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Ci scrivono

UN LAICO PUÒ LEGGERE IL VANGELO?
    

   Vita Pastorale n. 9 ottobre 2008 - Home Page Sempre più spesso mi capita di pensare che riservare la proclamazione del vangelo ai preti e ai diaconi sia una forma nobile ma subdola di clericalismo. Un semplice fedele può leggere in pubblico tutta la Bibbia ma non il vangelo. Non è proprio il vangelo o specialmente il vangelo che qualsiasi cristiano è tenuto a diffondere?

Un parroco di Roma, alla prima comunione dei bambini, fa leggere il vangelo a un genitore. Motivazione? Sono i genitori i primi evangelizzatori. A un matrimonio, non potrebbe uno degli sposi, ministri del sacramento, leggere il vangelo? E al battesimo non potrebbe uno dei due genitori proclamare il vangelo? E non è un precedente classico, la lunga lettura della Passione, nella quale il sacerdote si riserva solo le parole dirette di Gesù?

Oggi un qualsiasi cristiano può distribuire l’eucaristia, ma non leggere in pubblico il vangelo. Il Corpo di Gesù sì, la sua Parola no? Qual è il principio che giustifica questa disposizione-proibizione?

don Sergio Mercanzin

Risponde don Silvano Sirboni.
Nessun dubbio: per il battesimo ogni cristiano è chiamato a partecipare alla missione profetica, sacerdotale e regale di Cristo (cf CCC 1268). Per cui «è tutta la comunità, il corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra» (CCC 1140; cf anche 1141). Ogni battezzato è corresponsabile nella Chiesa e chiamato ad annunciare l’Evangelo con le azioni e con le parole secondo le circostanze e le possibilità.

La celebrazione liturgica, tuttavia, e quella eucaristica in modo del tutto speciale, mira a manifestare «la genuina natura della vera Chiesa» (SC 2) dove i fedeli, pur essendo membra di un unico corpo celebrante, non tutti hanno la stessa funzione. «Alcuni sono chiamati da Dio, nella Chiesa e dalla Chiesa, a un servizio speciale della comunità. Questi servitori sono scelti e consacrati mediante il sacramento dell’Ordine, con il quale lo Spirito Santo li rende idonei a opera-re nella persona di Cristo-Capo per il servizio di tutte le membra della Chiesa. Il ministro ordinato è come l’icona di Cristo Sacerdote» (CCC 1142). 

In altre parole la celebrazione liturgica è chiamata a manifestare contemporaneamente l’unità del corpo sacerdotale formato da tutti i battezzati (da qui la partecipazione attiva!) e la natura gerarchica della Chiesa con la diversità dei ruoli (cf OGMR 91). Il clericalismo è un’altra cosa e in liturgia si manifesta quando il prete vuole fare tutto senza rispettare i diversi ruoli.

Ogni cristiano può sempre leggere il vangelo in pubblico. Ogni genitore veramente cristiano è tenuto a leggere il vangelo ai suoi figli. Ma la celebrazione liturgica intende evidenziare come l’annuncio evangelico, sintesi di tutta la rivelazione, sia affidato alla custodia e alla responsabilità del vescovo e dei suoi stretti collaboratori, uniti a lui con il sacramento dell’Ordine (cf Pont. Rom., "Ordinazione dei vescovi" 26). Questa prassi è del resto già attestata fin dal IV secolo (cf J.A. Jungmann, Missarum Sollemnia I, 357). Soltanto nel 1965, per ragioni del tutto pastorali, la proclamazione liturgica della Passione nella Settimana Santa è stata permessa anche ai laici (cf EDL 394).

La proclamazione della Passione in forma teatralizzata è di origine tardo medioevale e non è detto che sia oggi la modalità più opportuna ed efficace. La proclamazione liturgica del vangelo riservata a un ministro ordinato è uno dei tanti segni con i quali la liturgia comunica l’identità e la missione della Chiesa, ma non è un dogma di fede e conosce opportune deroghe come nel caso di un sacerdote ciecuziente o in qualche modo impedito (cf Tres abhinc annos 18; in EV 2/1166), ma non in normali circostanze.
   

  PRESIEDERE CON ARTE E RESPONSABILITA'

Spesso la funzione del presidente di assemblea è ancora quella non tanto di "fare tutto", quanto quella di "essere sopra a tutto". Con la potenza della tecnica (del microfono) il prete copre i canti, le acclamazioni del popolo, il gloria, il credo, risponde (al posto del popolo), introduce testi-preghiere che potrebbero essere fatte dai fedeli (agnello di Dio).

Il presidente, invece, è quel ministro che dovrebbe dare il ritmo alle azioni e che si pronuncia solo nelle cose importanti da fare e che a lui competono. Deve accettare il rischio che l’assemblea non risponda. L’assemblea di se stessa deve percepire se è presente o assente. Sostituire ruoli significa applicare le regole della cerimonia e del rito senza anima. Esempio: mai nessun presidente che ha il coraggio di invitare (con un gesto) i fedeli alla fine della prece eucaristica: «In piedi».

Magari lo si dice o lo si fa per altre cose meno importanti (alzarsi in piedi per una preghiera non liturgica dei caduti o dei combattenti). Cristo è risorto e si sta ancora devozionalmente inginocchiati. Non alzarsi al mysterium fidei ha la "gravità" come del non alzarsi all’alleluja.

Sergio Benetti
Padova

Risponde don Silvano Sirboni.
Una delle accuse sempre più ricorrenti assunta come pretesto per delegittimare la riforma liturgica del Vaticano II è proprio quella di una presidenza soverchiante che oscura la presenza dell’Attore principale che è Cristo. In realtà non è affatto colpa della riforma quanto piuttosto di una sua mancata assimilazione, di una fantasiosa e vulcanica incompetenza e, paradossalmente, dall’esercitare la presidenza con la mentalità preconciliare, cioè quando il sacerdote celebrava con un rito rigidamente strutturato ma gestito individualmente, secondo i propri gusti e sensibilità devozionale, ignorando del tutto l’assemblea.

Ora l’OGMR, dopo aver affermato che la messa è «azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato» (16), ai nn. 29-38 presenta il ruolo della presidenza come servizio per favorire il dialogo dell’assemblea con Dio, che resta sempre il primo interlocutore! Ciò si realizza attraverso l’omelia, le orazioni «rivolte a Dio a nome dell’intero popolo santo e di tutti i presenti», pronunciate «a voce alta e chiara», attraverso anche «alcune monizioni previste nel rito medesimo» e che possono essere adattate. Se la celebrazione eucaristica prevede opportunamente qualche breve spazio concesso alla pietà individuale del presidente, a più riprese è ribadito che il suo compito è quello di «ravvivare l’azione di tutta la comunità, [...] favorire la partecipazione attiva dei fedeli» ricordando che molte parti della messa spettano all’intera assemblea convocata e che di norma non deve essere sostituita.

Non mi soffermo su alcuni specifici momenti rituali citati dal nostro lettore poiché ciascuno di essi meriterebbe una breve trattazione a parte. Mi attengo al tema generale citando ancora le premesse al Messale Romano. Il sacerdote «quando celebra l’eucaristia deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà nel modo di comportarsi e di pronunciare le parole divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo» (OGMR 93). Per comunicare il mistero, non è necessario tornare a forme del passato. Basta applicare correttamente la riforma liturgica voluta da quel Concilio che i vescovi di tutta la Chiesa uniti al Papa hanno riconosciuto «come un passaggio dello Spirito Santo nella sua Chiesa» (SC 43).
   

  LA PREPARAZIONE DEI DONI NELLA MESSA

Ho notato che pochissimi sacerdoti rispettano le norme in merito ai riti d’offertorio e alla presentazione dei doni. In tutte le messe feriali il calice, le ostie, le ampolline si trovano già sulla mensa sin dall’inizio della celebrazione.

Nella nostra comunità si faceva la presentazione dei doni in tutte le messe. Il nuovo parroco ha deciso che non è opportuno più farla perché i fedeli non si alzavano repentinamente per presentare il pane e il vino. Abbiamo proposto di ri-educare i fedeli a questo gesto. Il parroco ce lo ha concesso per la domenica e solennità. Io ho letto le praenotanda al Messale Romano e chiaramente è indicato che si deve fare la presentazione. Non scrive: si può fare.

Forse per compensare a questa inosservanza, domenica scorsa è stata portata alla processione offertoriale una bella torta ricoperta da panna montata e frutta per festeggiare la conclusione dell’anno catechistico. Con buona pace delle norme liturgiche.

Maurizio Buscemi Bongiorno
Riposto (Ct)

Risponde don Silvano Sirboni.
La forma normale o "tipica" della messa prevede che l’altare sia preparato all’inizio della liturgia eucaristica, «ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il Messale e il calice, se non viene preparato alla credenza. Poi si portano le offerte: è bene che i fedeli presentino il pane e il vino (panis et vinum laudabiliter a fidelibus praesentantur)» (OGMR 73). È ovvio che la preparazione dei doni è un rito che si deve fare: è, infatti, uno dei gesti che costituiscono la liturgia eucaristica (cf OGMR 72). Quanto invece alla presentazione dei doni, compresi il pane e il vino, da parte dei fedeli, essa resta una lodevole e significativa prassi in ogni messa con il popolo (cf OGMR 140 e 178).

Tuttavia, anche se ciò non è "lodevole", non possiamo nasconderci che tante messe feriali nelle nostre parrocchie possono presentare qualche difficoltà a essere "normali" nel loro svolgimento celebrativo a causa del particolare contesto assembleare sovente ridotto ai minimi termini e della ritualità sottotono. Una situazione anomala conduce inevitabilmente a soluzioni altrettanto anomale che, tuttavia, non dovrebbero mai costituire un modello abituale e di comodo. La processione offertoriale, oltre al pane e al vino, prevede anche «altri doni per i poveri o per la chiesa». Non è una sfilata folcloristica di oggetti simbolici o di cose che non vengono realmente donate e che ognuno si riporta a casa... Una finzione che favorisce il formalismo liturgico.

Nel caso specifico la torta è donata e condivisa dai gruppi catechistici e pertanto non è così fuori luogo. Anche le norme liturgiche, come tutte le leggi, devono essere interpretate e applicate con saggia intelligenza e buon gusto, e senza esasperazioni.
  

  LA VITA D’OGNI GIORNO E LA PENA DI MORTE

Cara Vita Pastorale, desidero comunicarti il caso drammatico che coinvolge 47 messicani, condannati a morte nel Texas, senza il rispetto della Convenzione di Vienna (1962); essa impegna gli Stati firmatari (tra i quali anche gli Stati Uniti) a informare i detenuti stranieri circa il loro diritto all’assistenza da parte del loro Consolato, garantendo l’interprete della loro lingua.

Hector Garcia, uno dei detenuti da circa 20 anni nel "braccio della morte" del carcere di Livingston (Texas), non era nemmeno sul luogo del delitto a lui ascritto, corroborato dalla testimonianza del cognato, resa in un secondo tempo! L’Associazione Foederis Arca (Arca dell’Alleanza) di La Spezia lo ha adottato da tempo e ha esteso l’interessamento agli altri messicani, contattando varie personalità e istituzioni. Avvenire del 7 agosto ca. ha pubblicato a p. 17 l’agghiacciante programma di uccisioni, che giungeranno a 14 concluso il 2008.

Quale consigliere ecclesiastico, invito i confratelli e i vescovi a sensibilizzare la gente e a guidare una pacifica catena di preghiere, affinché si rifugga per sempre dalla pena di morte.

Devo aggiungere che la Corte internazionale di giustizia dell’Aja (organismo giudiziario dell’Onu) ha accolto il ricorso del Governo messicano (nell’aprile scorso), ingiungendo agli Stati Uniti di osservare quanto sottoscritto a Vienna.

don Giancarlo Furno
La Spezia

Grazie, don Giancarlo, dell’invito che rilanciamo. È facile nel tran tran quotidiano dimenticare il titolo di Yves Congar "La mia parrocchia vasto mondo" e dire: "Ma io che ci posso fare?".
   

  SERVE IL BATTESIMO PRENATALE DEL FETO?

Un caro amico pediatra ed ecografista, di grande cuore e grande fede, si trova spesso davanti a donne incinte che entro i primi tre mesi di gravidanza gli chiedono l’ecografia con la dichiarata finalità di abortire. Lui cerca di dissuaderle e spesso con successo, tra l’altro facendo loro auscultare il battito del cuore del feto. Quando tuttavia constata che la decisione di abortire permane e che quindi la creatura non nascerà e non sarà battezzata, lui la battezza mormorando le parole del sacramento e usando il gel, che altro non è, mi dice, che acqua e sale. Mi chiede che cosa potrebbe pensare la Chiesa di questo battesimo segreto e prenatale.

don Sergio

Risponde don Silvano Sirboni.
È doveroso riconoscere lo zelo e la grande fede del medico pediatra ed ecografista. Tuttavia è altrettanto doveroso affermare che il suo comportamento sopra descritto è fortemente condizionato da un’opinione teologica che da alcuni secoli sosteneva l’impossibilità della salvezza senza il battesimo o di acqua, o di sangue o di desiderio. Non potendo la sana ragione condannare a un castigo eterno il bambino innocente non battezzato, la teologia medioevale immaginò per lui uno stato di eterna felicità naturale chiamato "limbo".

Ora il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma chiaramente che «Dio ha legato la salvezza al sacramento del battesimo, tuttavia egli non è legato ai suoi sacramenti. [...] Quanto ai bambini morti senza battesimo, la Chiesa non può che affidarli alla misericordia di Dio [...] che vuole salvi tutti gli uomini [...] il che ci fa sperare che vi sia una via di salvezza per i bambini morti senza battesimo» (CCC 1257 e 1261). Inoltre la Commissione teologica internazionale convocata da Benedetto XVI nel 2007 ha dichiarato del tutto superata la benevola soluzione del limbo e affermato che «esistono forti ragioni per sperare che Dio salverà questi bambini [morti senza battesimo] poiché non si è potuto fare ciò che si sarebbe desiderato fare per loro, cioè battezzarli nella fede della Chiesa» (cf testo completo in Regno Documenti 11/2007, 333-354).

In questo nuovo contesto teologico che, tra l’altro, considera i sacramenti in funzione storico-ecclesiale, cioè per l’edificazione del regno di Dio nel tempo storico della Chiesa, non sembra il caso di porre azioni-limite che suscitano non poche perplessità e che, per quanto ispirate da profonde convinzioni di fede, si fondano su una visione alquanto materiale e individualista del sacramento come pure su un concetto di Dio alquanto fiscale.
  

  L'ADORAZIONE IN TELEVISIONE

Tutte le sere, dalle ore 16,30 alle 17, la stazione televisiva di Roma Telepace trasmette l’Adorazione eucaristica in diretta (via Satellite).

Il sottoscritto e qualche altro anziano da vari anni partecipiamo a questa celebrazione di 30 minuti.

Ma ora ci è sorto un dubbio. La scena è sempre la stessa, perfettamente uguale e ripetitiva, nulla mai cambia su quell’altare: niente fiori, non l’esposizione, tutti i movimenti della cinepresa sempre gli stessi.

Il dubbio sorge spontaneo: non sarà mica una registrazione? Abbiamo scritto, ma in genere il direttore usa rispondere personalmente con sue trasmissioni televisive.

lettera firmata

Per correttezza professionale non esprimo pareri sull’operato di altri colleghi. Se vuole rispondere, Telepace sarà benvenuta in questa rubrica.
   

  A PROPOSITO DI LEZIONARI E FOGLIETTI

Anche per me la pubblicazione dei nuovi Lezionari ha suscitato qualche perplessità e delusione. Mi aspettavo molto di più nel linguaggio e nella grafica. Non penso che il testo con la nuova traduzione ci abbia guadagnato granché. Molti dei ritornelli dei salmi responsoriali non sono facilmente memorizzabili subito dall’Assemblea; per chi proclama è stancante l’uso del grassetto, il carattere normale sarebbe stato più comodo; sa di improvvisazione o di fretta dover incollare le strisce dell’errata corrige; indovinate e belle le riproduzioni.

Vorrei augurarmi che la pubblicazione del Messale non incorra negli stessi incidenti e che realmente sia vicino al corretto parlare degli italiani (strutturalmente un po’ diverso della lingua latina o greca).

Riguardo ai foglietti occorre avere il coraggio di affermare che oggi fanno comodo alla pigrizia delle nostre Assemblee e di chi le presiede perché non sono entrati ancora nel ruolo, e che un certo business c’è. Durante la messa di beatificazione di Madre Teresa, anche durante la consacrazione, sono stato disturbato da chi sotto gli occhi mi mostrava una rivista (tralascio il titolo) da comprare. La loro utilità è per il dopo messa o per i deboli di udito.

In ultimo, ho l’impressione che nei Seminari la formazione liturgica, da un po’ di tempo, sia molto scaduta. Le celebrazioni sanno molto di improvvisazione, di teatralità e di appariscenza, anche con la riesumazione delle "pezze" che la Sacrosanctum Concilium, con la sua "nobile semplicità", che non è sciatteria, ci aveva fatto dimenticare e di presidenti della celebrazione che non hanno lo "stile del presiedere".

sac. Antonio Nuara
  

  UN APPELLO DALLA TANZANIA

Sono don Federico Kyalumba coordinatore di Spsr (Servizio pastorale e sociale per rifugiati) nella diocesi di Kigoma in Tanzania. Abbiamo una carenza grave d’ornamenti liturgici nelle chiese di campi profughi. Abbiamo bisogno di calici, cibori, patene, ostensori, incensiere, albe, pianete, stole, amitti, cordoni, burette ed albe per chierichetti.

Grazie anticipatamente a chiunque sarà sensibile al nostro appello.

don Federico Kyalumba
coordinatore di Spsr P.O.Box 983 Kigoma - Tanzania 
e-mail: donfederico1957@yahoo.co.uk
    

     A margine delle recenti polemiche
  DOVE VA LA SCUOLA ITALIANA?

Caro Direttore, nei giorni 21-23 agosto sui giornali ci fu un vivace scambio di opinioni circa l’emergenza "scuola italiana" denunciata nell’editoriale del professor Ernesto Galli della Loggia (CorSera, 21.8.08). Parlandone col professor Luciano Corradini, che non è l’ultimo arrivato in questo campo, entrambi riconoscevamo l’opportunità di quel "grido di dolore", per indurre chi governa a «ripensare l’intera istituzione scolastica, la quale solo così potrà riavere un senso e una funzione, e sperare di tornare alla vita».

Considerando gli interventi successivi (Avvenire 22.8.08 e CorSera 23.8.08), abbiamo esaminato in particolare quelli dei ministri Tremonti e Gelmini, restando perplessi sulle argomentazioni del primo, circa i tagli dei fondi destinati all’istruzione, e apprezzando invece le prospettive e gli sforzi della seconda affinché «la scuola riconquisti il senso della sua missione, restituisca al futuro la parola speranza, rimetta al centro il merito e la responsabilità». In tal senso Corradini e io abbiamo valutato positivamente, tra l’altro, i recenti provvedimenti della Gelmini circa il reintrodurre un voto di comportamento e – pensando alle tante famiglie in difficoltà economiche –, la sua richiesta di controllare meglio (anche con la Guardia di Finanza) i prezzi dei libri scolastici.

Tornando invece al notevole editoriale del professor Galli della Loggia, a me e a Corradini sembrava che l’impresa di rinnovare la scuola italiana apparirebbe disperata se fosse del tutto vero «che la scuola è ormai circondata – dall’intera classe dirigente, a cominciare appunto dalla classe politica – da disinteresse venato da disprezzo». Meno male che lo stesso Galli della Loggia distingue fra i tagli autoritari dell’economista Tremonti e le ipotesi di cambiamento proposte dal «volonteroso ministro Gelmini».

Peccato che quando avanza in positivo qualche indicazione, così da «ridare profondità storico nazionale alla scuola» e «ribadire la funzione della scuola nella costruzione della personalità individuale», cede alla tentazione di usare anche per il curricolo scolastico le cesoie tremontiane, lasciando in piedi solo «due capisaldi: da un lato la lingua italiana e la storia della sua letteratura, dall’altro le matematiche». Poiché Galli della Loggia sa bene che la scuola non è un’azienda – dove, in presenza della crisi, il salvataggio richiede di tagliare le attività ritenute in perdita –, Corradini e io non abbiamo dubbi: quel passaggio così riduttivo e infelice non significa che Galli della Loggia miri a una scuola così asfittica e bidimensionale.

Siamo infatti certi, Corradini e io, che anche Galli della Loggia non voglia procedere in quel modo e con quelle drastiche riduzioni, perché non dubitiamo che egli è il primo a sapere che, per raggiungere le finalità da lui indicate, occorre non solo potenziare quelle due sfere, ma riscoprire inoltre e valorizzare tutte le altre discipline, funzionali alla realizzazione delle mète costituzionali: quelle del «pieno sviluppo della persona umana» e della formazione di cittadini responsabili e di lavoratori competenti.

Piersandro Vanzan 
  

    Da un monastero di clausura
  I COMPLIMENTI E LA PREGHIERA

Caro direttore, con la presente colgo l’occasione di comunicarle che sono (anzi, siamo!) abbonate da circa tre anni alla rivista e, personalmente, per me è un grande aiuto formativo. Non sono un’"operatrice pastorale", ma una monaca di clausura; Vita Pastorale mi sembra uno sguardo sulla vita della Chiesa nel suo complesso, adatto davvero anche a noi. E le dico anche che nell’ultimo anno mi è parsa ancora migliore.

Grazie per gli approfondimenti di pastorale, di liturgia, di morale, per i dossier, le letture... ora per i viaggi nelle altre religioni... dovrei elencare davvero tutto. Mi permetto di suggerire, poveramente, qualcosa che riguardi le varie spiritualità.

Ancora complimenti e... buon lavoro. Vi accompagneremo nella preghiera.

suor Martina e sorelle Clarisse
Firenze

Molte religiose come voi ricordano il nostro apostolato nella loro preghiera: grazie! Abbiamo bisogno del vostro appoggio. Sulla spiritualità qualcosa già facciamo, ma terremo in debito conto il vostro suggerimento.
     

Si invitano i lettori a inviare lettere stringate ed essenziali. La direzione non pubblica quelle che arrivano anonime o senza indirizzo anche se, su richiesta, si può omettere la firma. La redazione è fornita di indirizzo postale, fax ed e-mail

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