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INTERVISTA AL PROFESSOR LUCIANO CORRADINI

Chiaroscuri sulla Gelmini

di PIERSANDRO VANZAN
   

   Vita Pastorale n. 11 dicembre 2008 - Home Page

L’approvazione definitiva della legge Gelmini, in materia di scuola e università, ha determinato nel Paese una spaccatura tra maggioranza e opposizione. Conseguenze e prospettive secondo uno specialista.
   

Il 30 ottobre scorso Palazzo Madama ha approvato in via definitiva la legge Gelmini in materia di scuola e università, che consta di 8 articoli riguardanti: Cittadinanza e Costituzione; Valutazione del comportamento degli studenti; Valutazione sul rendimento scolastico degli studenti; Insegnante unico nella scuola primaria; Adozione dei libri di testo; Disposizioni in materia di graduatorie ad esaurimento; Valore abilitante della laurea in scienze della formazione primaria; Modifica delle norme in materia di accesso alle scuole universitarie di specializzazione in medicina e chirurgia; Provvedimenti per la sicurezza delle scuole; Norme finali.

Il professor Luciano Corradini (foto G. Giuliani)In entrambe le Camere il dibattito fu aspro, come del resto succede nelle conversioni in legge dei DL, dato il vincolo di tempo (due mesi) e il gioco degli equivoci fra la volontà di migliorare il testo e il timore di un suo affossamento, nel brusco confronto tra maggioranza e opposizione. Inoltre, le dichiarazioni di voto hanno rivelato l’indisponibilità nei due schieramenti a riconoscere le buone ragioni altrui. Presentiamo alcuni chiaroscuri di quella legge col professor Luciano Corradini, già ordinario di pedagogia generale in varie università e sottosegretario alla pubblica istruzione nel governo Dini.

  • È vero che la "madre" della legge Gelmini è la manovra economica del ministro Tremonti che, fissando i "paletti" di spesa nel prossimo triennio, ha ridotto le spese relative all’università e all’istruzione?

«Sì, è così. Ma le ragioni ed entità dei tagli previsti – detti con linguaggio più gradevole "razionalizzazioni" e "rimodulazioni" – sono noti dall’agosto scorso, benché la loro analisi e traduzione in leggi di settore e in regolamenti, sulla base di "documenti programmatici" previsti dai vari ministeri, cominciò a manifestarsi solo nel settembre e ottobre scorsi, con le prime analisi dei "tagli" da parte dei sindacati e delle opposizioni e con l’uscita del piano programmatico del ministero, che ha dettagliato le riduzioni di spesa in termini di ore, di posti di insegnanti, di numero di alunni per classe, di classi e istituzioni scolastiche.

«È così cominciata la battaglia delle interviste e delle cifre, fra opposizione e maggioranza. Per quanto riguarda la Gelmini, il fatto che nelle manifestazioni dei mesi scorsi agli insegnanti, studenti e genitori delle scuole primarie e secondarie, siano confluiti anche gli studenti universitari ha decisamente aggravato la situazione.

«Infatti, nel mondo universitario si denuncia il pericolo che, nei prossimi anni, in seguito a questi tagli, avvenga un grave ridimensionamento nell’istituzione universitaria. E se la Gelmini ha cercato di giustificare i provvedimenti per la scuola, imposti di fatto da Tremonti, con l’obiettivo di ridurre la quantità della spesa, in vista di un futuro beneficio in termini di qualità, la protesta dilagante ha gettato invece l’allarme contro la prossima fine della scuola e dell’università come istituzioni pubbliche dotate di risorse sufficienti a competere sul piano internazionale, dato un loro soffocamento per logiche di mercato».

  • Vorrei chiederle un parere sull’art. 1 della nuova legge (n. 169), che ha per titolo "Cittadinanza e Costituzione" e su cui la stampa non si è molto soffermata.

«Anzitutto noto che i sondaggi Mannheimer e Pagnoncelli hanno fornito dati concordi sul gradimento della pubblica opinione (circa al 90%) sull’educazione civica in termini adeguati ai tempi. Nessuno l’ha contestata, né in Parlamento né sulle piazze. La formulazione dell’articolo non è però felice. L’annunciata "sperimentazione nazionale" viene proposta alle scuole ad anno scolastico iniziato e deve trovare posto nell’insegnamento delle materie storico-sociali e storico-geografiche, senza ore o altre risorse aggiunte. Vi si parla di Costituzione e di statuti regionali, non di Europa.

«Comunque, anche con queste limitazioni e incertezze, tale disciplina farà bene alla scuola: sia per la nuova evidenza data alla Costituzione e alla cittadinanza – concetto essenziale per vivere nella società pluralistica –, sia per la sperimentazione nazionale e le azioni di sensibilizzazione e di formazione dei docenti (benché "entro i limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente"). Speriamo solo che il tutto non finisca in una transitoria campagna di belle parole!».

Mariastella Gelmini.
Mariastella Gelmini
(Tarantino/AP/La Presse).

  • E come giudica gli articoli 2 e 3, sulla valutazione del comportamento e del rendimento scolastico?

«Senz’altro sono importanti. L’art. 2 dà rilievo al comportamento, affidandolo a una valutazione collegiale espressa in decimi che rifletta sulla personalità dello studente, non limitandosi a decidere, "se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso o all’esame conclusivo del ciclo". Questo sarebbe pedagogicamente riduttivo. Infatti, se va bene punire comportamenti negativi (ma anche premiare quelli positivi) – dato che nessuna comunità può vivere ritenendo irrilevante la qualità del comportamento dei suoi membri –, è altrettanto importante farsi carico, dal punto di vista educativo, anche dei "bulli" e dei "maleducati", certamente presenti in modo preoccupante nella scuola.

«Anche per la valutazione degli apprendimenti dello studente non basta il voto "espresso in decimi", ma si richiedono intese – tra scuola, famiglia, enti territoriali, istituzioni e volontariato –, secondo i caratteri dell’"alleanza educativa", di cui parla il nuovo statuto degli studenti. L’opinione pubblica ha accolto bene la decisione ministeriale di esprimere con voti numerici la "valutazione periodica e annuale degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite". Nella scuola primaria questi voti sono illustrati "con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto"; nella scuola secondaria, anche quella di primo grado, ci si limita al voto numerico.

«Questa norma richiama un altro tipo di "tagli": non riguardanti la spesa pubblica, ma una cultura della valutazione oggi ritenuta, molto superficialmente, prigioniera del "vuoto pedagogismo del ’68". Di fatto però non mancano, nella scuola degli ultimi 30 anni, buone leggi, che hanno ispirato ricerche docimologiche serie e buone prassi, che sarebbe un peccato liquidare con un tratto di penna.

«I voti numerici sono accettabili, ma non come unico documento della scuola sull’esito degli apprendimenti e delle competenze raggiunte dai ragazzi: come la temperatura che si misura col termometro, ma non dice tutto dell’ammalato, anche i numeri non bastano a chiarire il senso, la genesi e la prognosi sia degli apprendimenti, sia delle competenze acquisite».

  • Infine, qualche parola sull’uragano contestativo scatenato dall’art. 4, e cioè la decisione di costituire «classi affidate a un unico insegnante e funzionanti con orario di ventiquattro ore settimanali», a partire dal 2009.

«Uragani a parte, di fatto l’insegnante della scuola primaria non sarà unico ma "prevalente", non essendo possibile che lo stesso insegnante insegni anche religione cattolica e inglese. La pluralità dei docenti è perciò un fatto acquisito, benché – soprattutto nei primi anni della scuola primaria – è bene che il tronco dell’albero, costituito da un insegnante che stabilisce relazioni anche affettivamente solide con i bambini, sia più robusto e i rami meno numerosi di quanto è auspicabile negli ultimi anni (quarta e quinta), dove la diversità delle discipline suggerisce una pluralità di docenti.

«Quanto numerosi siano e quanto auspicabili, è tuttora oggetto di dibattito, purtroppo non ben informato. Infatti, va ricordato che sulla base della legge 148/1990 la scuola elementare fu dotata di due formule orarie: un modulo di 27-30 ore con attività pomeridiane, affidato a un team di tre insegnanti su due classi (e dunque non 3 su una classe, come si dice erroneamente) e un altro modulo di 40 ore, mensa inclusa, affidato a due insegnanti per classe. È il classico "tempo pieno".

«E se è vero che il passaggio dal maestro unico alla pluralità di maestri è stato favorito non solo da motivazioni culturali – i nuovi programmi dell’85 erano più ricchi dei precedenti e quindi difficilmente dominabili da un solo docente, soprattutto in quarta e quinta –, ma anche di carattere occupazionale (come dimostrano le battaglie compiute a suo tempo dai sindacati), va detto che allora non c’erano le odierne angustie del bilancio statale e che non si era ancora manifestata la pericolosità del debito pubblico, scoppiata nel "settembre nero" del 1992, quando si rischiò la bancarotta.

«Non meraviglia quindi, in sede di responsabile gestione della finanza pubblica (col debito pubblico sul 104%), che il governo abbia pensato di intervenire sulla scuola primaria. Ma l’intervento andava studiato meglio e spiegato in modo da farlo condividere dall’opposizione. Magari inquadrandolo nel contesto di altre economie, più comprensibili anche dall’opinione pubblica, come ad esempio i "costi della politica"».

Piersandro Vanzan

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