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DATE IMPORTANTI PER LA CHIESA

LA "SORPRESA" DI GIOVANNI XXIII
E la sua famiglia divenne il mondo

di MARCO RONCALLI
   

   Vita Pastorale n. 11 dicembre 2008 - Home Page

«Annuntio vobis gaudium magnum; habemus Papam... Eminentissimum ac reverendissimum dominum... Angelum... Iosephum Sanctae Romanae Ecclesiae cardinalem Roncalli qui sibi nomen imposuit Ioannem vigesimum tertium». Era la sera del 28 ottobre 1958, cinquant’anni fa. Il cardinale protodiacono Nicola Canali non aveva ancora finito di dare il solenne annuncio dell’elezione del nuovo pontefice che l’immensa piazza San Pietro alzava subito un ponte ideale con un’altra piazza, infinitamente piccola, quella di Sotto il Monte, il paese natale di Angelo Giuseppe Roncalli. Qui la notizia era arrivata soprattutto grazie alla radio, contandosi sulle dita di una mano i televisori presenti in paese.

Mentre il Papa, abbagliato dai fari dei cineoperatori, impartiva la prima benedizione urbi et orbi ecco le prime grida di gioia all’unisono, mentre nemmeno un quarto d’ora dopo, la casa della famiglia Roncalli, la "Colombera", nella frazione di Brusicco era già invasa da decine e decine di persone che si stringevano attorno ai fratelli del pontefice, Saverio, Alfredo, Giuseppe..., attoniti, i volti rigati da lacrime di gioia incontenibile. «Capivano che la mano di Dio si era posata sulla loro famiglia: l’avvenimento era così grande, così incredibile che pareva loro di sognare. Si sottomettevano docili alle insistenze dei fotografi, semplici e umili, frastornati da quella improvvisa popolarità. Attorno ad essi, nipoti e pronipoti formavano una cornice esemplare, suggestiva», così un giovane cronista poi di successo – Marco Nozza – sul quotidiano locale L’Eco di Bergamo subito uscito in edizione straordinaria. Che descriveva poi l’entusiasmo dei pendolari del posto al ritorno a casa dalle fabbriche, sulle corriere costrette a zigzagare tra piccoli falò accesi in segno di festa sulle polverose strade di un borgo assente persino dalle mappe stradali.

Papa Giovanni nel nuovo portale della parrocchiale di Sotto il Monte, opera di Carlo Balljana.
Papa Giovanni nel nuovo portale della parrocchiale di Sotto il Monte,
opera di Carlo Balljana.

Il Papa è un fratello

Pochi giorni dopo alle domande su che cosa occorresse aspettarsi dal nuovo successore di Pietro rispondeva il 4 novembre lo stesso Giovanni XXIII. Era il giorno dell’incoronazione (trentamila persone dentro la basilica, centomila fuori sulla piazza), una cerimonia lunga e fastosa dove il neopontefice era parso muoversi a suo agio tranne che sulla sedia gestatoria (che pure gli aveva fatto ricordare quelle volte in cui suo padre se l’era messo a cavalcioni sulle spalle per permettergli di vedere in mezzo a sagre paesane).

Disse allora: «C’è chi si aspetta nel Pontefice l’uomo di Stato, il diplomatico, lo scienziato, l’organizzatore della vita collettiva, ovvero colui il quale abbia l’animo aperto a tutte le norme di progresso della vita moderna, senza alcuna eccezione. Tutti costoro sono fuori dal retto cammino da seguire, perché si formano del Sommo Pontefice un concetto che non è pienamente conforme al vero ideale. Il nuovo Papa, attraverso il corso delle vicende della vita, è come il figlio di Giacobbe che, incontrandosi coi suoi fratelli di umana sventura, scopre loro la tenerezza del cuore suo e scoppiando in pianto dice: "Sono io... il vostro fratello Giuseppe"».

Lo stesso concetto ripete un paio di giorni dopo nell’udienza ai giornalisti (circa quattrocento da tutte le parti del mondo). In quella specie di conferenza-stampa, nella sala Clementina, confessò loro: «Sono anch’io vostro fratello, anche se davanti a Dio sono il primo dei fratelli e in quanto pastore ho il compito di guidare i miei fratelli». Erano parole nuove quelle ascoltate e da riportare. Dentro di esse tutta la consapevolezza di appartenere ormai, non più alla famiglia secundum sanguinem, ma a tutto il mondo, pur restando per lui i legami familiari qualcosa di fortissimo. L’aveva capito bene Divo Barsotti, pronto ad annotare nel suo diario: «Uno degli insegnamenti più grandi per me di papa Giovanni è stato il suo amore alla famiglia. Portato in sedia gestatoria la prima volta in San Pietro, non vede nessuno, nulla; ma in fondo alla basilica gli sembra di vedere i suoi vecchi – è rimasto il loro figlio, come rimane alla morte... I legami di famiglia sono indistruttibili».

Intensa espressione del Papa buono in un momento di preghiera.
Intensa espressione del Papa buono in un momento di preghiera
(foto Archivio Capovilla).

La sua famiglia

Alla famiglia Giovanni XXIII si sentì davvero debitore. Manifestò riconoscenza innanzitutto ai suoi genitori, Giovanni Battista Roncalli e Marianna Mazzola. Nel giorno del suo 49° compleanno così scriveva loro in una lettera: «Da quando sono uscito di casa, verso i dieci anni, ho letto molti libri e imparato molte cose che voi non potevate insegnarmi. Ma quelle poche cose che ho appreso da voi sono ancora le più preziose e importanti e sorreggono e danno calore alle molte altre che appresi in seguito, in tanti e tanti anni».

E nel suo primo discorso natalizio da papa, ai rappresentanti delle nazioni nella Cappella Paolina non nascose una verità: «Il solo pensiero di quello che fu per me l’esempio dei miei umili genitori, la loro semplicità di vita, la loro saggezza cristiana, la mutua concordia e la collaborazione domestica, che essi fecero regnare in una famiglia che contava una trentina di persone, mi intenerisce e mi esalta, e rianima in me la risoluzione di non cessare mai, per quanto vivrò, di ringraziare Dio per avermi accordato un tale favore».

Una trentina di persone: questo il numero della sua famiglia alla nascita di Angelo Giuseppe. Dunque una famiglia di famiglie, insomma un clan patriarcale, nel quale, oltre all’esempio del padre e della madre, spicca quello di un prozio, il barba (cioè celibe) Zaverio, il reggitore, il pater familias definito da Giovanni XXIII «uomo piissimo, devotissimo e istruito la sua parte nelle cose di Dio e della religione», che «diede al figlioccio, senza l’intenzione di farne un prete, quanto di più edificante e di efficace potesse riuscire di avviamento alla preparazione, non di un semplice sacerdote, ma di un vescovo e di un Papa, quale la Provvidenza l’avrebbe poi voluto e costituito», come si legge negli Appunti per una biografia, redatti in terza persona dallo stesso pontefice. Fu proprio lui, barba Zaverio che «da quando il bambino cessò di aver bisogno della mamma, se lo prese tutto per sé, e gli infuse con la parola e con l’esempio le attrattive della sua anima religiosa».

Il cardinale patriarca Roncalli celebra le nozze del nipote Privato con Giulia Villa.
Il cardinale patriarca Roncalli celebra le nozze del nipote Privato con Giulia Villa
(foto Archivio Roncalli).

E tuttavia, se è vero che è in una famiglia di contadini cristiani esemplari che affondano le radici della parabola umana e spirituale del futuro Papa (come nella casa natale oggi vuole significare un gruppo bronzeo dello scultore Carlo Balljana), è anche vero che Angelo Giuseppe Roncalli non può essere considerato solo come il frutto esclusivo di questa cultura. Innanzitutto perché Roncalli ha considerato per lui "famiglia" anche il seminario, l’istituzione che lo ha forgiato come uomo di Chiesa, ma anche come uomo. E poi perché, avanzando nelle responsabilità, al servizio della Chiesa locale e poi universale, quello con la famiglia secondo il sangue si è palesato come un rapporto al contempo di partecipazione e di distacco.

Bene l’aveva spiegato anche il fedele segretario del pontefice, monsignor Loris Francesco Capovilla, pubblicando l’epistolario con i familiari: «Questo legame di un valore incalcolabile, ove venga rettamente custodito, sottintendeva il suo tributo di dovuta riconoscenza alle fonti genuine e sane della formazione del suo carattere e delle sue abitudini. Ma entro quel luminoso e limitato raggio, egli non apparve mai prigioniero. Progressivamente, a cominciare dagli anni di seminario, senza rompere né attenuare il naturale legame con i suoi congiunti e la sua terra, maturò in lui la coscienza di essere membro della Chiesa universale, riconosciuta come la depositaria del divino mandato, l’educatrice della condotta cristiana... Paradossalmente, il Papa più provinciale dei tempi moderni fece così altamente acclamare il suo nome in tutte le lingue che l’eco lo ripercuote tuttora in modo impressionante».

Pian piano si stacca

Seguendo le orme di Roncalli in seminario a Bergamo, scopriamo che raramente chiede di recarsi a trovare i familiari e che solo il fratello Zaverio, qualche volta, va a trovarlo magari per portargli biancheria di ricambio. E quando è a casa, per le vacanze, in paese è già per tutti il "pretino". Quando diventa segretario del vescovo di Bergamo Radini Tedeschi non sta molto in famiglia: «Forse a quest’ora vi starete lamentando del vostro figliuolo che da qualche tempo non si fa più vivo. Saprete però anche il come e il perché del mio lungo silenzio. Monsignor vescovo [...] in questi due ultimi mesi fu quasi sempre bisognoso di assistenza, con tutti gli altri impegni che io mi ebbi e di cui potrete farvi un’idea. Sui primi di luglio speravo di essere più libero: ma ecco invece i disturbi di monsignore farsi più forti e quindi eccomi trattenuto qui a mortificare il mio desiderio di farvi una visita. Da allora in poi mi prenderò almeno una settimana e verrò a Sotto il Monte a chiedervi tutte le scuse e a darvi i compensi che vorrete».

Don Angelo si trova poi ad avere una sua propria famiglia quando dirige la Casa dello studente da lui fondata a Bergamo: tre anni, dal 1919 al 1921. Con quaranta studenti, che volle vedere crescere come in famiglia e ai quali guardò – scrisse – con "fermezza paterna", ma talvolta anche con "cuore materno". In realtà Roncalli trasformò in "famiglie" le comunità via via affidategli nelle note missioni all’estero: in Bulgaria, in Turchia, in Grecia, in Francia, ma volle restare nella sua famiglia in tutti i periodi di vacanza. L’antico palazzotto di Ca’ Maitino divenne la sua residenza estiva e qui, ricordano oggi i nipoti, lo zio monsignore, e poi cardinale, li ricevette sino all’ultima visita al paese natale nell’agosto ’58.

Da Papa, invece, pur avendo potuto rivedere in più d’una occasione i familiari al momento dell’incoronazione, per i suoi ottant’anni e per l’apertura del Concilio, scrisse nel ’59 alla nipote Enrica: «Ora finisco col non essere quasi più di nessuno, e coll’appartenere al mondo intero. Il Signore nella sua grande bontà ha voluto così servirsi della mia umile persona per grandi cose».

Papa Giovanni con mons. Loris Capovilla, a passeggio nei giardini vaticani.
Papa Giovanni con mons. Loris Capovilla, a passeggio nei giardini vaticani
(foto Archivio Capovilla).

Si rendeva conto della nuova situazione venutasi a creare e dell’abisso fra i Sacri Palazzi e la cascina dove i suoi continuavano la loro vita di sempre. I fratelli del Santo Padre fotografati nei campi, nelle vigne, davanti al camino di stanze modeste. Scriveva al fratello Saverio nel ’61: «So bene che voi avrete a subire qualche mortificazione da parte di chi vuol ragionare senza buon giudizio. Avere un Papa in famiglia, a cui volgono gli sguardi rispettosi di tutto il mondo, e vivere – i suoi parenti – così modestamente, lasciandoli nelle loro condizioni sociali!». Ma aggiungeva: «L’onore di un Papa non è di far arricchire i suoi parenti... Questo è e sarà uno dei titoli di onore più belli e più apprezzati di papa Giovanni, e della sua famiglia Roncalli. Alla mia morte non mi mancherà l’elogio che fece tanto onore alla santità di Pio X: nato povero e morto povero.

«È naturale che, avendo io compiuto gli ottanta, anche tutti gli altri mi vengano dietro. Coraggio, coraggio. Siamo in buona compagnia. Io tengo sempre vicino al mio letto la fotografia che raccoglie, coi loro nomi scritti sul marmo, tutti i nostri morti: nonno Angelo, barba Zaverio, i nostri venerati genitori, il fratello Giovanni, le sorelle Teresa, Ancilla, Maria ed Enrica. Oh! che bel coro di anime che ci aspettano e pregano per noi! Io penso a loro sempre. Il ricordarli nella preghiera mi dà coraggio e mi infonde letizia, nella fiduciosa attesa di congiungerci a loro tutti insieme nella gloria celeste ed eterna». E concludeva: «Vi benedico tutti, insieme ricordando le spose tutte, venute ad allietare la famiglia Roncalli o passate ad accrescere la gioia di nuove famiglie, di diverso nome, ma di eguale sentimento. Oh, i bambini, i bambini, quale ricchezza, e quale benedizione!».

Forse non è un caso se, più il tempo passa, più papa Giovanni sembra diventare anche il patrono delle famiglie. Le pareti di edifici giovannei per eccellenza, a Sotto il Monte – dalla casa natale custodita dai Missionari del Pime, a Ca’ Maitino, la residenza estiva oggi museo affidato alla cura delle Suore Poverelle – sono coperte da fiocchi rosa e azzurri, scarpine e tettarelle, foto di neonati. Tutti oggetti che esprimono la gratitudine dei pellegrini per il dono di un figlio desiderato, per l’esito felice di un parto o simboleggiano l’affidamento dei piccoli alla protezione del pontefice.

Esiste dunque un culto a papa Giovanni patrono speciale dei bambini? Roncalli come san Nicola, come l’angelo delle culle san Gerardo Majella o come san Raimondo protettore dei neonati? Anche se i fatti sembrano portare a questa conclusione, preferiamo credere che sia anche questo un modo per esaltare la sua "paternità" in senso più ampio. Un padre in tempi di carenza di padri e in una società abituata a non cercarli più.

Marco Roncalli

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