Periodic San Paolo - Home Page Dossier: A 40 anni dal '68.
Il punto di vista storico

Il mito non è ancora finito

di MAURILIO GUASCO
   

   Vita Pastorale n. 11 dicembre 2008 - Home Page

Il 1968 è una data indimenticabile: in politica, nelle lotte studentesche, nell’applicazione delle riforme conciliari. Chi lo vede come l’inizio dei mali; chi non ne sa nulla. Vediamo come è andata.
  

Molti di noi avevano vent’anni nel 1968. Il Concilio aveva aperto grandi prospettive di partecipazione. Gli studenti contestatori volevano cambiare la scuola, l’università, i rapporti sociali. Cosa avvenne allora e cosa ne resta oggi?
  

Ci sono delle date simboliche, e anche eventi simbolici. Qualunque sia la lettura che se ne vuole fare o che è stata fatta, il 1968 rappresenta una di quelle date. I protagonisti ne danno la loro versione: anni fantastici, o anni drammatici. I detrattori applicano il vecchio adagio: post hoc, ergo propter hoc, cioè tutto il male che è venuto dopo (terrorismo, distruzione della scuola, anarchia, rifiuto dell’autorità...) è colpa di quello che è successo prima, e soprattutto del ’68.

Perché il ’68 è l’anno delle rivolte studentesche, ma è anche l’anno della morte di Robert Kennedy e di Martin Luther King, della primavera di Praga e di analoghe speranze e delusioni in Polonia, delle offensive dei vietcong in Vietnam che metteranno in grave imbarazzo, sul piano locale e internazionale, le forze americane e il prestigio nel mondo degli Stati Uniti.

Era stato Alexander Dubcek a farsi interprete in Cecoslovacchia del "nuovo corso" auspicato da larga parte della popolazione, facendo nascere grandi speranze e sollevando preoccupazioni negli ambienti conservatori e soprattutto nell’Unione Sovietica che, con il pretesto di bloccare quello che veniva definito un tentativo controrivoluzionario, avrebbe deciso nell’agosto di invadere il Paese vanificando ogni tentativo di riforme.

Nel blocco sovietico si stavano verificando le prime incrinature: l’accentuarsi della rottura tra Cina e Urss portava l’Albania a uscire dal patto di Varsavia e ad avvicinarsi alla Cina.

In Polonia le agitazioni, a loro volta represse dal regime comunista, si sviluppano soprattutto per opera delle organizzazioni studentesche, come d’altronde stava avvenendo in altri Paesi: a partire da marzo in Brasile e in Francia, in aprile nella Repubblica federale tedesca e in Turchia, tra aprile e maggio negli Stati Uniti e poco dopo in Senegal e in Francia, in settembre in Messico, in ottobre in Gran Bretagna.

Uno studente viene fermato a Roma dalla polizia in una manifestazione.
Uno studente viene fermato a Roma dalla polizia in una manifestazione (foto Team).

Forse quello che in Europa divenne un vero e proprio riferimento mitologico fu il maggio francese, con l’occupazione delle università, i tentativi studenteschi di democrazia diretta, e infine l’intervento del governo, per impulso del generale De Gaulle, che avrebbe definitivamente messo fine alle varie manifestazioni di protesta.

In Italia le premesse furono diverse, coinvolsero gli studenti (anche qui si costruì un mito: l’università di Trento) ma anche altre forze, dagli operai a certe espressioni del dissenso cattolico, che occuparono alcune chiese (ad esempio la cattedrale di Parma, nel settembre 1968) chiedendo un dialogo con l’autorità ecclesiastica. E in ambito studentesco forse anche più emblematiche furono le agitazioni che si verificarono a Milano all’Università cattolica del Sacro Cuore (novembre 1967), che provocarono l’espulsione di alcuni studenti e le reazioni, immediate ma anche successive, delle autorità accademiche.

Cosa si contestava

Cosa poteva significare tutto questo, e quali conseguenze avrebbe provocato?

In ambito ecclesiale, il dibattito concerneva l’interpretazione e l’applicazione del Concilio: non erano pochi a dirsi preoccupati della eventuale fine di quella onda lunga segnata dagli entusiasmi conciliari. Gli ambienti conservatori parlavano di "fine della ricreazione" e di ritorno alla normalità, iniziando anche un’opera di vero e proprio ridimensionamento dei lavori conciliari. Chi sosteneva tale necessità, prendeva a prova il fatto che stava iniziando la grave crisi del clero, che vedeva l’abbandono del ministero da parte di non pochi preti e la forte contrazione degli ingressi nei seminari. Una crisi analoga si stava verificando nelle Congregazioni religiose, sia maschili che femminili.

Sarebbe stato facile far notare che i preti e i religiosi che lasciavano il ministero erano stati tutti formati negli anni antecedenti il Concilio: quindi più che sul Concilio stesso, bisognava riflettere sulla formazione che avevano ricevuto. Ma accusare il Concilio era molto più facile e non costringeva a qualche autocritica.

In ambito studentesco, si contestava una certa scuola di classe, l’eccessiva stratificazione sociale che impediva alle categorie sociali più disagiate di accedere agli studi superiori. Le tabelle e le statistiche pubblicate da don Milani nella sua nota Lettera a una professoressa (1967) ne erano la prova più evidente; per questo alcuni avrebbero considerato, del tutto a torto, il libro di don Milani una specie di manifesto della contestazione. E oggi vengono attribuite al prete fiorentino responsabilità che proprio non lo riguardano. È abbastanza tipico il costume italiano di attribuire i mali non a chi li provoca, ma a chi li denuncia. Emergeva poi il vecchio mito della possibile alleanza tra studenti e operai, che si esprimeva nella comune partecipazione alle manifestazioni di piazza.

Nel mondo cattolico, ciò che colpiva di più erano le contestazioni ecclesiali. Vi era un dato di partenza significativo: i testi conciliari proponevano un’ecclesiologia diversa da quella del Vaticano I, auspicando una partecipazione effettiva alla vita della Chiesa da parte di tutto il popolo di Dio; il che non significava affatto la nascita di una società priva di gerarchia, con delle responsabilità horizontales et tournantes, cioè paritarie e a turno, come avrebbe detto un giorno Echanges et dialogue, il movimento che avrebbe raccolto a partire dal 1969 un gruppo di preti e religiosi francesi.

Significava piuttosto l’auspicio di una Chiesa dove non si parlasse tanto di gerarchia e di potere, ma di ruoli e di servizio. Non c’era da meravigliarsi che di fronte all’esasperazione di tali premesse, che finivano per mettere in causa proprio la gerarchia, si formassero movimenti contrapposti, che si attribuivano il compito di difendere la Chiesa tradizionale che sembrava messa in causa dai contestatori.

Il mito

Con il passare degli anni, il ’68 divenne una specie di mito: indicava il tempo della libertà, della fantasia al potere, il sogno di una società di uguali; ma anche il simbolo del rifiuto delle gerarchie sociali, in una specie di delirio collettivo, distruttore di ogni forma di tradizione.

Sono in fondo i due riferimenti che sono rimasti vivi, tra chi continua a dire «formidabili quegli anni», e chi vi vede il principio dei mali sociali successivi.

Ma vi sono anche coloro, e non sono pochi, che ne parlano senza saperne nulla. Recentemente, in una chiesa parigina, un giovane prete, per ricordare il 40° anniversario, organizzò una marcia nella città in riparazione dei mali provocati dal ’68. Vi partecipava un gruppo di ragazzi. Giunti davanti alla fontana di Saint Michel, nel cuore del quartiere latino, luogo simbolico per i francesi dei fatti del ’68, su invito del prete i ragazzi si inginocchiarono per chiedere perdono dei peccati commessi in quel luogo in quell’anno. La cosa più triste è che se avessero chiesto a quel prete e a quei ragazzi di cosa esattamente chiedevano perdono, forse non avrebbero saputo rispondere.

Molti raccontano il loro ’68: ma in modo tale che le nuove generazioni rischiano di parlarne senza sapere di cosa stanno parlando.

Maurilio Guasco
  

Bibliografia

AA. VV., Echanges et dialogue ou la mort du clerc. Idoc 1975, Paris; Brambilla M., Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto, Rizzoli 1994, Milano; Giovagnoli A. (a cura di), 1968: fra utopia e Vangelo. Contestazione e mondo cattolico, Ave 2000, Roma; Leonardi C. (a cura di), Ezio Franceschini (1906-1983). Scritti documenti commemorazioni testimonianze, EDB 1986, Bologna (in particolare la parte dedicata al suo rettorato nell’Università cattolica e il capitolo: "Fui come tutti miope: gli studenti avevano ragione").

Segue:  Oggi altri problemi impediscono l’amore

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