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Dal ’500 al Vaticano II

Se ne proibì la lettura,
oggi è un bestseller

di ENZO BIANCHI
   

   Vita Pastorale n. 11 novembre 2007 - Home Page

Della Bibbia, letta e compresa da pochissime persone, nel ’500 furono vietate le traduzioni in lingua volgare. Fu sostituita pian piano dal catechismo e dalla predicazione, per altro staccata dalla parola di Dio. Bisognerà attendere il concilio Vaticano II per un cambiamento radicale.

«Per la prima volta in Francia la Bibbia è diventata un successo editoriale. Solo dieci anni fa, ai rari cattolici curiosi di questo libro, certamente ispirato, ma che godeva di cattiva fama, vi era un unico editore che lo offriva. Il formato, lo stile e il prezzo erano tutti indigesti e l’offerta non faticava a soddisfare la domanda». Così si esprimeva padre Louis Bouyer nel 1956.

In un saggio sulle "Tendenze attuali nell’uso e nell’interpretazione della Bibbia" (in Fabris R., vedi bibl., 1992, pp. 247-291), Giuseppe Betori affermava: «La Dei Verbum con le sue acquisizioni chiudeva secoli di emarginazione della Bibbia dal tessuto vivo della Chiesa, liberava l’interpretazione dalle strettoie cui era condannata dal predominio del dato dogmatico, riapriva il dialogo ecumenico, rispondeva agli interrogativi posti dalle scienze».

Se padre Bouyer, facendo il punto sul movimento biblico, si riferiva allo status della Bibbia in Francia alla metà degli anni cinquanta, monsignor Betori parlava del frutto ecclesiale più maturo prodotto (anche) dal movimento biblico: la Costituzione dogmatica Dei Verbum del concilio Vaticano II. Ma allora, qual era la situazione della Bibbia nel mondo cattolico nell’epoca precedente?

Il punto di partenza a cui volgersi è il tornante decisivo rappresentato dall’invenzione della stampa a caratteri mobili che sfornò come primo prodotto, alla metà del XV secolo, proprio una Bibbia. Da una civiltà, e un cristianesimo, sostanzialmente orale, emerse la possibilità di isolare la Bibbia come oggetto a sé stante – un libro, appunto –, che poteva godere di un’ampia diffusione, finire nelle mani dei singoli ed essere separato nella liturgia e nello studio. Questo isolamento della Scrittura dalla tradizione rappresentava una novità assoluta soprattutto per le masse dei semplici cristiani che da sempre ricevevano la Scrittura attraverso la predicazione e la liturgia.

Non va però dimenticato che, ancora nei primi trent’anni del XVI secolo, i tempi di produzione di una Bibbia a stampa (si calcola che una tiratura della Bibbia in mille esemplari occupasse un intero anno di lavoro di uno stampatore), i costi, il formato (numerosi volumi), facevano sì che essa fosse essenzialmente a uso di monasteri e conventi e di qualche ricco signore, non certo diffusa a livello popolare. Inoltre, agli inizi si stamparono soprattutto versioni parziali o diluite della Bibbia stessa (Passiones Christi, armonie evangeliche, ecc.).

Lo spirito filologico dell’Umanesimo condurrà a edizioni della Bibbia in lingua originale (si pensi alla prima edizione critica del Nuovo Testamento del 1516 a opera di Erasmo) e la Riforma protestante farà del ritorno alla Bibbia, all’autorità della Scriptura sola, un proprio caposaldo. Umanesimo e Riforma favoriranno la diffusione della Bibbia in tutto il popolo cristiano mediante traduzioni che la rendessero accessibile a chiunque.

Come reagì la Chiesa cattolica a questi movimenti?

L'entrata di Gesù in Gerusalemme.
L’entrata di Gesù in Gerusalemme
(foto Giuliano Censi).

La Vulgata e il problema delle traduzioni in volgare

Il concilio di Trento, affermando l’autenticità della versione latina Vulgata, ne stabilì il predominio di fatto e di diritto. L’intento poi del Concilio «che non venga trascurato il tesoro celeste dei libri sacri, che lo Spirito Santo ha dato agli uomini con somma liberalità» (Sessione V, 17 giugno 1546), fu di fatto neutralizzato dall’estrema riserva con cui il Concilio stesso si espresse sulle traduzioni in lingua volgare, unico mezzo per consentire veramente l’accesso popolare alla Bibbia.

Già prima del concilio di Trento esisteva qualche traduzione cattolica in lingua volgare (per esempio in Germania la Bibbia di J. Dietenberger e il NT di H. Emser). Il problema che si pose a Trento (e in genere sempre, anche dopo, nel cattolicesimo) non fu dogmatico, ma disciplinare; si discusse non tanto sul principio della traduzione in sé, quanto sulla sua utilità, sui pericoli che ne potevano derivare. A Trento si confrontarono posizioni opposte, come quelle del cardinale Pacheco che vedeva nelle traduzioni bibliche l’origine di ogni eresia, e quella del cardinale Madruzzo, di Trento, che proponeva la versione della Vulgata nelle lingue di ogni popolo.

Lo scontro fu essenzialmente tra chi, invocando la necessità di non dare le perle ai porci, riteneva che la Bibbia non dovesse finire nelle mani di bambini, donne e ignoranti (per i quali era sufficiente la predicazione, anche perché la cattiva lettura della Bibbia produce sempre eresie) e quanti invece sostenevano che i laici non erano porci e che le eresie erano normalmente opera di dotti.

Il problema delle traduzioni trovò una soluzione con la promulgazione dell’Indice di Pio IV, promulgato nel 1564, la cui IV regola recita: «In linea generale è proibita ai laici la lettura della Sacra Scrittura in traduzioni moderne. Risulta chiaramente dall’esperienza, infatti, che, se si consente a chiunque di leggere la Scrittura nelle lingue volgari, ne conseguono più danni che vantaggi, a causa della temerarietà degli esseri umani. Soltanto in casi eccezionali precisamente regolamentati i vescovi e gli inquisitori possono accordare delle dispense da questa norma. È prevista una sanzione anche per i tipografi».

Questa regola sarà resa ancora più dura da Sisto V nel 1590 e da Clemente VIII nel 1596, il quale ritirò «a vescovi, inquisitori e superiori regolari il potere di permettere di acquistare, leggere o possedere delle Bibbie in lingua volgare», riservandolo alla Santa Sede.

Le cose rimasero così almeno fino alla metà del XVIII secolo, quando fu concessa la possibilità di riferirsi a versioni bibliche autorizzate e annotate. Ma la regola IV dell’Indice di Trento restò in vigore e veniva riprodotta nell’intestazione della lista, sempre aggiornata, dei libri proibiti. E anche quando il riferimento alla IV regola non fu di fatto più attivo, il problema si spostò sul piano pastorale e significò che ogni parroco o confessore si sentiva responsabile di vigilare sulle letture dei suoi parrocchiani o dei suoi penitenti.

Ancora nel XIX e XX secolo l’atteggiamento diffuso è quello "prudente" ispirato all’idea che la lettura della Bibbia non sia necessaria alla salvezza, che spesso sia nociva e non vantaggiosa e che dunque sia meglio trasmettere ai fedeli il messaggio biblico attraverso le vie indirette della predicazione e del catechismo.

La situazione che si produsse, di profonda ignoranza biblica dei fedeli cattolici, è ben espressa dalle parole che Henri Lasserre pronunciò nel 1887: «Il libro che Dio ha posto tra i fondamenti della Chiesa è letto in realtà molto raramente anche da coloro che si professano cattolici ferventi e non è assolutamente mai letto dalla moltitudine dei fedeli. La maggior parte dei figli della Chiesa conoscono del libro divino soltanto i frammenti, senza ordine logico né cronologico, che passano alla messa domenicale, e non ne ricordano che le citazioni particolari che più spesso ricorrono sulle labbra dei predicatori. Non crediamo di esagerare presumendo che, in media, non vi siano più di tre fedeli per parrocchia che vadano oltre queste misere e vaghe nozioni. Contrasto stupefacente e doloroso: pur continuando ad essere il libro più illustre, il Vangelo è diventato un libro ignorato».

Comprendiamo il grido di lamento levato agli inizi del XX secolo (1902) dal vescovo di Laval, monsignor Geay: «Ciò che oggi ci manca è il Vangelo! La nostra decadenza cristiana non ha altra causa. Non leggiamo più il Vangelo, il Vangelo non è più conosciuto [...]. Questo libro è scomparso dalle nostre mani».

Nel periodo che prendiamo in esame, la Bibbia appare così un libro riservato al clero e i semplici fedeli vi hanno solo un accesso indiretto, mediato dalla liturgia, dalla predicazione e dal catechismo.

Gesù è presentato al tempio (il tavolo somiglia al nostro altare).
Gesù è presentato al tempio (il tavolo somiglia al nostro altare
- foto Giuliano Censi).

La liturgia

Nella liturgia la Bibbia viene letta nel latino della Vulgata: essa soltanto, stabilisce il concilio di Trento, «deve essere considerata come autentica nelle pubbliche letture, nelle dispute, nella predicazione» (Sessione IV, 8 aprile 1546). Sempre a Trento si decide di non celebrare in lingua volgare: «Anche se la messa contiene abbondante materia per l’istruzione del popolo cristiano, tuttavia non è sembrato opportuno ai padri che essa fosse celebrata nella lingua del popolo [...]. Tuttavia, perché le pecore di Cristo non muoiano di fame, [...] il santo sinodo comanda ai pastori [...] di spiegare frequentemente, durante la celebrazione delle messe, [...] qualche cosa di quello che si legge nella messa» (Sessione XXII, 17 settembre 1562).

La lingua latina, normalmente non compresa dal fedele, e che domina la liturgia fino al Vaticano II, appare così un ostacolo all’interiorizzazione e al dispiegarsi dell’efficacia della parola di Dio nel cuore del credente per fecondarne l’azione e l’impegno.

In particolare, va rilevata la scarsità e la ripetitività delle letture bibliche con cui la liturgia romana, fin dal Missale Romanum promulgato da Pio V nel 1570, nutriva i fedeli. Ancora prima del Vaticano II e della riforma liturgica il corpus scritturistico presente nelle messe, che si ripeteva identico ogni anno, consentiva a un praticante che frequentava la messa domenicale e le grandi feste, di venire a contatto con un numero irrisorio di testi dell’AT e con una proporzione di passi del NT che è stata calcolata nella misura del 13% del totale del NT (tra l’altro con grandi disparità nella presenza dei diversi libri neotestamentari). «La frequente ripetizione degli stessi brani conferiva un carattere di monotonia, e la maggioranza dei partecipanti ignorava gran parte della Sacra Scrittura, ivi comprese pericopi importanti per una comprensione globale del messaggio biblico» (Réginald Grégoire).

La predicazione

Il concilio di Trento ha prescritto la predicazione del Vangelo, «dovere principale dei vescovi» (Sessione V, 17.6.1546; Sessione XXIV, 11.11.1563), come strumento per la salvezza dei fedeli. Si tratta di «esporre le Sante Scritture e la legge divina nelle proprie chiese, personalmente o mediante persone assunte per la predicazione». Si esortano anche i vescovi ad ammonire il popolo affinché si rechi nella parrocchia «per ascoltare la parola di Dio» e ad assicurarsi che almeno alla domenica e nei giorni festivi i bambini «siano diligentemente istruiti, da chi ne ha il dovere, nei rudimenti della fede» (Sessione XXIV, 11.11.1563).

Se in questo modo si intendeva reagire alla deriva fantasiosa e burlesca della predicazione verificatasi tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500, tuttavia la serietà dell’annuncio viene spesso sommersa e sostituita dagli artifici dell’oratoria. In ogni caso la predicazione nei secoli dal ’500 in poi, pur non essendo scissa in modo assoluto dalla Scrittura, è stata essenzialmente tematica e centrata sulle verità dottrinali, sui comandamenti della Chiesa e i sacramenti, sui fini ultimi dell’uomo, su vizi e virtù...

La Scrittura, situata in posizione ancillare nei confronti della dottrina, è stata piuttosto intesa come arsenale da cui trarre frasi e citazioni per appoggiare una tesi o un discorso. Vissuta ordinariamente nell’omelia liturgica domenicale e festiva, straordinariamente nei "tempi forti" di Avvento e Quaresima e poi nelle cosiddette "missioni" parrocchiali, la predicazione ha spesso conosciuto i toni apologetici (per esempio nel ’700 contro gli spiriti illuministi), ha rivestito carattere sociale e politico (in particolare nel ’700 e nell’800), soprattutto è stata traversata da toni morali e moralistici distanti dalla Scrittura.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo essa appare segnata da una pietà sentimentale dominata dalla contemplazione dei "misteri" della vita di Cristo oppure dalla devozione nei confronti del Sacro Cuore, di Gesù sacramento, di san Giuseppe, della Vergine, dell’eucaristia... I riferimenti biblici sono frammentari e spesso aneddotici: il peccato originale, Mosè salvato dalle acque, le avventure di Sansone, l’adulterio di Davide, Giona nel ventre del pesce diventano moniti o esempi moraleggianti che tendono a edificare più che a nutrire la fede.

Se Leone XIII, nella Providentissimus Deus (1893) dovrà richiamare coloro che «improvvidamente» predicano «servendosi quasi esclusivamente di parole di scienza e di prudenza umana», costruendo così delle prediche che, «per quanto appoggiate sullo splendore dello stile, riescono fiacche e fredde, perché mancanti del fuoco della parola di Dio», occorrerà arrivare al concilio Vaticano II per un rinnovamento radicale della predicazione in senso evangelico e scritturistico: «È necessario che tutta la predicazione ecclesiastica sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura» (DV 21).

Una citazione aneddotica dai vangeli apocrifi: Gesù dà la vita agli uccelli d'argilla.
Una citazione aneddotica dai vangeli apocrifi: Gesù dà la vita agli uccelli d’argilla
(foto Giuliano Censi)..

Il catechismo

Strumento privilegiato di accesso al messaggio della Scrittura sarà, secondo il concilio di Trento, il catechismo, che è stato definito «l’invenzione pedagogica più geniale del 1500» (Elisabeth Germain). Nel 1566, benedetto dall’interesse e dalla protezione del cardinale Borromeo, viene pubblicato il Catechismo ad parochos (o Catechismo romano). Strutturato in quattro parti che costituiscono i luoghi basilari della dottrina cristiana (il Simbolo degli Apostoli; i Sacramenti; il Decalogo; il Padre nostro), esso intende mediare per il credente la conoscenza di tutto ciò che è necessario per la sua vita di fede.

Il catechismo è il mezzo di insegnamento che ha dominato la vita parrocchiale nei secoli successivi. Di fatto la tendenza dottrinale si è sempre più imposta oscurando decisamente l’ispirazione scritturistica: così, ad esempio, nelle Dottrine (catechismi) del Bellarmino (1597-1598), dove i riferimenti alla Scrittura sono molto rari. Non stupisce che nel 1823 il vescovo di Lodi, Alessandro Maria Pagni, possa affermare: «Il Catechismo è un libro che serve al popolo ormai invece della Bibbia. Tanto basta per lui».

Forme tipiche di catechismo ispirate alla Bibbia sono stati i catechismi storici e le "storie sacre", sorte di compendi di narrazioni ed eventi biblici, spesso molto più ricche e originali nel mondo francese (dei secoli XVII e XVIII) e tedesco (dei secoli XVIII e XIX) che in quello italiano, piuttosto arretrato.

In sintesi, nell’ambito catechetico la Bibbia appare sostanzialmente sottomessa alla catechesi: non è un testo che si accoglie per ciò che è lasciandosi plasmare e formare da esso, ma un pretesto per un sermone tematico o per un insegnamento di altro tipo.

A partire da questo sfondo, così rapidamente e parzialmente riassunto, basta rileggere la Dei Verbum, per comprendere la capacità del testo conciliare di impostare con fiducia e coraggio un rapporto tra Scrittura e Chiesa, tra Bibbia e credente, tale che veramente «il tesoro celeste dei libri sacri, che lo Spirito Santo ha dato agli uomini con somma liberalità, non venga trascurato» (concilio di Trento, Sessione V, 17.6.1546).

Enzo Bianchi,
priore di Bose
 
   

Bibliografia

Fabris R. (a cura), La Bibbia nell’epoca moderna e contemporanea, Dehoniane 1992, Bologna; Bedouelle G. - Roussel B. (sous la direction de), Le temps des Réformes et la Bible (Bible de tous les temps 5), Beau-chesne 1989, Paris; Armogathe J.-R. (sous la direction de), Le grand siècle et la Bible (Btt 6), Beauchesne 1989, Paris; Belaval Y. - Bourel D. (sous la direction de), Le siècle des Lumières et la Bible (Btt 7), Beau-chesne 1986, Paris; Savart C. - Aletti J.-N. (sous la direction de), Le monde contemporain et la Bible (Btt 8), Beauchesne 1985, Paris.

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