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Ci scrivono

L’ARRIVO A ROMA DEL CRISTIANESIMO
    

   Vita Pastorale n. 11 dicembre 2008 - Home Page Sono padre Giuseppe (Josepaul) Pulikottil della Congregazione dei Missionari della Compassione. Attualmente svolgo il mio lavoro pastorale nella diocesi di Urbino. Avrei una domanda da porle:

Precisamente, in che anno è avvenuta la nascita del cristianesimo a Roma? Conosciamo la data dell’arrivo di san Paolo a Roma, che è stata verso il 61 o 62 d.C. Sicuramente c’era già il cristianesimo a Roma. Abbiamo la certezza chiara dell’arrivo di Paolo di Tarso, anche nella lettera ai Romani. Chi è stato il primo a diffondere il cristianesimo? Quale "apostolo" segreto ha portato la buona novella a Roma? Sarà una "stupida" curiosità la mia? Oppure non sarebbe meglio approfondire?

È possibile che dopo la celebrazione dell’anno del giubileo del 2000, non sappiamo ancora chi ha portato il Vangelo a Roma? Quando è arrivato il messaggio cristiano a Roma? Ho cercato di chiarire con i miei confratelli nel sacerdozio e col mio professore. Non mi hanno dato una risposta soddisfacente. Le chiedo gentilmente di aiutarmi per trovare una risposta precisa.

Sono un sacerdote indiano del Kerala. San Tommaso apostolo ci ha portato il Vangelo nell’anno 52 dopo Cristo. Le testimonianze evidenti del suo arrivo sono sempre state segnalate dai re che regnavano in India in quel tempo. Indubbiamente non ci sono grandi basiliche costruite in India nel suo nome, come a Roma, ma le poche evidenze che abbiamo sono assai convincenti per noi; però può essere che per gli occidentali, tutto ciò sia semplicemente un’ipotesi meno credibile.

p. Josepaul Pulikottil
Montefelcino (Pu)

L'apostolo Paolo.
L’apostolo Paolo (foto Censi).

Risponde don Primo Gironi.
A differenza di altre città dell’impero romano (come Corinto, Tessalonica, Filippi, Efeso, Antiochia, ecc.) nulla sappiamo degli inizi del cristianesimo proprio nel suo centro politico, economico, amministrativo e militare, quale era la città di Roma.

Gli studiosi concordano nell’individuare le origini della nuova "superstizione" (così era chiamato dai pagani il cristianesimo) nella capitale dell’impero in quei giudei di Palestina che avevano aderito al Vangelo e che successivamente si erano stabiliti a Roma (per diversi motivi: commercio, persecuzione, lavoro, riduzione in schiavitù, ecc.). Sono, questi, i giudeo-cristiani, le cui tracce si trovano nel racconto di Pentecoste in At 2,10 (dove vengono indicati alcuni «stranieri di Roma»).

A Roma questi giudeo-cristiani in un primo tempo vennero considerati come una "setta" del giudaismo, che allora contava una numerosissima presenza (si pensa dai trenta ai cinquantamila fedeli con circa tredici sinagoghe). In un secondo tempo, probabilmente in seguito alle discussioni e controversie suscitate dalla diversità di fede, le autorità romane non distinguendo le due confessioni, espulsero dalla capitale sia i giudei, sia i cristiani «a causa delle discussioni su Cresto» («impulsore Cresto», scrive lo storico Svetonio, forse intendendo "Cristo"). Ciò avvenne nel 49-50 d.C. con un editto dell’imperatore Claudio, di cui si parla in At 18,2 (dove compaiono i coniugi Aquila e Priscilla, arrivati dall’Italia «in seguito all’ordine di Claudio, che allontanava da Roma tutti i Giudei»).

Come si svolgeva la vita della comunità cristiana a Roma? Possiamo dire che prevaleva lo stile delle "domus ecclesiae", cioè delle "chiese domestiche" (le case) come luogo di raduno e di culto. C’erano "presbiteri", "anziani" o altri per presiedere? Non abbiamo notizie, ma si presume che ci fossero, dal momento che Paolo, scrivendo ai Romani, ha la consapevolezza di rivolgersi a una comunità ordinata nel culto, salda nella fede ed esemplare nella vita cristiana: «La fama della vostra fede si espande in tutto il mondo» (Rm 1,8).

I rapporti di Paolo con la comunità di Roma sono documentati dal 60-61 d.C., al suo arrivo nella capitale. Certamente egli ha lasciato una traccia significativa nei membri di questa comunità con l’ardore della sua evangelizzazione rivolta sia ai pagani, sia agli ebrei (come l’Apostolo scrive nei capitoli 9-11 della lettera ai Romani). Paolo non ne è stato il fondatore, come neppure Pietro, ma entrambi hanno testimoniato a questa comunità il loro amore e la loro fedeltà al comune Signore, che ha fatto loro meritare il titolo di fondatori "spirituali" della Roma cristiana.
   

     Assistenza e accanimento terapeutico
  IL "CASO ELUANA" NON È IL "CASO WELBY"

La tragica conclusione della vicenda della povera Eluana rende tristemente attuale la Nota politica di VP 10/08. Attuale perché là c’erano tutti i passaggi della vicenda, sfociati poi nell’amara sentenza della Corte (cf Il Foglio, 14.11.08: "La Morte di Cassazione ha deciso"). Tristemente perché avevamo sperato – insieme ai tanti "laici positivi" (non laicisti), come Giuliano Ferrara, ecc. – nella salvaguardia della vita di Eluana che, per quanto non "di buona qualità", è pur sempre vita. Torneremo presto sull’argomento, ma fin d’ora rileviamo questo macroscopico paradosso: non solo cattolici e "laici positivi", ma anche laicisti doc si erano battuti per l’abolizione della pena di morte, convenendo tutti sul valore della vita. Ma ora soltanto cattolici e "laici positivi" fremono per questa sentenza di morte – la prima della Repubblica –, mentre i laicisti esultano, usando varie circonlocuzioni per giustificare quella sentenza. Addirittura ritenendola una sconfitta dei cattolici, e non della vita. Infatti, come hanno detto autorevoli voci, questa sentenza significa l’introduzione di fatto dell’eutanasia in Italia.
  

Purtroppo capita anche nelle migliori testate che a volte – sia per fretta o troppo zelo, ma fuori posto – incaricati del "montaggio" redazionale o titolisti provochino spiacevoli fraintendimenti. Magari lasciando cadere un "non" o un punto interrogativo. È quanto capitato alla Nota politica di novembre 2008 (pp. 42-43), dove il lettore ha trovato descritta non solo la via crucis di Eluana – con la ridda dei quesiti etico-giuridici sul vivere e morire che ne è seguita –, ma anche l’abissale differenza tra "stato vegetativo" (che è ancora vita) e "totale finis vitae", accertato dall’elettroencefalogramma piatto e dalla morte del tronco encefalico. Ma poi s’è imbattuto nella foto di Piergiorgio Welby con la didascalia: «Un caso simile a quello di Eluana»!

Falso! Il caso Welby NON è assolutamente simile a quello di Eluana, dato che Piergiorgio era ben cosciente e, disperato per l’accanimento terapeutico che da anni lo manteneva in vita, fu proprio lui a chiedere «di essere sottratto a un testardo e insensato accanimento, per mettere fine a una sopravvivenza crudelmente biologica». Espressioni che non significano rifiuto della vita, ma la richiesta di smetterla con terapie inutili e disumane. Terapie che talvolta i medici, per zelo eccessivo o malinteso, vorrebbero usare contro la "morte naturale" di un organismo consunto, prolungando inutilmente una "vita artificiale". Questo è puro accanimento terapeutico, che la Chiesa e ogni persona di scienza e coscienza rifiutano, memori che va rispettata non solo la vita, ma anche la morte.

Nel caso di Eluana, invece, non occorrono macchine per vivere – non soffre né è attaccata ad alcuna spina –, ma semplicemente, non potendo nutrirsi in modo spontaneo – perché il meccanismo della deglutizione richiede un minimo di vigilanza –, c’è bisogno del non eccezionale ma tuttavia indispensabile sondino naso-gastrico. Inoltre, le cure di cui la giovane necessitava erano a basso grado tecnologico e il costo sociale dell’assistenza (pulizia e calore umano) le veniva dalle religiose e i volontari che l’assistevano con grande dedizione. Eluana, quindi, non soffriva ma neanche poteva decidere, sicché tutto era legato alla volontà del padre/tutore, il quale – ritenendo che quella non fosse più vita –, ha insistito perché fosse interrotta la nutrizione artificiale, e così morisse. Siamo chiaramente sul terreno dell’eutanasia – impostasi a seguito del relativismo etico che ormai permea il nostro tempo –, ma radicalmente altra rispetto all’interruzione dell’accanimento terapeutico, col quale invece spesso viene confusa.

In breve, a differenza di tutti gli altri casi in cui è stata invocata dagli stessi torturati pazienti la morte assistita (Welby, Nuvoli, ecc.), Eluana era un essere umano privo di coscienza ma non torturato (accanimento terapeutico) e in possesso di tutte le altre funzioni vitali, senza l’intervento di alcun macchinario. Addirittura talvolta sorrideva a chi le era vicino con tanta dedizione. Tanto va ribadito, pena determinare gravi fraintendimenti nei lettori di VP, per colpa di quell’arbitrario inserimento della foto di Welby con relativa infelice didascalia. Speriamo che ai lettori di VP non sfuggano le precisazioni odierne: indispensabili, per non paragonare il caso Welby a quello di Eluana!

Piersandro Vanzan.
   

  CATTOLICI, ANTIFASCISMO E RESISTENZA

Signor Direttore, mi colpisce e addolora la discussione che si è riaperta, prima e dopo le recenti celebrazioni dell’8 settembre, sul fascismo «malvagio solo dopo le leggi razziali» e sulla rivalutazione del "patriottismo" dei "ragazzi di Salò" caduti per la Rsi. Sarà perché sono nato a pochi chilometri dalla parrocchia di Bozzolo, testimone dell’esempio e insegnamento di don Primo Mazzolari, o forse perché provengo da una famiglia che ha vissuto la violenza fascista contro i cattolici e l’impegno sociale e politico pluridecennale nella Dc, ma, come cattolico e come italiano, non posso tacere. In occasione del 25 aprile del 2005, a sessant’anni dalla Liberazione, Avvenire – ma non solo il quotidiano della Cei – dedicò una lunga e interessante serie di articoli al ruolo dei cattolici nell’antifascismo e nella Resistenza. Tuttavia credo che anche oggi, soprattutto oggi, i cattolici italiani debbano riportare alla memoria le migliaia e migliaia di partigiani cattolici, le centinaia di caduti, torturati, fucilati, deportati nei campi di sterminio. Dobbiamo parlare, specie ai più giovani, delle "Fiamme verdi", della "Osoppo", del "Manifesto della resistenza cattolica" steso nella primavera del 1944 a Brescia da padre Luigi Rinaldini con la collaborazione di don Giacomo Vender e don Giuseppe Almici. Non possiamo tacere l’esempio dei "ribelli per amore", di uomini come Ermanno Gorrieri, don Andrea Ghetti, don Aurelio Giussani, don Luigi Zoppetti, don Domenico Orlandini, dei sacerdoti, religiosi e laici che hanno rischiato e sacrificato la vita per liberare l’Italia da dittatura e occupazione. Dovremmo rispolverare la Preghiera del ribelle di Teresio Olivelli e Carlo Bianchi.

Dobbiamo fare memoria dei nostri martiri caduti per mano dei nazifascisti del 1944-1945: don Giuseppe Morosini ucciso alle Fosse Ardeatine, don Giuseppe Torelli, parroco Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria di Bucine (Arezzo), don Lazzeri e altri due sacerdoti di Civitella della Chiana (Arezzo), i parroci di Castelnuovo e Massa dei Sabbioni (Arezzo), don Ferrante Bagiardi e don Ernesto Morini, il parroco di Crespino sul Lamone (Firenze), don Eugenio Grigoletti, parroco di Adelano, e don Angelo Quiligotti, docente del Seminario vescovile di Massa, il parroco di Sant’Anna di Stazzema, don Innocenzo Lazzeri, quello di Bargecchia, don Giuseppe del Fiorentino, i monaci della Certosa dello Spirito Santo di Fameta, e don Ubaldo Marchioni, trucidato dalle SS insieme ai fedeli mentre recitano il rosario nella chiesa di Marzabotto, e ancora di tanti, tanti altri che ora non ricordo.

Ricordiamo anche i martiri per mano degli assassini stalinisti nel dopoguerra. Ricordiamo la "strage dei preti" nell’Emilia Romagna tra il ’45 e il ’47: Rolando Rivi, seminarista ucciso a 14 anni, don Tiso Galletti, parroco di una frazione di Imola, don Umberto Pessina, parroco di San Martino di Correggio ucciso il 18 giugno 1946. Andrebbe ripubblicato il Martirologio del clero italiano 1940-1946 che, dopo l’edizione del 1963 a cura dell’Azione Cattolica, giace dimenticato in qualche biblioteca.

Nicola Borzi 
nicolaborzi@gmail.com

  

  BATTESIMO PRESIEDUTO DAL DIACONO?

Sono diacono da circa cinque anni e svolgo l’esercizio del ministero in piena comunione col mio parroco, il quale mi ha incaricato di curare gli ammalati, i poveri e gli anziani, tenere catechesi nei "Centri di ascolto", la cura del gruppo liturgico, la preparazione ai battesimi e altri servizi pastorali.

I fedeli mi vogliono molto bene e il parroco è contento del mio operato, c’è molta intesa tra noi e diamo un forte segno di comunione in seno alla comunità. Ma alcuni mesi fa, quando gli ho chiesto se potevo amministrare il battesimo al mio nipotino, mi ha risposto: «Sono veramente spiacente, ma non dipende da me, non posso darti la delega perché me lo vieta il CIC: nella Messa i diaconi non possono battezzare né assistere ai matrimoni, perché non possono esservi contemporaneamente due presidenti».

Chiedo: che cosa significa che il diacono può amministrare solennemente il battesimo (vedi LG 29; CIC 861)? E ancora: non le sembra che in merito alle due presidenze il mio parroco (che stimo moltissimo) stia facendo un po’ di confusione?

lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
Di norma è il parroco che amministra il battesimo nella propria comunità parrocchiale (cf can. 530; RICA, Introduzione Generale 13). «Gli altri presbiteri e i diaconi, come cooperatori dei vescovi e dei parroci [...] possono anche conferire il sacramento per incarico o con l’assenso del vescovo o del parroco» (14). Nulla è detto esplicitamente per quanto riguarda il conferimento del battesimo ai bambini durante la messa da parte di un ministro ordinario che non sia il presidente. In breve, la norma generale, in situazioni normali, prevede che chi presiede il rito amministri anche eventuali sacramenti in esso inseriti.

Tuttavia alcune norme riguardanti l’iniziazione cristiana degli adulti sono illuminanti. «Quando gli eletti sono molto numerosi, se sono presenti altri sacerdoti o diaconi, i battezzandi si possono assegnare ai vari ministri che fanno l’immersione o l’infusione» (RICA 222). Questi ministri associati possono anche compiere l’unzione sul capo (cf 224) e, nel caso in cui subito dopo il battesimo fosse conferita anche la confermazione, questi stessi ministri, se sono sacerdoti, possono compiere anche l’unzione crismale sulla fronte, cioè conferire il sacramento della cresima (228).

Se di norma chi presiede l’eucaristia conferisce anche i sacramenti che in essa sono inseriti, non mancano deroghe per motivi ragionevoli. Del resto è risaputo come, anche prima della riforma liturgica, il rito del matrimonio nella messa fosse talvolta presieduto da un sacerdote diverso da quello che presiedeva l’eucaristia. Pertanto spetta al parroco del luogo valutare se la richiesta in questione abbia valide ragioni per ammettere l’eccezione. Infine, precisiamo che l’avverbio "solennemente" (cf LG 29) non ha alcun riferimento al battesimo celebrato nella messa, ma si contrappone semplicemente al sacramento conferito in caso di urgenza.
   

     Un’esigenza di verità spesso sottovalutata
  LA RISERVA DI OSTIE È PER LE EMERGENZE

Desidero presentare una difficoltà che riguarda la comunione eucaristica di più sacerdoti durante la concelebrazione in un oratorio semi-pubblico. A volte o per un conto sbagliato dei partecipanti o per altri imprevisti che comunque si potrebbero risolvere al momento, capita che si distribuisca a una parte di concelebranti, cui si aggiungono dei laici, delle ostie contenute nel tabernacolo o, durante la veglia pasquale, riportate dal luogo dove erano riposte nei giorni precedenti. Si afferma che intanto è lo stesso Gesù Cristo... Mi sembra invece, dalla teologia che studiai parecchi anni fa, che il sacerdote debba consumare le Sacre Specie del Sacrificio che ha appena celebrato.

Potrei però conoscere qualche elemento di risposta più approfondito e particolare, o forse anche qualche norma, per spiegare che quanto sopra presentato non è "normale"?

lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
Le premesse al Messale Romano recitano: «Si desidera vivamente che i fedeli, come anche il sacerdote è tenuto a fare, ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa messa» (OGMR 85; cf anche Eucharisticum Mysterium 31). Norma che per il sacerdote che presiede è tassativa e si presuppone che tale sia anche per gli eventuali concelebranti (cf OGMR 243-244). È un’esigenza di verità che purtroppo viene sovente sottovalutata da chi non tiene presente che la liturgia è teologia celebrata e comunicata per mezzo di segni e non per mezzo di sintetiche definizioni verbali (cf SC 7). Un rito scorretto rischia di comunicare una verità deformata o comunque mutilata.

Non solo i ministri, ma tutti i fedeli sono chiamati a condividere visibilmente l’unico pane e l’unico calice. È sintomatico che la rubrica del giovedì santo preveda di consacrare il «pane in quantità sufficiente per oggi e per il giorno seguente», non certo per la messa della veglia, madre, modello di tutte le assemblee eucaristiche, durante la quale tutti i segni devono essere esemplarmente veri e corretti. La custodia eucaristica, oltre che per il viatico e per la comunione agli ammalati, costituisce anche una "riserva" per i casi di emergenza che possono anche capitare in qualche messa dove l’afflusso è maggiore del previsto.

Ma ricorrere abitualmente alla riserva eucaristica non è prassi rispettosa del rito della comunione. Nessuno mette in dubbio che il pane custodito nel tabernacolo e quello consacrato nella celebrazione in atto siano il segno sacramentale dello stesso Cristo risorto. Non è questo il problema. Non stiamo discutendo sulla reale presenza del Signore nell’eucaristia, ma sulla verità e la significatività dei segni che costituiscono il linguaggio proprio della liturgia. Se giustamente ci si preoccupa della traduzione fedele della Bibbia e anche dei testi eucologici del Messale, la stessa preoccupazione si dovrebbe avere nel "tradurre" con segni corretti il deposito della fede custodito in quella liturgia che la tradizione della Chiesa, dai primi secoli fino ai nostri giorni, non cessa di presentare come «luogo educativo e rivelativo» della fede (CVMC 49).

È una formulazione moderna dell’antico adagio di Prospero d’Aquitania (V secolo): «Lex orandi statuat legem credendi».
  

  RETTIFICA SULLA FOTO "PREDICA AGLI UCCELLI"

Sono Arnaldo Mazzanti abitante in Maremma. Mi sono giunti più reclami da sacerdoti, vostri abbonati che nel numero del mese di agosto/settembre 2008 a p. 16 un mio affresco "Predica agli uccelli del Santo Assisiate" sito nella chiesa di San Francesco a Grosseto è stato attribuito ad altro nome. Alla presente unisco 3 cartoline degli affreschi, voluti dalla Fondazione Friuli, per la cappella grossetana da me affrescata nel 1987, per un giusto errata corrige. Nel retro delle cartoline potete verificare l’esattezza dell’autore.

Arnaldo Mazzanti
Castiglione della Pescaia (Gr)

Foto Censi.

Volentieri accolgo la rettifica di Mazzanti, visto che teniamo all’arte e cerchiamo di dare spazio sulla rivista a opere sconosciute o moderne. Tuttavia debbo precisare che, quando venne scattata la foto, nei paraggi c’era solo un cartello che citava altre opere ma non indicava l’autore della cappella. Se l’affresco è stato notato, vuol dire che è piaciuto. Insieme ai complimenti, chiedo scusa all’autore e ai nostri lettori per lo spiacevole equivoco.
   

  ATTENZIONE ALLE TRUFFE!

Mi sento in dovere di segnalare quanto segue per evitare che altri confratelli cadano nello stesso errore. Si tratta della doratura e argentatura di 16 oggetti religiosi, quasi tutti di piccole dimensioni: avevo la convinzione, sia pure sconsiderata, che tutto il lavoro fosse fatto al prezzo di euro 650, senza accorgermi che avevo sottoscritto la stessa somma per ogni oggetto. Non so come ho potuto non accorgermi di questo.

A questo punto, visto che avevo sbagliato, non mi è rimasto che pagare il conto! Ciò che ho fatto con assegno bancario. Ma il giorno dopo mi sono accorto che la somma pagata corrispondeva a 18 oggetti e non a 16 come sottoscritto. Quindi doppio errore mio e imbroglio subìto. Ma quello che voglio far notare è che, prima di sapere la somma che dovevo pagare, mi era stata fatta sottoscrivere una dichiarazione che ero soddisfatto del lavoro con tanto di timbro parrocchiale. Debbo invece dire che sono rimasto molto male di questa faccenda e sono convinto di avere subìto per mia colpa una vera truffa.

lettera firmata
  

  BENEDIZIONE AL DIACONO PRIMA DEL VANGELO?

Perché nella celebrazione eucaristica, prima di proclamare il Vangelo, il diacono chiede la benedizione a chi presiede la celebrazione?

Giuseppe Bertello
Collegno (To)

Risponde don Silvano Sirboni.
Originariamente le letture della messa erano affidate a dei lettori (cf Righetti M., Storia liturgica III, 226). Verso la fine del IV secolo, a cominciare dall’Oriente, è attestata la prassi di affidare al diacono la proclamazione del vangelo. In alcuni luoghi questa lettura solenne era riservata al presbitero e nei giorni festivi al vescovo (cf J. A. Jungmann, Missarum Sollemnia I, 357). Col tempo si radica nella Chiesa la consapevolezza che il messaggio evangelico è affidato alla custodia e responsabilità della gerarchia. Per questo nello sviluppo rituale della liturgia della parola la proclamazione del vangelo da parte del diacono tende sempre più a manifestare come questo servizio della parola sia dipendente dal vescovo o dal presbitero che del vescovo è stretto collaboratore.

Nell’Ordo Romanus I (VII secolo) il diacono bacia i piedi del Papa, chiede e riceve la benedizione, prende e bacia l’Evangeliario che è sull’altare e si reca all’ambone per la proclamazione (cf V. Raffa, Liturgia eucaristica, 312). In continuità con questa tradizione, oggi il diacono chiede la benedizione dal sacerdote che presiede (cf OGMR 175) e che rappresenta il vescovo nelle singole assemblee (cf SC 42). Il presbitero concelebrante che, nella messa presieduta dal vescovo e in mancanza del diacono, è incaricato di proclamare il vangelo chiede e riceve la benedizione del vescovo; non la chiede se presiede un altro presbitero (cf OGMR 212).
   

  GRAZIE

ll.mo signor direttore, sentitamente la ringrazio per la sua puntualità e discrezione nella pubblicazione della notizia e sintesi della santità di Gaetano Errico, nostro amato Fondatore dei Missionari dei Sacri Cuori. Di personaggi santi – poco conosciuti – ce ne sono tanti ancora. Quando possiamo contribuire a liberarli dall’oblio, rendiamo senza dubbio un servizio utile alla comunità ecclesiale e un onore al Signore, per i doni di grazia ad essi donati.

p. Biagio Liccardo, m.ss.cc.
Napoli

     

Si invitano i lettori a inviare lettere stringate ed essenziali. La direzione non pubblica quelle che arrivano anonime o senza indirizzo anche se, su richiesta, si può omettere la firma. La redazione è fornita di indirizzo postale, fax ed e-mail

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