire i mali non a chi li
provoca, ma a chi li denuncia. Emergeva poi il vecchio mito della
possibile alleanza tra studenti e operai, che si esprimeva nella comune
partecipazione alle manifestazioni di piazza.
Nel mondo cattolico, ciò che colpiva di più erano le
contestazioni ecclesiali. Vi era un dato di partenza significativo: i
testi conciliari proponevano un’ecclesiologia diversa da quella del
Vaticano I, auspicando una partecipazione effettiva alla vita della Chiesa
da parte di tutto il popolo di Dio; il che non significava affatto la
nascita di una società priva di gerarchia, con delle responsabilità horizontales
et tournantes, cioè paritarie e a turno, come avrebbe detto un giorno
Echanges et dialogue, il movimento che avrebbe raccolto a partire
dal 1969 un gruppo di preti e religiosi francesi.
Significava piuttosto l’auspicio di una Chiesa dove
non si parlasse tanto di gerarchia e di potere, ma di ruoli e di servizio.
Non c’era da meravigliarsi che di fronte all’esasperazione di tali
premesse, che finivano per mettere in causa proprio la gerarchia, si
formassero movimenti contrapposti, che si attribuivano il compito di
difendere la Chiesa tradizionale che sembrava messa in causa dai
contestatori.
Il mito
Con il passare degli anni, il ’68 divenne una specie
di mito: indicava il tempo della libertà, della fantasia al potere, il
sogno di una società di uguali; ma anche il simbolo del rifiuto delle
gerarchie sociali, in una specie di delirio collettivo, distruttore di
ogni forma di tradizione.
Sono in fondo i due riferimenti che sono rimasti vivi,
tra chi continua a dire «formidabili quegli anni», e chi vi vede il
principio dei mali sociali successivi.
Ma vi sono anche coloro, e non sono pochi, che ne
parlano senza saperne nulla. Recentemente, in una chiesa parigina, un
giovane prete, per ricordare il 40° anniversario, organizzò una marcia
nella città in riparazione dei mali provocati dal ’68. Vi partecipava
un gruppo di ragazzi. Giunti davanti alla fontana di Saint Michel, nel
cuore del quartiere latino, luogo simbolico per i francesi dei fatti del
’68, su invito del prete i ragazzi si inginocchiarono per chiedere
perdono dei peccati commessi in quel luogo in quell’anno. La cosa più
triste è che se avessero chiesto a quel prete e a quei ragazzi di cosa
esattamente chiedevano perdono, forse non avrebbero saputo rispondere.
Molti raccontano il loro ’68: ma in modo tale che le
nuove generazioni rischiano di parlarne senza sapere di cosa stanno
parlando.
Maurilio Guasco