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12a ASSEMBLEA GENERALE / 5-26 ottobre - TEOLOGIA

La Parola incarnata e la Parola scritta

di NUNZIO CAPIZZI
   

   Vita Pastorale n. 9 ottobre 2008 - Home Page

La riflessione proposta di seguito è maturata nel contesto di un dialogo con dei confratelli presbiteri e fedeli laici. Pensando alla prossima Assemblea generale del Sinodo dei vescovi – riguardante "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" – essi esprimevano dei pareri sulle iniziative pastorali con cui vivere il periodo del Sinodo e poi dargli seguito, nelle loro comunità.

La necessità di una prospettiva teologica

Secondo alcuni, un’eco del Sinodo nelle parrocchie potrebbe essere costituita da una serie di incontri, finalizzati a una migliore conoscenza della Bibbia. In questo caso, si tratterebbe di darsi da fare per invitare un esegeta di professione a parlare ai fedeli, in maniera semplice e accessibile, della Scrittura. A giudizio di altri, il risvolto del Sinodo dovrebbe stare in un impegno, promosso dalle parrocchie, per una lettura comunitaria, periodica, in piccoli gruppi. In questo caso, bisognerebbe attrezzarsi per proporre la lettura del Sacro Testo, in un contesto di dialogo e di confronto con la vita quotidiana, con la speranza che poi la gente possa riprendere, a casa propria, quanto ha ascoltato e farne oggetto di meditazione.

Con gli esempi fatti, si è accennato ad alcune delle proposte pastorali emerse nel suddetto dialogo. Si può pensare che molte altre saranno sicuramente avanzate in contesti diversi, facendo tesoro anche dei suggerimenti dell’Instrumentum laboris (IL) del Sinodo, presentato il 12 giugno 2008.

La missione del Verbo inizia dal battesimo (Bibbia del Giubileo, San Paolo-Saie 1997).
La missione del Verbo inizia dal battesimo (Bibbia del Giubileo, San Paolo-Saie 1997).

Chiaramente non può esserci nulla da obiettare sulle proposte già espresse o ancora da formulare, come pure sulle lodevoli intenzioni con cui vengono pensate e saranno attuate. Al contrario, è auspicabile un impegno nel promuovere quanto più possibile ciò che viene incontro al «grande desiderio dei fedeli di ascoltare la Parola di Dio» (IL 3).

Tuttavia, è necessario guardarsi dalla preoccupazione del "che cosa si deve fare?". Questa, normalmente, è accompagnata dalla convinzione secondo cui, "fatta qualcosa", passa "almeno l’idea", nel caso concreto, dell’importanza della parola di Dio nella vita della Chiesa.

Significativamente, prima di pensare alle concrete attività pastorali, indicando le attese nei confronti del Sinodo, l’Instrumentum afferma che tra "i richiami comuni", colti nei contributi dei Pastori, anzitutto emerge «l’invito a riconoscere che la Parola di Dio è Gesù Cristo [...]; la proclamazione che lo Spirito Santo conduce alla comprensione completa della Parola di Dio, dandocene l’intelligenza e animando la lettura della Bibbia nella Chiesa» (IL 3). In altre parole, dalla citazione fatta, come pure dal contenuto dell’Instrumentum, appare chiaro che la prospettiva teologica deve costituire la base delle scelte pastorali e, viceversa, queste devono essere teologicamente fondate.

Il presente articolo intende tracciare solo qualche linea di riflessione di carattere cristologico ed ecclesiologico, a margine dell’Instrumentum laboris, rifacendosi a due grandi teologi contemporanei, al gesuita Henri de Lubac (1896-1991) e al domenicano Yves Congar (1904-1995).

La Parola incarnata illumina la parola scritta

L’Instrumentum laboris, in uno dei brani in prospettiva cristologica, afferma: «La Parola di Dio ha per patria la Trinità [...]. Alla luce della Rivelazione, la Parola è il Verbo eterno di Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, il Figlio del Padre, fondamento della comunicazione intratrinitaria e ad extra: "In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste" (Gv 1,1-3; cf Col 1,16)» (IL 9).

Don Fabio (Saronno, Varese) inizia i giovani alla lettura del Testo sacro (foto Rotoletti).
Don Fabio (Saronno, Varese) inizia i giovani alla lettura del Testo sacro (foto Rotoletti).

Il padre de Lubac, nel terzo volume dell’opera Esegesi medievale (Jaca Book 1997), ha scritto che «il cristianesimo non è "la religione biblica": è la religione di Gesù Cristo» (p. 271). La sua preoccupazione, nel contesto, era la sottolineatura della centralità di Gesù Cristo nella fede cristiana. Pertanto, egli faceva precedere l’affermazione accennata da alcune distinzioni chiarificatrici, secondo le quali, se è vero che il cristianesimo è «la religione della Parola», è altrettanto vero che non lo è «unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta». Infatti, principalmente, il cristianesimo è «la religione del Verbo», del Figlio eterno di Dio che si è fatto carne.

Servendosi in modo molto opportuno di un’immagine, de Lubac ha ulteriormente chiarito il rapporto tra le parole pronunziate da Dio, prima della venuta del Figlio, e la Parola che è il Figlio. In altri termini – egli spiega – in diversi modi e in diversi tempi (cf Eb 1,1) Dio ha distribuito agli uomini, foglio per foglio, un libro scritto. In ogni sua pagina, sotto le sue numerose parole, era nascosta la Parola unica. Con la venuta della Parola, cioè con l’incarnazione del Figlio, Dio apre agli uomini il libro e mostra loro la concentrazione di ognuna di quelle parole nella Parola unica che è Gesù. In lui, la persona e il messaggio formano una sola cosa (cf p. 265).

Le riflessioni accennate mirano semplicemente a portare l’attenzione sul Verbo di Dio, sulla realtà prima della Parola, che nel linguaggio della rivelazione trinitaria è chiamata appunto il Verbo di Dio. Tutto ciò che si può dire di Dio da parte degli uomini, tutto ciò che Dio dice di sé nell’evento della rivelazione o che noi possiamo conoscere di lui, tutto è fondato sul Verbo, sulla Parola in cui Dio dice sé stesso e si comunica.

Nel contesto, de Lubac si chiede se la sottolineatura della Parola non porti a un deprezzamento della parola scritta e, riflettendo intorno alla centralità di Gesù Cristo, risponde che la parola scritta rimane sempre profondamente legata alla Parola incarnata, alla Parola detta nelle parole scritte. La Parola illumina la parola nella sua forma scritta e, viceversa, questa riceve la sua luminosità dalla Parola.

A proposito, nell’opera Storia e Spirito (Jaca Book 1985), rifacendosi a Origene, de Lubac ha affermato che «Cristo, cioè il Logos di Dio, venuto tra noi [...], è l’oggetto di tutti i Libri sacri, ne è la chiave» e che «traspare attraverso la lettera della Bibbia come traspariva attraverso la carne di Gesù» (pp. 365-366).

Inoltre, ha mostrato come nella tradizione, a cominciare da Ireneo, sia il mistero della Scrittura che il mistero dell’incarnazione sono stati accostati, tenendo presente il loro comune riferimento all’unica Parola. Fra le testimonianze, de Lubac menziona il commento di Agostino al salmo 103. In esso, premesso che il medesimo Verbo risuona sulla bocca di tutti gli scrittori sacri, il vescovo di Ippona spiega l’abbassamento del Verbo nelle Scritture alla luce dell’abbassamento del Verbo nella carne, asserendo che non bisogna meravigliarsi se il Verbo, per condiscendenza alla nostra debolezza, si abbassa fino alla dispersione dei nostri suoni umani, dal momento che si è abbassato fino a prendere l’infermità del nostro corpo (cf p. 373).

La Parola e la vita della Chiesa

1 L’Instrumentum laboris, fra le piste di carattere ecclesiologico, ne apre una centrata sul profondo legame tra la Chiesa, Gesù Cristo e lo Spirito Santo. Preso atto del pericolo dell’esteriorità e della burocratizzazione, che purtroppo sempre più pervadono il vissuto ecclesiale, il testo dice che «urge mantenere viva nella comunità la docilità allo Spirito Santo, superando il rischio di spegnere lo Spirito con l’eccessivo attivismo e l’esteriorità della vita di fede, evitando il pericolo della burocratizzazione della Chiesa, dell’azione pastorale limitata ai suoi aspetti istituzionali e della riduzione della lettura biblica a un’attività tra le altre» (IL 29).

Ancora oggi per gli ebrei la Bibbia è il "codice" fondamentale della loro vita.
Ancora oggi per gli ebrei la Bibbia è il "codice" fondamentale della loro vita
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Foto G. Giuliani).

La motivazione profonda dell’urgenza segnalata è dettata dalla necessità di «tener presente che, come afferma Gesù, lo Spirito guida la Chiesa alla verità tutta intera (cf Gv 16,13), quindi fa comprendere il vero senso della Parola di Dio, portando finalmente all’incontro con il Verbo stesso, il Figlio di Dio, Gesù di Nazaret [...]. La comunità cristiana, quindi, si costruisce ogni giorno lasciandosi guidare dalla Parola di Dio, sotto l’azione dello Spirito Santo, che dona illuminazione, conversione e consolazione» (IL 30).

2 De Lubac, riflettendo sulla venuta della Parola nella Sacra Scrittura, offre anche delle linee per un approfondimento in prospettiva ecclesiologica. Ad esempio, in Storia e Spirito, pensando alla lettura spirituale, dice che la Scrittura è «come la voce di Cristo che parla alla Chiesa e nella Chiesa, ne è il segno efficace», con la conseguenza che essa «assicura così la presenza luminosa di Cristo alla Chiesa», dal momento che, «commentata nella Chiesa, fa risuonare la voce di Cristo nel profondo delle anime» (pp. 395-396).

La voce di Cristo, che risuona attraverso la Scrittura, non ha lo scopo della semplice istruzione delle anime, ma, attraverso «le parole che la Parola pronuncia in fondo all’anima e di cui la Scrittura è simbolo esteriore», mira a «farsi intendere al di dentro» (p. 398).

A proposito di tale lettura spirituale, il padre Congar, nel secondo volume della sua opera La Tradizione e le tradizioni (Edizioni Paoline 1965), ha messo in evidenza il tema del "Vangelo scritto nei cuori", con lo Spirito del Dio vivente (cf 2Cor 3,2-3). Egli ha sottolineato, nel contesto, l’azione «mediante la quale Dio comunica il contenuto e il senso della Scrittura a degli spiriti viventi, attraverso il suo Spirito [...]. Il soggetto di questa azione è Dio, mediante il suo Spirito. Il suo termine o il suo beneficiario è lo spirito delle anime religiose o la Chiesa» (p. 487). Con tale azione, prosegue Congar, la Parola vivente si comunica e si rende presente: «Dio non parla agli uomini in un testo scritto soltanto, ma mediante un atto del suo Spirito vivente nello spirito vivente di questi uomini» (p. 491).

3 Sulle basi cristologiche ed ecclesiologiche poste, diventa comprensibile quanto l’Instrumentum laboris indichi come conseguente responsabilità dei pastori e, al tempo stesso, come meta dei fedeli: «diventa compito primario dei Pastori aiutare i fedeli a comprendere cosa significhi incontrare la Parola di Dio sotto la guida dello Spirito, come in particolare ciò avvenga nella lettura spirituale della Bibbia, nell’atteggiamento dell’ascolto e della preghiera» (IL 30).

In altri termini, per l’Instrumentum laboris, il fondamento teologico, fra l’altro, richiama anzitutto la responsabilità che hanno i pastori a riconoscere e ad assecondare pienamente «il dinamismo secondo cui la Parola di Dio incontra l’uomo, dinamismo che sta alla base di tutta l’azione pastorale della Chiesa: la Parola annunciata ed ascoltata chiede di farsi Parola celebrata tramite la Liturgia e i sacramenti, per entrare così a motivare una vita secondo la Parola» (IL 32).

Si capisce, pertanto, come il desiderio di vivere il Sinodo e di dargli un seguito, tanto nelle comunità parrocchiali quanto principalmente nelle Chiese locali, sia chiamato a collocarsi e a verificarsi nell’orizzonte ampio del dinamismo, appena menzionato. Infatti, come in altri termini è stato già detto, nella luce della Parola, la Scrittura non può essere considerata allo stesso modo di uno scritto morto nel quale vengono consegnati, ad esempio, semplicemente la storia del popolo eletto o l’elenco dei comandamenti di Dio. Essa è il documento vivente nel quale, ancora oggi, si esprime lo scambio dei pensieri tra Dio e l’uomo, un mezzo voluto da Dio per tessere il legame con gli uomini, nella potenza dell’azione dello Spirito Santo.

Il pensare sullo sfondo di un orizzonte così ampio non permette, però, che si possano, in anticipo e con facilità, stabilire gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli. Non permette che venga pubblicizzato, mesi prima, l’organigramma dettagliato degli incontri, né che vengano fatte le previsioni, di solito ottimistiche, sul numero dei loro fruitori. Richiede, invece, l’atteggiamento evangelico dell’agricoltore che, nella ferialità, dopo essersi seriamente impegnato a seminare, rimane ad attendere il frutto con pazienza e con speranza (cf Mc 4,26-29).

Il pensare biblicamente, infatti, comporta un’attenzione non alle cose da fare o alle sale da riempire, ma al mistero santo di Dio, che indirizza la sua lettera all’uomo, e al mistero dell’uomo che, di fronte alla parola ascoltata, diviene colui che ascolta e accoglie il Dio che si è fatto e continua a farsi vicino.

Nunzio Capizzi
Studio teologico S. Paolo, Catania;
Pontificia univ. gregoriana, Roma

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