Periodic San Paolo - Home Page
Le nostre liturgie

La riforma liturgica da Pio XII a Paolo VI

di RINALDO FALSINI
   

   Vita Pastorale n. 10 ottobre 2007 - Home Page Al fine di una migliore comprensione torniamo indietro negli anni, per capire la genesi della riforma liturgica.
  

Il motu proprio Summorum Pontificumdi Benedetto XVI con la Lettera ai vescovi (7 luglio), liberalizzando l’uso del Messale di san Pio V e la liturgia preconciliare, ha provocato un comprensibile sconcerto e preoccupazione. La posizione assunta dalla nostra rivista con l’intervento del vescovo di Alba, monsignor Sebastiano Dho, sulla valorizzazione del Messale di Paolo VI nella celebrazione e nell’approfondimento della sua ricchezza spirituale e teologica, ci spinge a proseguire su questa strada. L’autorità pontificia e la finalità di «riconciliazione interna nel seno della Chiesa» ci inducono ad allargare lo sguardo.

Ci sembra particolarmente utile la collocazione del Messale di Paolo VI nella vita della Chiesa: nel periodo che lo precede, nella sua realizzazione e nella sua attuale prospettiva.

Papa Paolo VI durante una celebrazione del concilio Vaticano II.
Papa Paolo VI durante una celebrazione del concilio Vaticano II.

1 Fase preliminare. Paolo VI nella Costituzione apostolica di promulgazione, dopo il richiamo al Messale Romano promulgato nel 1570 da san Pio V per ordine del concilio di Trento, dichiara che «da quando si è sviluppato e diffuso nel popolo cristiano il movimento liturgico che, secondo l’espressione del Nostro Predecessore Pio XII [...] deve essere considerato come un segno della provvidenziale disposizione di Dio per gli uomini del nostro tempo, un passaggio salutare dello Spirito Santo nella sua Chiesa [...], si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite». Quindi prosegue: «Primo passo di tale riforma è stata l’opera [...] di Pio XII, con la riforma della Veglia pasquale e del Rito della Settimana Santa».

L’idea di una riforma liturgica, in ripresa di quella iniziata da Pio X nel 1914 e poi bruscamente interrotta a causa della Prima guerra, fu di Pio XII che in un’udienza del 10 maggio 1946 espresse al cardinale Salotti il vivo desiderio di riesaminare il vecchio programma di riforma. La sezione storica della Congregazione dei riti fu incaricata di redigere un progetto generale raccolto poi nel volume Memoria sulla Riforma liturgica, un grande volume in ottavo di 318 pagine (più gli indici), stampato in 300 esemplari dalla Poliglotta Vaticana nel 1948. In pari tempo veniva costituita la Commissione per la riforma liturgica, detta Piana (guidata dal prefetto e dal segretario con il relatore F. Antonelli e il vice T. Löv, il cardinale A. Bea, ecc.), perché iniziasse i lavori che culminarono con l’anticipo sperimentale della Veglia pasquale del 1951 e quindi nell’Ordo della Settimana Santa del 1955, promulgato con il decreto Maxima redemptionis nostrae mysteria (16 novembre 1955). Meriterebbero di essere segnalati i criteri seguiti per il nuovo ordinamento cominciando dall’orario per far partecipare i fedeli alle proposte di verità, autenticità, dottrina e vivo senso pastorale.

Ecco una sintesi di sapore conciliare: «Poiché la liturgia è un organismo vivente, come la Chiesa stessa che è sempre antica e sempre nuova, così la liturgia che è manifestazione continua della sua vitalità religiosa, non può essere qualcosa di pietrificato, ma deve svilupparsi come di fatto si è poi sviluppata, in linea parallela con tutte le altre manifestazione vitali della Chiesa».

Presentando il nuovo Ordo al Congresso internazionale di Assisi (1956), padre Antonelli affermò che «la riforma della Settimana Santa è da considerarsi come l’atto più importante nella storia della liturgia da san Pio V ad oggi» (Falsini R., "La Settimana santa dalla Riforma di Pio XII al Messale di Paolo VI", ne La Settimana Santa, liturgia e pietà popolare. Atti del Convegno liturgico-popolare, Palermo 1995, pp. 11-29).

Accanto all’Ordo della Settimana Santa sul mistero di Cristo (percorrendo la raccolta di Braga C. - Bugnini A., Documenta ad instaurationem liturgicam spectantia, 1933-1963, Roma 2003, inseriti nel Messale di Pio V entro il 1962) incontriamo nel medesimo Messale del 1962 due grandi orientamenti per la riforma conciliare: la partecipazione attiva dei fedeli e l’uso della lingua "vernacola" per le letture bibliche della messa e del rituale.

Questa seconda concessione è offerta dalla Santa Sede alle diocesi della Gallia, della Germania, dell’America Centrale, ecc., mentre il principio della partecipazione appare nella sua pienezza di significato nell’Istruzione sulla Musica sacra e sulla sacra liturgia (n. 3187, 1958): «La messa per sua natura postula che tutti i fedeli secondo il modo loro proprio a essa partecipino». Anzitutto la partecipazione deve essere interna, si aggiunge anche esterna (atteggiamenti, risposte, canti), actuosa, quindi perfetta quando si ha quella "sacramentale".

Non accenno al ritocco compiuto da papa Giovanni XXIII alla preghiera per la conversione degli ebrei con l’eliminazione dell’aggettivo "perfidi" perché del tutto insufficiente rispetto a quello del Messale di Paolo VI.

L’aggiornamento di questi elementi alla liturgia conciliare restaurata fu affidato dal Consilium al coetus o gruppo di studio n. 17 (di cui anch’io facevo parte) nel 1964, che concluse i suoi lavori nella primavera del 1968. Di proposito ho parlato di aggiornamento allo stile della riforma conciliare, ovvero alle esigenze maturate nel frattempo, ritenendo intatto l’impianto precedente non senza difficoltà.

Monsignor Lefebvre durante l'ordinazione (illecita) di quattro vescovi a Econe, Svizzera (30 giugno 1988).
Monsignor Lefebvre durante l’ordinazione (illecita) di quattro vescovi a Econe,
Svizzera (30 giugno 1988 – foto Vallinotto).

2 Periodo conciliare. In questo clima di fervore la Commissione conciliare della riforma liturgica si mise all’opera nel 1964 e, dopo un intenso lavoro, il 3 aprile 1967 dava alle stampe in volume separato il nuovo Ordo Missae, preceduto dalla costituzione apostolica Missale Romanum e accompagnato da un documento nuovo nel suo genere, l’Institutio generalis che sostituiva le precedenti Rubricae generales e ilRitus servandus in celebratione Missae di Pio V.

Il documento, di ampio respiro, presentava una visione completa degli aspetti dottrinali, rituali e pastorali armonicamente fusi tra loro e proposti come guida all’interpretazione e alla celebrazione intelligente e responsabile del mistero eucaristico. Proprio il superamento della vecchia impostazione rubricale e giuridica, con il richiamo al contenuto dottrinale e la giustificazione dei vari gesti e momenti rituali, conferisce al documento un valore inconsueto preciso, oltre al consenso convinto e recezione critica. Quindi chiave di lettura dello sviluppo tematico rituale del Messale fino ad oggi è il nostro documento, che ora ha cambiato nome in Ordinamento generale del Messale Romano.

Prima di verificare le reazioni, rileggiamo nella Costituzione apostolica le maggiori novità indicate da Paolo VI. Anzitutto, oltre il Canone romano, tre nuove preghiere eucaristiche, il nuovo Ordinario con elementi semplificati e recuperati (omelia, preghiera dei fedeli, ecc.), in particolare un’abbondante e varia raccolta di letture bibliche dell’Antico e Nuovo Testamento, con il ripristino del Lezionario, numerose orazioni e prefazi con il testo dei canti.

«Il nostro predecessore San Pio V», si legge nella Costituzione, «promulgando l’edizione ufficiale del Messale Romano, lo presentò al popolo cristiano come fattore di unità liturgica e segno della purezza del culto della Chiesa. Allo stesso modo noi abbiamo raccolto nel nuovo Messale legittime varietà e adattamenti, secondo le norme del concilio Vaticano II, [...] tuttavia confidiamo che [...] sarà accolto dai fedeli come mezzo per testimoniare [...] l’unità di tutti, [...] e salga nella varietà delle lingue, al Padre per Cristo nello Spirito Santo, [...] una sola e identica preghiera».

Nonostante le varie redazioni e i successivi ritocchi, l’auspicio di Paolo VI incontrò subito la reazione negativa, il rifiuto aperto di una piccola agguerrita fascia di cattolici che chiesero l’uso continuato del vecchio Messale. Alla prima edizione del volume seguiva entro il novembre del 1969 la seconda ristampa, con ritocchi e precisazioni (n. 7 e 40 della Institutio), e con un Proemio a giustificazione dell’ortodossia e legittimità del nuovo Messale – la stessa Congregazione per la dottrina della fede aveva definito le accuse «superficiali, avventate, false» – e usciva in edizione tipica con la firma di Paolo VI il 25 marzo 1970. La polemica si placò, specialmente con la concessione temporanea del Messale del 1962 per facilitare il passaggio al nuovo, come ai vescovi dell’Inghilterra e del Galles. Fu negato invece a quanti ne facevano domanda, compresi i due cardinali Ottaviani e Bacci firmatari di un libello supercritico, perché dettato dal rifiuto della riforma conciliare.

Tra tutti si distinsero monsignor Lefebvre e i suoi aderenti. Paolo VI fu irremovibile su questo punto, anche in seguito, nella piena convinzione di aver interpretato la volontà innovatrice del concilio Vaticano II e di aver risposto con il Proemio a tutte le obiezioni di principio che ancora oggi riaffiorano, come l’idea di "sacro", termine ambiguo eliminato nel 1986 nelle Congregazioni romane. Nel 1980 una consultazione della Congregazione per il culto divino sull’accoglienza del Messale, sulle difficoltà circa la riforma e sui rimedi per superare le eventuali resistenze, dava come risultato che il 98,68% dei vescovi considerava risolto il problema. Una concessione avrebbe creato più problemi di quelli che intendeva risolvere.

Ai sostenitori e seguaci di monsignor Lefebvre è diretto in modo particolare il motu proprio (foto Vallinotto).
Ai sostenitori e seguaci di monsignor Lefebvre è diretto
in modo particolare il motu proprio (foto Vallinotto).

3 Una svolta: l’uso del Messaledi Pio V. Ma ecco la svolta inattesa: nell’ottobre 1984 veniva pubblicata dalla Congregazione per il culto, su mandato del Papa, una lettera di indulto per l’uso del Messale del 1962 (edizione prima del Concilio) a coloro che ne avessero fatto domanda al vescovo, ma con limitazioni circostanziate: riconoscimento della legittimità ed esattezza dottrinale del Messale del 1970, uso riservato a gruppi, consenso del vescovo, ecc.

Iniziava così il cammino parallelo del Messale di Pio V con quello di Paolo VI. Nella lettera apostolica Ecclesia Dei (2 luglio1988) veniva concessa un’ampia e generosa applicazione del precedente indulto per far rientrare i seguaci di monsignor Lefevbre, a condizione del semplice «riconoscimento della validità del sacrificio e dei sacramenti». Lefevbre rifiutò e venne scomunicato (anche per l’ordinazione di quattro vescovi).

Terza e ultima tappa è il recente motu proprio di papa Benedetto XVI che concede l’uso straordinario del Messale di Pio V accanto al Messale di Paolo VI: duplice uso di un medesimo rito romano. Mi dispenso da ogni commento.

Proseguiva intanto il cammino del Messale di Paolo VI con una seconda edizione italiana nel 1983, importante tappa perché conteneva varie disposizioni della Cei e una serie di orazioni composte nella nostra lingua. Dopo quella della semplice versione, iniziava la fase dell’adattamento alle varie culture in unione con i dicasteri romani, come suggerito da Sacrosanctum Concilium 37-39. Novità è la presentazione della Cei che ne indica motivazioni e caratteristiche, offre suggerimenti per una migliore utilizzazione del Messale, consiglia l’apprendimento di uno stile di celebrazione e l’arte del presiedere. La parte originale è collocata nell’appendice con le due preghiere per la riconciliazione, la raccolta di collette per le domeniche ispirate al ciclo triennale del Lezionario, collette per la Madonna, ecc. Notevoli i ritocchi all’Ordinario della messa e numerose formule di ricambio, a scelta del sacerdote. Non vanno dimenticati alcuni testi in latino e melodie per il canto dei ministri e dell’assemblea.

La terza edizione tipica del Messale Romano è stata presentata dal prefetto della Congregazione per il culto divino il 22 marzo 2002, anche se l’approvazione pontificia risale al 10 aprile del 2000, cui seguiva nello stesso anno l’Institutio generalis. Purtroppo una serie di circostanze poco favorevoli ha impedito di portare a termine l’edizione italiana, salvo la traduzione dell’Ordinamento generale del Messale Romano (è il nuovo titolo dell’Institutio) pubblicato dalla Cei nel 2004. Due interventi sono apparsi nella nostra rivista, rispettivamente il 12/2000 (pp. 46-47) e il 5/2002 (pp. 60-61).

E non è detto che il lavoro di revisione possa compiersi in forma rapida e soddisfacente considerando le proposte restrittive, come quella di Liturgiam authenticam relativa alle traduzioni affidate alle Conferenze espiscopali, come abbiamo scritto su VP 5/2007 (pp. 52-53).

In attesa di riprendere il dibattito, concludiamo la nostra cronistoria dell’inserimento del Messale di Paolo VI nell’ininterrotta tradizione della Chiesa, frutto maggiore del concilio Vaticano II, strumento privilegiato della fede e della preghiera (lex orandi, lex credendi) con il giudizio finale del nuovo Ordinamento generale:«Le norme liturgiche del concilio di Trento sono state, su molti punti, completate e integrate dalle norme del concilio Vaticano II; il Concilio ha così condotto a termine gli sforzi fatti per accostare i fedeli alla liturgia, sforzi condotti per quattro secoli e con più intensità in un’epoca recente, grazie soprattutto allo zelo liturgico promosso da san Pio X e dai suoi successori».

È quanto abbiamo scritto a inizio articolo.

Rinaldo Falsini

   Vita Pastorale n. 10 ottobre 2007 - Home Page