nnuntio
vobis gaudium magnum; habemus Papam... Eminentissimum ac
reverendissimum dominum... Angelum... Iosephum Sanctae Romanae Ecclesiae
cardinalem Roncalli qui sibi nomen imposuit Ioannem vigesimum tertium».
Era la sera del 28 ottobre 1958, cinquant’anni fa. Il cardinale
protodiacono Nicola Canali non aveva ancora finito di dare il solenne
annuncio dell’elezione del nuovo pontefice che l’immensa piazza San
Pietro alzava subito un ponte ideale con un’altra piazza, infinitamente
piccola, quella di Sotto il Monte, il paese natale di Angelo Giuseppe
Roncalli. Qui la notizia era arrivata soprattutto grazie alla radio,
contandosi sulle dita di una mano i televisori presenti in paese.
Mentre il Papa, abbagliato dai fari dei cineoperatori,
impartiva la prima benedizione urbi et orbi ecco le prime grida di
gioia all’unisono, mentre nemmeno un quarto d’ora dopo, la casa della
famiglia Roncalli, la "Colombera", nella frazione di Brusicco
era già invasa da decine e decine di persone che si stringevano attorno
ai fratelli del pontefice, Saverio, Alfredo, Giuseppe..., attoniti, i
volti rigati da lacrime di gioia incontenibile. «Capivano che la mano di
Dio si era posata sulla loro famiglia: l’avvenimento era così grande,
così incredibile che pareva loro di sognare. Si sottomettevano docili
alle insistenze dei fotografi, semplici e umili, frastornati da quella
improvvisa popolarità. Attorno ad essi, nipoti e pronipoti formavano una
cornice esemplare, suggestiva», così un giovane cronista poi di successo
– Marco Nozza – sul quotidiano locale L’Eco di Bergamo subito
uscito in edizione straordinaria. Che descriveva poi l’entusiasmo dei
pendolari del posto al ritorno a casa dalle fabbriche, sulle corriere
costrette a zigzagare tra piccoli falò accesi in segno di festa sulle
polverose strade di un borgo assente persino dalle mappe stradali.

Papa Giovanni nel nuovo portale
della parrocchiale di Sotto il Monte,
opera di Carlo Balljana.
Il Papa è un fratello
Pochi giorni dopo alle domande su che cosa occorresse
aspettarsi dal nuovo successore di Pietro rispondeva il 4 novembre lo
stesso Giovanni XXIII. Era il giorno dell’incoronazione (trentamila
persone dentro la basilica, centomila fuori sulla piazza), una cerimonia
lunga e fastosa dove il neopontefice era parso muoversi a suo agio tranne
che sulla sedia gestatoria (che pure gli aveva fatto ricordare quelle
volte in cui suo padre se l’era messo a cavalcioni sulle spalle per
permettergli di vedere in mezzo a sagre paesane).
Disse allora: «C’è chi si aspetta nel Pontefice l’uomo
di Stato, il diplomatico, lo scienziato, l’organizzatore della vita
collettiva, ovvero colui il quale abbia l’animo aperto a tutte le norme
di progresso della vita moderna, senza alcuna eccezione. Tutti costoro
sono fuori dal retto cammino da seguire, perché si formano del Sommo
Pontefice un concetto che non è pienamente conforme al vero ideale. Il
nuovo Papa, attraverso il corso delle vicende della vita, è come il
figlio di Giacobbe che, incontrandosi coi suoi fratelli di umana sventura,
scopre loro la tenerezza del cuore suo e scoppiando in pianto dice:
"Sono io... il vostro fratello Giuseppe"».
Lo stesso concetto ripete un paio di giorni dopo nell’udienza
ai giornalisti (circa quattrocento da tutte le parti del mondo). In quella
specie di conferenza-stampa, nella sala Clementina, confessò loro: «Sono
anch’io vostro fratello, anche se davanti a Dio sono il primo dei
fratelli e in quanto pastore ho il compito di guidare i miei fratelli».
Erano parole nuove quelle ascoltate e da riportare. Dentro di esse tutta
la consapevolezza di appartenere ormai, non più alla famiglia secundum
sanguinem, ma a tutto il mondo, pur restando per lui i legami
familiari qualcosa di fortissimo. L’aveva capito bene Divo Barsotti,
pronto ad annotare nel suo diario: «Uno degli insegnamenti più grandi
per me di papa Giovanni è stato il suo amore alla famiglia. Portato in
sedia gestatoria la prima volta in San Pietro, non vede nessuno, nulla; ma
in fondo alla basilica gli sembra di vedere i suoi vecchi – è rimasto
il loro figlio, come rimane alla morte... I legami di famiglia sono
indistruttibili».

Intensa espressione del Papa buono
in un momento di preghiera
(foto Archivio Capovilla).
La sua famiglia
Alla famiglia Giovanni XXIII si sentì davvero debitore.
Manifestò riconoscenza innanzitutto ai suoi genitori, Giovanni Battista
Roncalli e Marianna Mazzola. Nel giorno del suo 49° compleanno così
scriveva loro in una lettera: «Da quando sono uscito di casa, verso i
dieci anni, ho letto molti libri e imparato molte cose che voi non
potevate insegnarmi. Ma quelle poche cose che ho appreso da voi sono
ancora le più preziose e importanti e sorreggono e danno calore alle
molte altre che appresi in seguito, in tanti e tanti anni».
E nel suo primo discorso natalizio da papa, ai
rappresentanti delle nazioni nella Cappella Paolina non nascose una
verità: «Il solo pensiero di quello che fu per me l’esempio dei miei
umili genitori, la loro semplicità di vita, la loro saggezza cristiana,
la mutua concordia e la collaborazione domestica, che essi fecero regnare
in una famiglia che contava una trentina di persone, mi intenerisce e mi
esalta, e rianima in me la risoluzione di non cessare mai, per quanto
vivrò, di ringraziare Dio per avermi accordato un tale favore».
Una trentina di persone: questo il numero della sua
famiglia alla nascita di Angelo Giuseppe. Dunque una famiglia di famiglie,
insomma un clan patriarcale, nel quale, oltre all’esempio del padre e
della madre, spicca quello di un prozio, il barba (cioè celibe) Zaverio,
il reggitore, il pater familias definito da Giovanni XXIII «uomo
piissimo, devotissimo e istruito la sua parte nelle cose di Dio e della
religione», che «diede al figlioccio, senza l’intenzione di farne un
prete, quanto di più edificante e di efficace potesse riuscire di
avviamento alla preparazione, non di un semplice sacerdote, ma di un
vescovo e di un Papa, quale la Provvidenza l’avrebbe poi voluto e
costituito», come si legge negli Appunti per una biografia,
redatti in terza persona dallo stesso pontefice. Fu proprio lui, barba
Zaverio che «da quando il bambino cessò di aver bisogno della mamma, se
lo prese tutto per sé, e gli infuse con la parola e con l’esempio le
attrattive della sua anima religiosa».

Il cardinale patriarca Roncalli
celebra le nozze del nipote Privato con Giulia Villa
(foto Archivio Roncalli).
E tuttavia, se è vero che è in una famiglia di
contadini cristiani esemplari che affondano le radici della parabola umana
e spirituale del futuro Papa (come nella casa natale oggi vuole
significare un gruppo bronzeo dello scultore Carlo Balljana), è anche
vero che Angelo Giuseppe Roncalli non può essere considerato solo come il
frutto esclusivo di questa cultura. Innanzitutto perché Roncalli ha
considerato per lui "famiglia" anche il seminario, l’istituzione
che lo ha forgiato come uomo di Chiesa, ma anche come uomo. E poi perché,
avanzando nelle responsabilità, al servizio della Chiesa locale e poi
universale, quello con la famiglia secondo il sangue si è palesato come
un rapporto al contempo di partecipazione e di distacco.
Bene l’aveva spiegato anche il fedele segretario del
pontefice, monsignor Loris Francesco Capovilla, pubblicando l’epistolario
con i familiari: «Questo legame di un valore incalcolabile, ove venga
rettamente custodito, sottintendeva il suo tributo di dovuta riconoscenza
alle fonti genuine e sane della formazione del suo carattere e delle sue
abitudini. Ma entro quel luminoso e limitato raggio, egli non apparve mai
prigioniero. Progressivamente, a cominciare dagli anni di seminario, senza
rompere né attenuare il naturale legame con i suoi congiunti e la sua
terra, maturò in lui la coscienza di essere membro della Chiesa
universale, riconosciuta come la depositaria del divino mandato, l’educatrice
della condotta cristiana... Paradossalmente, il Papa più provinciale dei
tempi moderni fece così altamente acclamare il suo nome in tutte le
lingue che l’eco lo ripercuote tuttora in modo impressionante».
Pian piano si stacca
Seguendo le orme di Roncalli in seminario a Bergamo,
scopriamo che raramente chiede di recarsi a trovare i familiari e che solo
il fratello Zaverio, qualche volta, va a trovarlo magari per portargli
biancheria di ricambio. E quando è a casa, per le vacanze, in paese è
già per tutti il "pretino". Quando diventa segretario del
vescovo di Bergamo Radini Tedeschi non sta molto in famiglia: «Forse a
quest’ora vi starete lamentando del vostro figliuolo che da qualche
tempo non si fa più vivo. Saprete però anche il come e il perché del
mio lungo silenzio. Monsignor vescovo [...] in questi due ultimi mesi fu
quasi sempre bisognoso di assistenza, con tutti gli altri impegni che io
mi ebbi e di cui potrete farvi un’idea. Sui primi di luglio speravo di
essere più libero: ma ecco invece i disturbi di monsignore farsi più
forti e quindi eccomi trattenuto qui a mortificare il mio desiderio di
farvi una visita. Da allora in poi mi prenderò almeno una settimana e
verrò a Sotto il Monte a chiedervi tutte le scuse e a darvi i compensi
che vorrete».
Don Angelo si trova poi ad avere una sua propria
famiglia quando dirige la Casa dello studente da lui fondata a Bergamo:
tre anni, dal 1919 al 1921. Con quaranta studenti, che volle vedere
crescere come in famiglia e ai quali guardò – scrisse – con
"fermezza paterna", ma talvolta anche con "cuore
materno". In realtà Roncalli trasformò in "famiglie" le
comunità via via affidategli nelle note missioni all’estero: in
Bulgaria, in Turchia, in Grecia, in Francia, ma volle restare nella sua
famiglia in tutti i periodi di vacanza. L’antico palazzotto di Ca’
Maitino divenne la sua residenza estiva e qui, ricordano oggi i nipoti, lo
zio monsignore, e poi cardinale, li ricevette sino all’ultima visita al
paese natale nell’agosto ’58.
Da Papa, invece, pur avendo potuto rivedere in più d’una
occasione i familiari al momento dell’incoronazione, per i suoi ottant’anni
e per l’apertura del Concilio, scrisse nel ’59 alla nipote Enrica: «Ora
finisco col non essere quasi più di nessuno, e coll’appartenere al
mondo intero. Il Signore nella sua grande bontà ha voluto così servirsi
della mia umile persona per grandi cose».

Papa Giovanni con mons. Loris
Capovilla, a passeggio nei giardini vaticani
(foto Archivio Capovilla).
Si rendeva conto della nuova situazione venutasi a
creare e dell’abisso fra i Sacri Palazzi e la cascina dove i suoi
continuavano la loro vita di sempre. I fratelli del Santo Padre
fotografati nei campi, nelle vigne, davanti al camino di stanze modeste.
Scriveva al fratello Saverio nel ’61: «So bene che voi avrete a subire
qualche mortificazione da parte di chi vuol ragionare senza buon giudizio.
Avere un Papa in famiglia, a cui volgono gli sguardi rispettosi di tutto
il mondo, e vivere – i suoi parenti – così modestamente, lasciandoli
nelle loro condizioni sociali!». Ma aggiungeva: «L’onore di un Papa
non è di far arricchire i suoi parenti... Questo è e sarà uno dei
titoli di onore più belli e più apprezzati di papa Giovanni, e della sua
famiglia Roncalli. Alla mia morte non mi mancherà l’elogio che fece
tanto onore alla santità di Pio X: nato povero e morto povero.
«È naturale che, avendo io compiuto gli ottanta, anche
tutti gli altri mi vengano dietro. Coraggio, coraggio. Siamo in buona
compagnia. Io tengo sempre vicino al mio letto la fotografia che
raccoglie, coi loro nomi scritti sul marmo, tutti i nostri morti: nonno
Angelo, barba Zaverio, i nostri venerati genitori, il fratello Giovanni,
le sorelle Teresa, Ancilla, Maria ed Enrica. Oh! che bel coro di anime che
ci aspettano e pregano per noi! Io penso a loro sempre. Il ricordarli
nella preghiera mi dà coraggio e mi infonde letizia, nella fiduciosa
attesa di congiungerci a loro tutti insieme nella gloria celeste ed eterna».
E concludeva: «Vi benedico tutti, insieme ricordando le spose tutte,
venute ad allietare la famiglia Roncalli o passate ad accrescere la gioia
di nuove famiglie, di diverso nome, ma di eguale sentimento. Oh, i
bambini, i bambini, quale ricchezza, e quale benedizione!».
Forse non è un caso se, più il tempo passa, più papa
Giovanni sembra diventare anche il patrono delle famiglie. Le pareti di
edifici giovannei per eccellenza, a Sotto il Monte – dalla casa natale
custodita dai Missionari del Pime, a Ca’ Maitino, la residenza estiva
oggi museo affidato alla cura delle Suore Poverelle – sono coperte da
fiocchi rosa e azzurri, scarpine e tettarelle, foto di neonati. Tutti
oggetti che esprimono la gratitudine dei pellegrini per il dono di un
figlio desiderato, per l’esito felice di un parto o simboleggiano l’affidamento
dei piccoli alla protezione del pontefice.
Esiste dunque un culto a papa Giovanni patrono speciale
dei bambini? Roncalli come san Nicola, come l’angelo delle culle san
Gerardo Majella o come san Raimondo protettore dei neonati? Anche se i
fatti sembrano portare a questa conclusione, preferiamo credere che sia
anche questo un modo per esaltare la sua "paternità" in senso
più ampio. Un padre in tempi di carenza di padri e in una società
abituata a non cercarli più.
Marco Roncalli