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GLI EROI DELLA FEDE / 4

Una recente querelle su Padre Pio

di SAVERIO GAETA
   

   Vita Pastorale n. 3 marzo 2008 - Home Page Santo o impostore? I sospetti sull’autenticità delle stimmate del frate di Pietrelcina, canonizzato da Giovanni Paolo II nel 2002, circolavano già novant’anni fa e sono stati riproposti di recente dallo storico Sergio Luzzatto in un libro e nel corso di un dibattito televisivo. Ma l’esame più accurato di tutta la documentazione disponibile ha confermato che lo storico si è sottratto ai necessari approfondimenti e alle opportune verifiche richieste dalle insinuazioni avanzate. Vediamo più da vicino.
  

Improvvisamente, nello scorso ottobre, un articolo a tutta pagina sul Corriere della Sera, intitolato "Padre Pio, il giallo delle stigmate", provocò una scossa sia fra i devoti sia fra gli oppositori del santo di Pietrelcina. All’origine della polemica, che per diverse settimane tenne banco sui mass media, un sospetto risalente a ben novant’anni fa: il frate stimmatizzato si sarebbe procurato le ferite della Passione di Cristo mediante l’utilizzo di sostanze chimiche chieste segretamente a una farmacista di Foggia. A rilanciare l’accusa era stato lo storico torinese Sergio Luzzatto, autore di un libro pubblicato da Einaudi, il quale durante alcuni dibattiti radiotelevisivi con me e con il vaticanista Andrea Tornielli ci apparve però in difficoltà nel sostenere ragionevolmente quanto affermato nel suo testo. Di qui il proposito condiviso di andare in fondo alla questione, rileggendo tutti i documenti raccolti durante il processo di canonizzazione del cappuccino e ponendoci alla ricerca di nuove prove. Il risultato è stato quello che ci attendevamo, con la soluzione di qualsiasi contestazione e la conferma della nostra intuizione che lo storico si era in effetti sottratto ai necessari approfondimenti e alle opportune verifiche che le gravissime – e infondate – insinuazioni da lui proposte avrebbero richiesto.

Ovviamente in un solo articolo non è possibile esporre integralmente l’analisi proposta nel volume Padre Pio, l’ultimo sospetto (Piemme 2008, pp. 240, € 14,90), dove abbiamo smontato le affermazioni apodittiche, le omissioni e le analisi approssimative che purtroppo si riscontrano in Luzzatto. Ma è almeno possibile un sintetico sguardo sui principali interrogativi, a partire dalla testimonianza resa a monsignor Salvatore Bella, vescovo di Foggia, dalla farmacista Maria De Vito e da suo cugino Valentino Vista nel luglio del 1920, a due anni da quel 20 settembre 1918 in cui Padre Pio aveva ricevuto le stimmate mentre stava pregando nel coro del convento.

Lettera di Padre Pio alla farmacista Maria De Vito con la richiesta di 4 grammi di veratrina.
Lettera di Padre Pio alla farmacista Maria De Vito con la richiesta di 4 grammi di veratrina.

L’enigma dell’acido fenico

Il farmacista Vista denunciò che la cugina, tornando da San Giovanni Rotondo, «mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell’acido fenico puro, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, datale da Padre Pio stesso». Leggiamo immediatamente la deposizione di Maria De Vito, allegata anch’essa al faldone conservato nell’Archivio della Congregazione per la dottrina della fede: «Mi consegnò personalmente una boccettina vuota, richiedendomi che gliela facessi pervenire a mezzo dello chauffeur che prestava servizio nell’autocarro passeggeri da Foggia a S. Giovanni, con entro quattro grammi di acido fenico puro, spiegandomi che l’acido fenico serviva per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi di cui era maestro». Nel fascicolo si trova un biglietto autografo di Padre Pio nel quale è scritto fra l’altro: «Ho bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per sterilizzare».

Emergono immediatamente diverse perplessità, a partire dal motivo per cui Padre Pio diede alla De Vito il biglietto. Lo storico suggerisce che era per il timore di non poter comunicare a tu per tu: ma se le ha consegnato la boccettina è evidente che le ha potuto parlare. E questo è il primo mistero. Il secondo mistero è relativo alla quantità di acido fenico chiesta dal cappuccino: nel bigliettino di Padre Pio si legge «da duecento a trecento grammi», la dichiarazione giurata della De Vito afferma «quattro grammi», il rapporto del cugino farmacista asserisce che gli è stata presentata «una bottiglietta della capacità di un cento grammi». Non risulta strano che Padre Pio chiede almeno duecento grammi e dà una boccetta che ne contiene appena cento?

Ancora un nuovo mistero: nel bigliettino non c’è alcun riferimento alla segretezza della richiesta, asserita dalla De Vito e dal cugino. Ma Padre Pio, per la consegna "in segreto" della sostanza, dice nel suo biglietto di far riferimento allo chauffeur del servizio automobilistico Foggia-San Giovanni Rotondo. Con tutto il rispetto per l’autista, non sembrerebbe la persona più adatta a svolgere una qualsiasi attività "segreta", visto che su quell’autobus passavano e chiacchieravano tutti i sangiovannesi.

Procediamo con l’analisi della provocazione lanciata da Luzzatto: «Se davvero Padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perché mai procedeva in maniera così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico dei cappuccini, trasmettendo l’ordine in segreto alla cugina di un farmacista amico, e coinvolgendo nell’affaire l’autista del servizio pullman tra Foggia e San Giovanni Rotondo?».

Non è occorso troppo sforzo per trovare alcune possibili risposte. Innanzitutto in quei mesi anche a San Giovanni Rotondo si continuava a vivere nel clima di paura per l’epidemia influenzale spagnola, che rendeva necessaria una accurata disinfezione delle siringhe. Si può dunque ragionevolmente ipotizzare che episodicamente sostanze antisettiche come l’acido fenico mancassero nel paese e fosse perciò necessario dirigersi verso il capoluogo. Ce lo documenta la testimonianza di padre Ignazio da Jelsi a riguardo dell’intervento chirurgico che Padre Pio subì nel 1925 all’ernia: nonostante si fosse in anni ormai meno disagiati rispetto a quelli dell’immediato dopoguerra, la sera precedente l’operazione mancava la novocaina e si dovette andare a Foggia per procurarla. Un’altra ipotesi realistica è il desiderio di Padre Pio di non gravare sulle casse della comunità, in quanto, chiedendolo alla De Vito, egli sapeva che il materiale gli sarebbe giunto gratuitamente.

È opportuno aggiungere che mai, in ogni caso, l’acido fenico avrebbe potuto causare e mantenere le profonde lesioni del frate, che i medici Luigi Romanelli e Giorgio Festa avevano potuto osservare accuratamente, riscontrandone la profondità, come un foro che attraversava mani e piedi, ricoperto soltanto da una membrana di pelle e di croste sanguigne. A riprova, leggiamo qualche autorevole testo dei nostri giorni: il vademecum Martindale attesta che «severo o fatale avvelenamento può verificarsi per l’assorbimento di fenolo attraverso la pelle o le ferite [e] soluzioni contenenti fenolo non devono essere applicate su vaste aree della pelle o ampie ferite poiché può essere assorbito sufficiente fenolo da dare luogo a sintomi tossici», mentre il prontuario Effetti indesiderati da farmaci chiarisce che l’acido fenico «a livello cutaneo può provocare necrosi coagulativa superficiale», ossia non favorisce ma blocca l’emorragia sanguigna. Nessun dubbio: l’uso continuato dell’acido fenico sulla pelle, anche soltanto per qualche mese, avrebbe causato danni irreparabili ed evidentissimi (figuriamoci per un cinquantennio!).

La voce "veratrina" in Medicamenta, specie di "bibbia" dei farmacisti.
La voce "veratrina" in Medicamenta, specie di "bibbia" dei farmacisti.

Una richiesta di veratrina

Passiamo alla seconda presunta "bomba", sempre attraverso la citazione del rapporto del farmacista Valentino Vista: «Dopo poco tempo dalla richiesta dell’acido fenico venne una seconda richiesta. [...] Appena la lessi mi venne il sospetto che i 4 grammi di veratrina richiesti da Padre Pio servissero al medesimo per procurarsi o rendere più appariscenti le stigmate alle mani». Considerate tali esplicite accuse, il visitatore apostolico Carlo Raffaello Rossi – inviato a San Giovanni Rotondo dal Sant’Uffizio – mise alle strette il cappuccino nell’interrogatorio del 15 giugno 1921: «Interr. Se abbia richiesto in passato la veratrina, e per quale scopo. Risp. Sì, lo ricordo benissimo. La richiesi, senza conoscerne neppur l’effetto, perché il p. Ignazio Segretario del Convento, una volta mi dette una piccola quantità di detta polvere per metterla nel tabacco e allora io la ricercai più che altro per una ricreazione, per offrire ai Confratelli tabacco che con piccola dose di questa polvere diviene tale da eccitare subito a starnutire».

Qual è stato il commento dello storico a tale riguardo? Nel suo libro ha sostenuto «la scarsa verosimiglianza di giustificazioni come queste», mentre in televisione ha affermato con tono sarcastico che «le spiegazioni che lui dava erano delle volte sorprendenti». Era sufficiente invece recarsi in biblioteca e consultare il volume Medicamenta. Guida teorico-pratica per sanitari, una specie di "bibbia" per i farmacisti, che già nell’edizione del 1914 propone folgoranti parole che tramortiscono le irrisioni di Luzzatto: «La veratrina del commercio è una polvere [...] assai irritante per le mucose e starnutatoria. [...] Polvere bianca, leggera, che irrita la congiuntiva ed eccita violentemente lo starnuto. [...] Fiutata provoca sternuti, lacrimazione e catarro nasale, spesso anche tosse».

Insomma, Padre Pio aveva pienamente ragione: in sostanza era qualcosa di simile a quelle polverine che prudevano e facevano starnutire, utilizzate ancora dai ragazzi degli anni Settanta a Carnevale! E che lo storico abbia "annusato" la verità ma abbia bellamente fatto finta di nulla ce lo documenta la colpevole assenza nel suo libro della testimonianza sotto giuramento di padre Ignazio da Jelsi, sempre dinanzi al vescovo Rossi: «La veratrina ce l’ho. In un altro Convento avevamo farmacia per la Comunità, numerosissima. Un farmacista me ne dette un grammo e ne conservo. Una sera, scherzando con i confratelli, feci provare che effetto produce avvicinandola al naso. Ne prese anche P. Pio e bisognò che andasse in cella perché non cessava dallo starnutire».

La scoperta di... "filmine", ovvero bobine audio

Fra le tante vicende che Tornielli e io abbiamo accuratamente chiarito nel nostro libro ci sono i sospetti lanciati dal medico Amico Bignami, che non tornò mai più a occuparsi di Padre Pio dopo che un esperimento da lui proposto era stato effettuato con esito del tutto favorevole al frate, e le false affermazioni di padre Agostino Gemelli, il quale per avvalorare alcune sue incaute parole si vantò di una visita alle stimmate del cappuccino mai avvenuta. Ma abbiamo messo in luce anche quanto siano ingannevoli le accuse di Luzzatto a riguardo del clerico-fascismo attribuito a Padre Pio, a partire fra l’altro da una sua mistificatoria ricostruzione del cosiddetto "eccidio di San Giovanni Rotondo", dove lo storico non prova vergogna nel cancellare la memoria del carabiniere Vito Imbriani, il cui assassinio scatenò la reazione dei commilitoni contro un corteo di socialisti.

A un’ultima questione è però essenziale accennare qui: il giudizio tagliente di papa Roncalli che, ai tempi della "visita Maccari" nel 1960, giunse al punto da definire Padre Pio un «idolo di stoppa». Il suo fedele segretario, l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla, ha recentemente dichiarato che «da parte di Giovanni XXIII non c’era alcun pregiudizio: erano gli uffici a trasmettere notizie negative su quanto avveniva a San Giovanni Rotondo e il Papa non poteva che prenderne atto». La vicenda più delicata fu quella relativa ai nastri su cui erano incisi i colloqui del cappuccino con alcune penitenti, abusivamente registrati per iniziativa del monsignore romano Umberto Terenzi in collaborazione con due frati del convento.

Chi ha letto il testo di Luzzatto si è trovato di fronte a una delle situazioni più incresciose, a partire dal titoletto dato al paragrafo nel quale viene narrata la vicenda: "Le ghiottonerie e le filmine". Con quest’ultima parola lo storico si riferisce a un appunto manoscritto nel quale Giovanni XXIII annotò «la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona». L’inciso «se sono cose vere quelle che vengono riferite» è superato di slancio dallo storico, il quale non ha il buon gusto, né sente il dovere morale, di chiarire da qualche parte che si tratta di bobine registrate e non di pellicole audiovisive.

Ciò che in realtà era accaduto aveva invece i caratteri del malinteso, seppur grave oltre ogni limite. Occorre infatti considerare che il cardinale Domenico Tardini, segretario di Stato vaticano, aveva chiamato per telefono monsignor Loris Capovilla e lo aveva invitato «a scendere nel suo appartamento per prendere le bobine delle "registrazioni" e farle ascoltare al Papa. Papa Giovanni non volle, dicendo che tutta la vicenda era in mano ai responsabili del S. Officio: esaminassero in coscienza». Nel descrivere l’oggetto, il cardinale Tardini utilizzava impropriamente il termine "films", volendo intendere le grandi bobine magnetiche dell’epoca, mentre Roncalli aveva interpretato il termine come "filmati". A documentare l’equivoco ci resta il dettagliato appunto manoscritto, preparato da Tardini per la riunione del Sant’Uffizio del 13 luglio 1960, nel quale fra l’altro si legge che «allo stato attuale della documentazione, sia le lettere delle fedelissime, sia i films non costituiscono la prova di vere e proprie colpe».

Saverio Gaeta
   

Per saperne di più

Copertina del volume.Il volume di Saverio Gaeta e Andrea Tornielli si intitola Padre Pio, l’ultimo sospetto. La verità sul frate delle stimmate (240 pagine, con inserto di 8 tavole fotografiche, € 14,90) ed è in questi giorni in libreria per le edizioni Piemme. Oltre alle tematiche già descritte nell’articolo, vi si trovano tutte le relazioni dei dottori che esaminarono le lesioni del cappuccino, insieme a una ricognizione delle valutazioni di scienziati e medici a riguardo delle stimmate.

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