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Ci scrivono

CON O SENZA «HO MERITATO I TUOI CASTIGHI»?
    

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2008 - Home Page Negli anni addietro, non ricordo con precisione l’anno e il mese, un vostro lettore (oppure un lettore di Palestra del Clero?) chiedeva se nella recita dell’Atto di dolore bisognava o no includere l’espressione «...perché ho meritato i tuoi castighi».

L’esperto rispondeva (se ricordo bene) che la formula dell’Atto di dolore, che includeva la suddetta espressione, era stata corretta con il rinnovamento della catechesi, ma, in seguito si era continuato a fare come prima. Più volte mi è stato chiesto da catechisti e penitenti quale formula usare: se quella "con" oppure l’altra "senza" l’espressione «...perché ho meritato i tuoi castighi». Io personalmente ho usato sempre quella senza l’espressione, ma qualcuno mi ha chiesto la fonte della mia prassi personale e ministeriale. Potrebbe lei aiutarmi a risolvere il problema?

p. Giuseppe M. Russo
Sorrento (Na)

Risponde don Silvano Sirboni.
Ogni preghiera formulata dalla tradizione cristiana, pur esprimendo la sensibilità del proprio tempo, deve sempre confrontarsi con l’unico modello che Gesù ha dato ai suoi discepoli nel Padre nostro: «Voi dunque pregate così» (Mt 6,9-13). Quindi oltre all’essenzialità e sobrietà, ogni preghiera cristiana è chiamata a rivelare l’immagine di quel Dio che è padre, «lento all’ira e grande nell’amore. [...] Egli non conserva per sempre il suo sdegno. Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe. [...] Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (Sal 103,8ss).

Un’antica orazione liturgica (VII secolo), ancora presente nell’odierno Messale Romano, si rivolge a Dio così: «Deus cui proprium est misereri semper et parcere» (nella traduzione del Messale italiano: «O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono»; cf XXVI domenica del tempo ordinario). Non si tratta di negare la giustizia, ma di evitare di attribuire a Dio un comportamento vendicativo che non gli appartiene. D’altra parte, compiendo consapevolmente il male, l’uomo si condanna da solo.

Ora l’Atto di dolore è stato formulato verso la fine del XVII secolo in un contesto socio-ecclesiale dove Dio era facilmente omologato ai monarchi assoluti. È l’epoca in cui il Dio-Trinità viene sovente raffigurato da un grande occhio racchiuso in un triangolo, cioè come un dio-gendarme. Il recupero di una spiritualità più biblica ha condotto a privilegiare la natura propria di quel Dio che è prima di tutto amore (cf 1Gv 4,8) e che rivela la sua identità (cui proprium est) nell’avere misericordia e nel perdonare.

Per questo l’edizione tipica latina del Rito della Penitenza (1973), nella consapevolezza che il modo e le parole del pregare esprimono e alimentano un’immagine di Dio, propone una formulazione emendata dell’Atto di dolore nel suo esordio e nella sua conclusione (Ordo Paenitentiae 45). In una mia traduzione letterale suona così: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore di tutto il male che ho fatto e del bene che ho omesso di fare, perché ho offeso te infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo», prosegue nel modo che conosciamo e conclude: «Per i meriti della passione del nostro Salvatore Gesù Cristo, Signore abbi misericordia di me».

La traduzione italiana dell’Ordo Paenitentiae (1974) non ha ritenuto opportuno recepire questa modifica in quanto soltanto pochi anni prima (1967) il Consiglio di presidenza della Cei aveva aggiornato le principali preghiere e formule (cf ECEI 1/882-910).

Tuttavia, il nuovo rituale italiano accoglie la proposta dell’edizione tipica latina di collocare accanto all’Atto di dolore altri otto testi a scelta desunti dalla Scrittura per esprimere il proprio pentimento (cf RP 45).

Dal punto di vista catechistico-pastorale non è opportuno insegnare una formula che non è ufficiale e quindi non comune agli altri fedeli della stessa area linguistica, se non altro per le ovvie difficoltà che sorgerebbero in un’eventuale recitazione comune.
   

     Un’emergenza silenziosa, ma con effetti disastrosi
  TORNIAMO ALL’EDUCAZIONE

Siamo in piena emergenza educativa. Lo gridano, sempre più, squallidi episodi di troppi ragazzi infelici e disturbati. È la triste conseguenza dello smantellamento dell’educazione: la conseguenza dell’aver dimenticato che l’educazione è la via dell’umanizzazione. Se le case si fabbricano e gli animali si allevano, gli uomini si educano. Aveva tutte le ragioni Gottfried Wilhelm Leibniz (1648-1718) a essere convinto che «se si riformasse l’educazione, si riformerebbe la terra». E allora, possiamo ancora continuare la latitanza?

È triste constatare (scusate) che tra noi sacerdoti si dibattono problemi utili, certo (quali ad esempio la collocazione dell’ambone, il taglio della casula), ma... non essenziali. È triste venire a sapere che si dà il caso di parrocchie nelle quali si spendono 20.000 euro per un monumento a Padre Pio (al quale va tutta la mia ammirazione e devozione), mentre le stanzette del catechismo (che è, forse, oggi, l’agenzia educativa più seria e capillare rimasta in Italia) sembrano cugini primi dei tuguri...

Perdonate lo sfogo, ma mi pare che stiamo sbeffeggiando la scala delle priorità. Insomma, torniamo a tematizzare a voce alta l’educazione. Il cristianesimo non è educazione dell’uomo integrale? Forse pensava a questo don Luigi Giussani quando, con grinta, diceva: «Mandateci in giro nudi, ma lasciateci educare!». Da parte nostra siamo disposti a mettercela tutta per reagire allo smantellamento dell’educazione. Reagire, perché non educare è come tagliare il ramo su cui siamo seduti. Reagire perché l’educazione è l’unica strada per far sì che chi nasce uomo diventi "umano".

Siamo disposti a offrire il nostro servizio per tener viva l’idea stessa di educazione che oggi pare stia scomparendo a tutto vantaggio del solo "allevamento". (Non è forse vero che oggi la gastronomia stravince sulla pedagogia?). Siamo disposti a offrire il nostro servizio perché, come non basta avere un piano per essere un pianista, così non basta avere figli per essere educatori.

Chi desidera approfondire il discorso appena iniziato; chi desidera avere proposte concrete a livello operativo, ci contatti.

Lo scrittore Herbert George Wells, terminando la sua Storia del mondo, ci avverte, senza mezzi termini: «L’epoca contemporanea è una corsa drammatica tra catastrofe ed educazione». Sta qui la ragione del nostro forte motivato appello.

don Pino Pellegrino
Consultorio pedagogico, tel. 0172.63.41.31, donpino@astegianoeditore.it,
viale Mellano 1 - 12045 Fossano (Cn)

   

  L’USO DEL CAMPANELLO NELLA MESSA

Ho 19 anni e frequento la parrocchia di un paesino. Faccio il ministrante e sono il responsabile del gruppo missionario parrocchiale. Vengo a descrivervi la situazione che da tempo si è creata all’interno della comunità parrocchiale che io frequento. Nella nostra chiesa, durante la consacrazione, fino a tempo addietro non si era mai svolto (se non in rare occasioni) il consueto "suono della campanella", tradizione che si conserva dalle nostre parti tuttora, invitando i fedeli al raccoglimento.

Un arzillo responsabile dei ministranti, nonostante che tale gesto non fosse stato mai svolto in parrocchia, ha introdotto il suono della campanella durante il momento della consacrazione. Fin qui niente da dire in quanto tale azione risulta lecita durante la celebrazione eucaristica, se non che tale suono veniva prolungato per tutto il tempo in cui il nostro sacerdote elevava l’ostia e il calice consacrati inducendo più alla distrazione che al raccoglimento. Qual è il giusto comportamento?

lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
S'uso del campanello nella messa è attestato per la prima volta nel XIII secolo al momento dell’ostensione o elevazione del pane e del vino consacrati, per richiamare l’attenzione dei fedeli quando la celebrazione eucaristica in latino rendeva assai difficile ai fedeli seguirne i vari momenti. «Esso fu adottato in un primo tempo per segnalare l’elevazione dell’ostia e venne successivamente esteso anche a quella del calice. [...] Già alla fine del XIII secolo a questo segnale dato dal campanello si univa spesso anche il suono della campana maggiore della chiesa: anche gli assenti occupati nelle case e nei campi devono in quel momento sospendere il loro lavoro, volgersi verso la chiesa e adorare il Signore nel sacramento» (J.A. Jungmann, Missarum Sollemnia II, 162).

L’uso del campanello fu esteso progressivamente anche ad altri momenti della messa quasi sempre per la stessa ragione fondamentale: annunciare ai fedeli quei momenti importanti della celebrazione che, per l’impossibilità di un’attiva e consapevole partecipazione al rito in quanto tale, sfuggivano alla maggior parte dei presenti. Pare che il suono del campanello al Sanctus, introdotto inizialmente come segnale anticipato della consacrazione, assunse in seguito anche un significato di gioia per accompagnare ed eventualmente sostituire il canto della schola, assente nella messa letta. Con questo significato invalse l’uso di suonare il campanello anche al Gloria il giovedì santo e nella veglia pasquale (cf ivi II, p. 102, nota 22).

Per la stessa ragione in alcuni luoghi il suono del campanello, unito a quello delle campane, accompagnava la lettura del vangelo (cf cit. I, p. 354, nota 117) e persino la dossologia finale del canone (cf cit. II, p. 209). Da queste testimonianze storiche emerge chiaramente che l’uso del campanello è sorto come surrogato di una partecipazione attiva che non era possibile altrimenti.

Prima della riforma conciliare del Vaticano II il suono del campanello era previsto solo al Sanctus e all’elevazione (con un segnale anticipato, ma non prescritto, al momento dell’epiclesi) e poi, ma soltanto se opportuno, al Domine non sum dignus del sacerdote per annunciare ai fedeli il momento della comunione (cf Ritus servandus VII, 8; VIII, 6). Con l’introduzione della lingua parlata e il ripristino della partecipazione attiva e consapevole, il suono del campanello non ha più alcuna seria giustificazione se non, forse, in quelle vaste assemblee all’aperto dove regna facilmente la distrazione e non solo questa.

Pertanto, nel rispetto di una lunga tradizione, le norme permettono ancora, «se opportuno», l’uso del campanello al momento dell’elevazione, non certo durante tutto il tempo dell’ostensione, ma soltanto come richiamo previo all’adorazione (cf OGMR 150). Una prassi che, per quanto lecita, potrebbe tuttavia diventare inopportuna. Infatti rischia di insinuare una minore considerazione verso le altre parti della preghiera eucaristica e verso gli altri momenti della messa, come se al di fuori della consacrazione Cristo fosse meno presente e quindi fosse lecito distrarsi e fare altro.
  

  I CATTIVI MAESTRI E I BUONI

D'accordo che il prete non deve fare propaganda elettorale: si tratta di un principio sano e costruttivo per non finire intrigato nelle contese politiche e garantire per sé e per altri una legittima libertà di scelta. I cristiani non si aspettano la salvezza dalla politica. Chi ci salva è il Signore Gesù. Egli, presente e vivo nella nostra storia attraverso la vita e l’opera della sua Chiesa è, come dice papa Benedetto, la nostra grande speranza.

Ma adesso a bocce ferme, cioè a campagna elettorale finita, si potrà almeno tirare un sospiro di sollievo; non vedremo più – o speriamo di vedere assai meno – nei tg dell’ora di pranzo e cena le facce di coloro che ci venivano a pontificare i nuovi diritti di Sodoma e Gomorra; di chi inveiva contro il Papa e la Chiesa nella pretesa di togliere loro il diritto di parola e quasi di esistenza; di chi andava a ferire il buon senso comune della gente che vive. Aberrazioni sessuali, strane combinazioni di unioni di tutti i tipi venivano proposte a modello di modernità e lanciate come nuova felicità per tutti.

Una concezione assurda di laicità che mirava a cancellare ogni espressione pubblica dei cristiani, irridendo ogni loro pronunciamento e azzerandone ogni forma di presenza, veniva proposta come formula definitiva della modernità. Il popolo semplice ha dimostrato un’imprevista saggezza, respingendo fuori dallo schermo i cattivi maestri. I quali troveranno senza dubbio altri pulpiti e altre forme per i loro proclami ma almeno non ci saranno imposti come maestri inevitabili e autorevoli. Chi vuole li seguirà e dovrà sperimentare sulla propria carne e sulla propria anima il disfacimento dell’umano.

I nostri maestri sono e restano altri: il Papa e coloro che ne seguono o almeno ne rispettano il dettato. Certamente a nessuno dovranno essere tolti libertà di pensiero e diritto di parola, ma ci si aiuti almeno a distinguere tra maestri e corruttori, tra chi ricerca pazientemente la verità e chi proclama il diritto pubblico del vizio, tra chi continua a sbagliare e a peccare per errore o per debolezza, e chi sovverte la verità scambiando i ruoli della vita.

E tuttavia nemmeno da questa svolta del fronte politico ci verrà la salvezza. Ai politici di tutti i fronti chiediamo di non impancarsi a maestri di morale pubblica o familiare o personale. Non pretendano di farci da maestri di vita, ma salvaguardino la nostra libertà e quella della Chiesa, anche nelle sue espressioni pubbliche e nel contributo che la Chiesa stessa può dare e dà alla vita degli uomini. Provvedano a creare le condizioni per il bene comune nelle sue espressioni fondamentali, come la vita stessa e la sua reale sussistenza; la famiglia e la possibilità concreta di costruirsela; la libertà di educare.

Per il contenuto della vita, della morale, della felicità, abbiamo già così buoni maestri che non ci interessa scambiarli con nessun altro.

don Angelo Busetto
Chioggia (Ve)
   

  IL NUOVO LEZIONARIO: UN BUSINESS?

Ogni tanto c’è qualche argomento che lascia perplessi e si vorrebbe arrivare a una spiegazione. L’argomento stavolta è questo: il cambiamento dei lezionari.

La prima impressione che ne ho ricavato, non da esperto, ma come semplice utente, è stata questa: possibile che anche la Chiesa segua la via del business, tanto per far spendere denaro a vantaggio ovviamente di qualcuno?... Il nostro ufficio liturgico diocesano, per la verità, ci ha dato le informazioni e delucidazioni del caso, quasi per addolcire la pillola, ma, sempre da utente profano, si nota che la differenza poi consiste in qualche parola o parafrasi, mentre il significato ovviamente è lo stesso. Allora, il gioco valeva la candela? Non entro poi nel merito dell’aspetto musicale, quando ci sono salmi o altro.

In passato inoltre non succedevano errori plateali come la prima lettera ai Romani. Questo sarà frutto di pressappochismo tecnico o precipitosità di arrivare (chissà dove?!) per cui non si può più dare tempo alla sperimentazione o alla correzione delle bozze. L’affidabilità-autorevolezza è data anche dalla precisione dei propri elementi. Errare humanum est, è vero, ma dov’è finita la sicurezza magistrale dei testi ufficiali della Chiesa?

La Chiesa ha dato quasi sempre un senso di stabilità (non staticità), e di continuità. Cosa che stimo molto perché nel culto non c’è bisogno (a mio avviso) di essere moderni (o modernisti), ma di essere compresi. E mi sembra che si fosse compresi benissimo nei testi in uso fin qui, tanto da ripetere che il gioco non valeva la candela. Ma si vede che la candela valeva per qualcuno o per qualcosa!

Chiedo scusa se sono stato un po’ duro, ma è meglio andare al sodo.

don Alfeo Costa
Dovadola (Fo)

Risponde don Silvano Sirboni.
Dall’analisi linguistica del vangelo secondo Matteo sembra che il primo annuncio nella terra di Gesù sia stato in aramaico. Il che è abbastanza ovvio: il messaggio di Dio deve essere compreso da tutti nella propria lingua come manifesta lo stesso prodigio della Pentecoste. Tutti i testi neotestamentari sono giunti a noi in greco, la lingua compresa dai principali popoli che si affacciavano allora sul bacino del Mediterraneo. Quando il cristianesimo si inoltrò nel cuore dell’impero romano la Bibbia fu tradotta in latino (la cosiddetta Vulgata, in gran parte opera di san Girolamo, IV secolo).

Questo testo riconosciuto "autentico" (= affidabile dal punto di vista dogmatico) dal concilio di Trento fu il punto di partenza di tante traduzioni in lingua italiana per l’uso privato. Tuttavia nessuna di queste traduzioni fu "ufficiale" poiché nella liturgia la parola di Dio era letta nell’unica versione latina. Il problema è sorto con la proclamazione liturgica della parola di Dio nella lingua parlata.

Per la pubblicazione dei primi lezionari nel 1972 la Cei fece propria, con qualche aggiustamento, la traduzione della Bibbia pubblicata dall’Utet nel 1965 a cura di Galbiati, Penna e Rossano. Facendo tesoro delle più recenti acquisizioni esegetiche e storiche, nel 1986 fu pubblicata la Nova Vulgata latina per l’uso liturgico, alla quale debbono fare riferimento tutte le traduzioni nelle lingue moderne.

Dopo circa 12 anni di lavoro (dal 1988 al 2000) da parte di numerosi esperti, confrontandosi anche con i testi ebraici, greci e latini, nel 2002 la nuova traduzione in lingua italiana è stata approvata dalla Cei e successivamente dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (2006).

I nuovi lezionari presentano quindi questa traduzione ufficiale per la liturgia. Mentre una lingua morta non subisce mutamenti, a parte quelli eventualmente richiesti da una più profonda verifica sui testi originali (ciò che è stato fatto per la Nova Vulgata), nella lingua viva, invece, parole ed espressioni sono soggette a un processo di invecchiamento.

Ad esempio, Luca 2,51: «Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore», nel XVIII secolo era reso con l’espressione: «Faceva conserva di tutte queste cose». Nel nuovo Lezionario troviamo ora: "custodiva". Le traduzioni in lingua parlata, per essere fedeli ai testi originali e comunicare sempre in modo comprensibile e corretto la stessa verità, devono cambiare nel corso degli anni tenendo conto dell’evoluzione del linguaggio. Cercare di essere compresi non è un’eresia modernista, ma lo stile di Gesù. Grazie a Dio, come afferma il nostro lettore, il significato resta sempre lo stesso e come tale deve essere anche chiaramente recepito da tutti. Forse, proprio la preoccupazione di restare fedelissimi ai testi originali può aver dato vita a qualche espressione un po’ contorta e che non tiene sufficientemente conto dell’aspetto musicale.

La pubblicazione e l’acquisto di nuovi libri liturgici comporta inevitabilmente un costo e assume anche una dimensione commerciale. Ma parlare di business mi pare del tutto esagerato e anche fuori luogo. D’altra parte, dopo un certo numero di anni anche i libri subiscono un processo di invecchiamento, si logorano e devono essere rinnovati in vista di una celebrazione dignitosa. Il Lezionario e in particolare l’evangeliario sono segni liturgici e oggetto di culto, si incensano e si venerano persino con il bacio.
       

  SI CERCANO SANTINI E ALTRE RICHIESTE

Carissime suore, sacerdoti, amici e amiche, vi prego non abbiate paura. Collaborate ad arricchire il mio museo del santino inviandomi santini antichi, moderni e vecchie pagelline di lutto; grazie.

sac. Marino Liberato
via Molini Idraulici, 10 80058 Torre Annunziata (Na)

Risponde don Silvano Sirboni.
Approfittiamo di questo piccolo avviso per allargare un po’ il discorso. Spesso pervengono alla nostra segreteria lettere o e-mail con richieste di vendite, offerta case e locali, inserzioni varie. Non prevedendo la nostra rivista una rubrica dove ospitare annunci a pagamento, siamo costretti a non prenderle in considerazione.
   

  ANCORA SUI "FOGLIETTI" O SUSSIDI PASTORALI

Carissimo direttore, leggo su Vita Pastorale 5/2008 l’articolo di Rinaldo Falsini sulla "Proclamazione e ascolto della Parola". Mi colpisce in particolare questa sua affermazione nella seconda colonna della pagina 42: «Giustamente sono riprovati come indegni della parola di Dio sussidi pastorali sostitutivi quali i foglietti destinati ai fedeli per la preparazione e meditazione delle letture». Non capisco come si possa affermare questo in una rivista pubblicata dalla San Paolo alla quale appartiene anche il foglietto La Domenica.

don Antonio Manna
Roma

La risposta più pertinente e fondata alla sua domanda l’ha già data don Sirboni alle pagine 12-13 dello stesso numero di maggio della nostra rivista, richiamando il contesto storico – assai diverso dall’attuale – che ha visto nascere i vari "foglietti". Possiamo solo aggiungere – perché ne avevamo parlato con il carissimo e compianto padre Falsini (a cui abbiamo dedicato un ricordo nelle pp. 32-37 di questo mese) – che l’intervento di don Sirboni riguardava la proclamazione delle letture durante un rito liturgico: è bene che esse vengano declamate unicamente con l’ausilio dei lezionari ufficiali a ciò destinati, e non (come purtroppo si vede spesso) su foglietti sparsi o altri libri vaganti.
   

  Da questo numero firma la nostra rivista don Giuliano Censi. I superiori della Società San Paolo hanno voluto alleviare don Antonio Rizzolo dai diversi impegni che ricopriva lasciandolo direttore di Letture e di Gazzetta d’Alba. Attualmente è anche, per il secondo mandato, vicepresidente nazionale della Fisc. Don Rizzolo resta comunque coordinatore editoriale di Vita Pastorale, la Domenica e Madre di Dio. A don Antonio va la nostra e vostra gratitudine, mentre a don Giuliano rivolgiamo l’augurio più fervido per il nuovo impegno di continuare sulla linea storica – voluta dal beato don Giacomo Alberione – di Vita Pastorale: uno strumento di formazione e informazione semplice e sicuro per coloro che sono impegnati quotidianamente nell’attività pastorale, in ascolto dei parroci. Buon lavoro e buon cammino insieme!

L’Editore
     

Si invitano i lettori a inviare lettere stringate ed essenziali. La direzione non pubblica quelle che arrivano anonime o senza indirizzo anche se, su richiesta, si può omettere la firma. La redazione è fornita di indirizzo postale, fax ed e-mail

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