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PARLA IL PREFETTO DI ROMA CARLO MOSCA

Ordine e sicurezza: gli ultimi sviluppi

di PIERSANDRO VANZAN
   

   Vita Pastorale n. 9 ottobre 2008 - Home Page

Legalità e integrazione è il percorso seguito dal prefetto nell’operazione di "riconoscimento" dei nomadi presenti nella Capitale. Iniziativa con forte esposizione mediatica, specie per quanto riguarda le impronte digitali. 
Le domande che gli poniamo mirano a chiarire la sua posizione.

   

I nostri lettori conoscono già – per quanto riportato nella grande stampa, ma anche in VP 12/07 e 5/08 – la posizione del dottor Carlo Mosca, prefetto di Roma dal settembre 2007: tanto sull’espulsione di immigrati malavitosi, quanto sul come tutelare il buon nome dei tanti altri che lavorano onestamente. Legalità e integrazione: questo il percorso del prefetto, così da evitare rigurgiti xenofobi e costruire un’accoglienza reale. Ultimamente il dottor Mosca è stato ampiamente citato – spesso travisato – dai media per l’atteggiamento "di frontiera" che ebbe nel "censimento" dei nomadi presenti nella Capitale: specie per quanto riguarda le impronte digitali. Sull’onda lunga di quella bagarre gli abbiamo posto (a fine agosto) le seguenti domande, mirate a chiarire la sua posizione.

  • Quale bilancio possiamo fare del "censimento" dei nomadi (rom, sinti e camminanti) presenti nella Capitale, iniziato nel settembre scorso?

«Preferirei non usare il termine censimento, ma quello più appropriato di riconoscimento, perché dà il senso vero di questa operazione: che non è di Polizia, ma tesa a riconoscere l’identità di persone che, come noi, vivono su una parte di territorio e vivono in condizioni spesso disumane e lontane da ogni standard di civiltà (salute e igiene). Questa operazione, a Roma, è in corso da oltre un mese e in questa prima fase riguarda gli insediamenti abusivi: quelli non autorizzati dal Comune e che sono la maggioranza. La seconda fase riguarderà gli insediamenti regolari (una ventina) dislocati nei vari municipi, spesso nei luoghi dove molti anni fa vi erano baracche o accampamenti per chi, dalle altre parti d’Italia, raggiungeva Roma per insediarvisi e al momento non trovava alloggi disponibili. Ho utilizzato – ci tengo a precisarlo – il termine insediamento e non quello di campo perché vorrei allontanare terminologicamente qualsiasi richiamo a "luoghi di discriminazione": allontanando così l’idea che un campo possa essere una sistemazione civile.

«Al 25 agosto gli insediamenti visitati dalla Croce rossa furono 25 e hanno riguardato oltre 1.500 persone. Circa la metà sono bambini, prevalentemente non scolarizzati e quindi non vaccinati. I nuclei familiari sono composti mediamente da famiglie di cinque persone (in rari casi da 10). L’80% di esse è in possesso di documenti. A tutte viene rilasciata una tessera della Croce rossa italiana, con cui è possibile accedere ai servizi di tale organizzazione – ambulatori e punti di informazione sanitaria e assistenziale –, così da garantire, almeno in questa fase, l’esercizio di quel diritto alla salute che è uno dei primi diritti sociali riconosciuti dalla nostra Costituzione. A nessuno furono rilevate le impronte digitali, proprio perché non si tratta di un’operazione di Polizia e l’obiettivo è un altro».

  • Quale?

«Quello di poter stabilire, una volta terminata questa ricognizione, gli interventi successivi, che dovranno riguardare gli altri diritti sociali, ugualmente fondamentali – quello della salute, dell’istruzione, del lavoro e di un’abitazione decorosa –, pena il fallimento della nostra civiltà e Costituzione. Soltanto il riconoscimento di tali diritti, infatti – benché con fatica e progressivamente, secondo una pianificazione tuttavia chiara e attuabile –, potrà fornire risposte adeguate non solo alle popolazioni rom, sinti e camminanti, ma pure a tutti gli altri immigrati presenti sul nostro territorio. Il bilancio quindi, al momento, lo considero positivo. Di fatto, le polemiche hanno lasciato il passo alla concretezza del fare e del fare bene, secondo un progetto ricco di ideali e di convincimenti, propri di una democrazia moderna».

  • Come interpretare lo stupore, misto a reazione, che sulle prime ebbero gli stessi rom, sinti e camminanti di fronte a quel provvedimento?

«Sì, all’inizio tale fu la sensazione registrata dagli operatori della Croce Rossa, i quali – con la solita abnegazione e il riconosciuto senso del dovere e dell’altruismo – stanno dedicandosi a questa delicata operazione. Ritengo che l’iniziale diffidenza e reazione di quelle persone siano da attribuire al fatto che, per la prima volta, esse si sentivano oggetto di un’attenzione talmente nuova e insperata da stentare a fidarsi. Possibile che le istituzioni finalmente si prendessero cura di loro?

«Salvo qualche rarissimo caso – peraltro subito ingigantito dai media –, quelle persone si dimostrarono dapprima curiose, poi collaborative, quindi ansiose di conoscere il passo successivo, e infine desiderose di far conoscere i loro problemi: tra cui il desiderio di essere riconosciute, di poter lavorare senza vergognarsi, di poter fornire qualche risposta diversa ai propri figli circa la loro sistemazione futura. Consiglierei a molti nostri critici di recarsi in quegli insediamenti e, contattando quegli abitanti, prendessero quella salutare, nuova "consapevolezza", inedita per quanti hanno tutto e non si rendono conto dei problemi di chi ha poco o niente».

  • Solo conoscendo meglio queste realtà ci si rende conto effettivamente di chi siano gli ultimi, di quanta sia la distanza tra noi e loro. Tutto è oggi complicato dal ripetersi di atti delinquenziali operati da quelle persone, e la gente invoca di più la sicurezza che l’integrazione.

«Ovviamente, so bene che anche tra loro ci sono i delinquenti, ma non vorrei si generalizzasse e, come sempre ripeto, vorrei che fossero chiari i due piani: quello del rigore nei confronti di chi delinque e viola la legge penale – e questo riguarda comunque tutti: anche gli italiani –, e quello della solidarietà, che è uno dei punti cardine che i nostri Costituenti vollero affidarci, disegnando una libertà uguale e solidale per tutti. Per troppo tempo, anche per difficoltà oggettive e forse perché le dimensioni della questione non erano ancora come le attuali – a Roma le persone che occupano gli insediamenti abusivi pare siano (secondo una stima recente) circa 3.000, e circa il doppio negli insediamenti regolari –, abbiamo ignorato la diversità delle popolazioni rom, sinti e camminanti presenti in Italia e abbiamo preferito sperare che il tempo avrebbe risolto una questione che era sotto gli occhi di tutti, ma che si preferiva rimuovere: anche per tacitare l’intima voce della solidarietà. Ecco perché ritengo che il momento della conoscenza reciproca sia fondamentale e costituisca il primo passo, senza cui risulterebbe approssimativo procedere oltre».

  • È possibile (e come?) far sì che le popolazioni rom, sinti e camminanti siano responsabili del loro futuro?

«Riprendo quanto detto sull’esercizio dei diritti sociali, senza il cui riconoscimento non vi può essere democrazia e libertà, né sarà possibile chiedere alle popolazioni rom, sinti e camminanti di essere responsabili del loro futuro e di procedere con le loro gambe. Si tratta, lo ripeto, di garantire loro migliori condizioni di vita: attraverso sia un certo grado di istruzione, una migliore cura dei loro bisogni sanitari, l’offerta di opportunità lavorative, anche modeste ma oneste, tali da suscitare in loro l’orgoglio di guadagnarsi da vivere, rifiutando quel tipo di assistenzialismo che a volte riesce a tacitare le coscienze, ma si ferma purtroppo alla soglia dei problemi, senza neanche scalfirli.

«Non penso di dire cose rivoluzionarie e tali da suscitare diffidenze pelose. Sto ponendo questioni delicate – come quella della salute, istruzione e lavoro –, auspicando che molti altri offrano nuove risposte e opportunità. Il che non significa anticipare per alcuni quello che non viene ancora fatto per altri stranieri e italiani. Significa solo inserire, nel piano generale del riconoscimento dei diritti sociali, anche le popolazioni rom, sinti e camminanti. Non escluderle, ma considerarle persone come le altre, senza pregiudizi né etichettature artefatte: come gli archetipi lombrosiani, offensivi non solo per i destinatari ma soprattutto per chi se ne fa portavoce.

«Perciò la conoscenza reciproca costituisce un elemento culturalmente avanzato per procedere – senza nascondermi le difficoltà – su una strada che deve vedere l’eliminazione degli insediamenti abusivi e far sì che tutti vivano in realtà decenti e sicure sotto ogni profilo. Vedendo finalmente sia i bambini e ragazzi "zingari" andare a scuola e prepararsi al lavoro – fosse pure quello dei mestieri abbandonati dagli italiani –, sia gli adulti lavorare, per responsabilmente guardare con orgoglio i loro figli. E così instaurare un nuovo clima nei rapporti dei cittadini italiani con le popolazioni rom, sinti e camminanti, che – tra l’altro – spesso sono costituite da altri italiani e che quindi sono anche accomunate dallo stesso idioma. È questa la strada per non alimentare la paura del diverso, la percezione dell’insicurezza e per superare gli egoismi, purtroppo tipici della nostra epoca. L’auspicata integrazione è l’unico modo per garantire la coesione sociale, senza la quale si determinano gravi fratture che, inevitabilmente, scivolano dal piano sociale a quello dell’ordine e della sicurezza pubblica, con inevitabili conseguenze per la deriva securitaria.

Piersandro Vanzan

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