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GESÙ MAESTRO NEL NOSTRO APOSTOLATO
SECONDO DON ALBERIONE


Atti del Seminario internazionale
su "Gesù, il Maestro"
(Ariccia, 14-24 ottobre 1996)

di Teófilo Pérez ssp

 

II. Il libro "Apostolato Stampa"
Manuale direttivo di formazione e di apostolato

 

Altrettanto può dirsi per ciò che riguarda la Comunità: Don Alberione, spinto dallo zelo apostolico, percepì subito la necessità di agire non da solo ma «con anime generose ... associate in organizzazione» (AD 17).(100) Cercando di concretizzare, in una maggior luce, come abbiamo già detto, il Fondatore deciderà il "passo definitivo": «dall’organizzazione alla vita comune-religiosa» (AD 23-24).(101) Successivamente, lungo tutto l’itinerario fondazionale, gli toccherà compiere sforzi immani per adeguare le strutture canoniche (di per sé abbastanza fisse) alla novità e alle esigenze di ciò che egli voleva dare alla Chiesa e alla socie.(102) Non sempre riuscirà a trovare il punto giusto di intreccio, ma non rinuncerà in nessun modo alla sua intuizione-ispirazione originale. Lo disse espressamente in più di una occasione (prima che il Vaticano II spingesse fortemente più in là: cf PC 8c): «Per molti chierici regolari, e anche per noi, la vita in comune è nata dall’apostolato e in vista dell’apostolato. Questo carattere di società finalizzata da uno scopo, comprende bensì il bene comune dei membri; ma insieme la stessa osservanza della vita conventuale ha una organizzazione che tiene conto di questo: siamo a servizio di anime, religiosi-apostoli; dare quanto si è acquistato, sull’esempio del Maestro divino» (UPS I, 285).(103)

Si può ben concludere dicendo che l’apostolato, cioè l’esercizio della missione specifica, viene a costituire come il condensato della vita del paolino: «Tutto l’uomo in Cristo, per un totale amore a Dio: intelligenza, volontà, cuore, forze fisiche. Tutto, natura e grazia e vocazione, per l’apostolato» (AD 100).(104) «La vita paolina – constatava fin dai primi tempi il Fondatore – ha in realtà poche mortificazioni, ma richiede tutta una continuità di sacrifici: gli apostolati sono in realtà una grave fatica. Si richiede abitudine al sacrificio e generosa dedizione» (AD 38). Idea ribadita con chiarezza quando, parlando del lavoro, diceva: «Vera vita è compiere una missione...».(105)

Perciò le Costituzioni e Direttorio (art. 66) affermano: «La nostra comunità è caratterizzata dalla vita apostolica, che "rientra nella natura stessa della vita religiosa" (PC 8b). Tutto, dalla pratica concreta della vita fraterna alla consacrazione, alla formazione umana, spirituale, intellettuale e professionale e alle strutture di governo e di amministrazione, è finalizzato alla nostra vocazione apostolica».(106)

Tale impostazione non è semplicemente "funzionale"; non si limita cioè ad affermare che i vari elementi "servono" o favoriscono la missione (sebbene questo aspetto sia anche reale); ma raggiunge profondità ben più basilari: il concetto "missione", inteso biblicamente e teologicamente, non tocca soltanto all’agire ma porta con se l’essere dell’inviato e in certo modo anche quello dell’inviante:(107) costituisce un tutt’uno, superando quindi la tanto chiacchierata antinomia tra essere e operare (senza peraltro risolvere le tensioni o problemi concreti dovuti alla limitatezza umana). D’altronde, la Chiesa stessa ha come ragione storica del suo essere quella dell’evangelizzazione (cf EN 14), cioè l’annunzio e testimonianza del Vangelo che essa deve realizzare nel mondo mediante tutto quanto dice, fa ed è.(108)

Il decreto Ad gentes offre al riguardo un’indicazione quanto mai profonda allorché dice (n. 2): «La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine».(109) Quando la Chiesa, all’ascolto della Parola e dei bisogni del mondo, si interroga sul proprio essere (fu Paolo VI a lanciare la domanda di grosso calibro: "Chiesa, cosa dici di te stessa?"),(110) non può lasciare da parte il proprio agire: deve tenere conto del come realizza la missione affidatale da Dio.(111)

Analogamente, Don Alberione mette in stato di discernimento o esame di coscienza la sua istituzione in contesto di apostolato: «La Pia Società San Paolo considererà spesso: "ad quid venisti?". Essa porti sempre nel cuore gli intellettuali; il Vangelo è cosa divina, in fondo corrisponde a tutte le menti; è capace di soddisfare a tutte le domande, agli uomini di ogni tempo. Se si conquistano gli intellettuali si pesca con la rete, non con l’amo soltanto» (AD 197).

Questo spunto ci serve ora per introdurre altro tema-base nella nostra riflessione: l’estensione del nostro apostolato, in rapporto alla missione di Cristo Maestro (cf Sal 2,8; Gv 6,37; 13,3; 16,15; Col 3,11; Eb 2,8; 13,8). (torna al sommario)

4. L’ambito del nostro Apostolato

Abbiamo visto che evangelizzare è portare la buona notizia di Gesù Maestro per trasformare la vita di coloro che la accettino e gli diano la propria adesione. Più esattamente occorre portare la persona stessa di Gesù, perché «Egli medesimo è vangelo di Dio» (EN 7).

La buona notizia viene da Dio Padre e dice rapporto con tutto il creato (che è cosa buona: Gn 1,31) e con la storia (che ha senso: Eb 13,8). Evangelizzare è affermare che c’è speranza nonostante gli smacchi e la stessa morte; difatti è proclamare Gesù di Nazaret morto e risuscitato, che annunzia la venuta del Regno con parole e fatti (cf Atti 1,1). I vangeli presentano Gesù quale Maestro di saggezza e di vita e descrivono sovente tre gesti suoi: il camminare ("percorreva, andava, attraversava, si avvicinava"), il guardare ("rendendosi conto, vedendo, alzando/fissando gli occhi") e il dare ("diede loro, lo toccò, li distribuì"). L’evangelizzazione, come l’economia della rivelazione, «comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere [...] manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto» (DV 2).(112) L’evangelizzazione si situa non fuori dalla storia ma nel suo interno, pur permanentemente conflittuale; essa ha luogo nella realtà sociale, così com’è strutturata.

Tutti questi parametri, profondamente attuali, li troviamo presenti nell’intuizione iniziale di Don Alberione e negli ulteriori sviluppi che egli riuscì a concretizzare. Egli è stato un appassionato di storia, entro la quale si attua il piano salvifico di Dio a favore di tutti gli uomini (di tutte le persone), secondo l’espressione paolina: «Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4). Questo anelito, e perfino assillo, di universalità della salvezza è stato una delle costanti di Don Alberione. Egli ha sentito, quasi sofferto, il desiderio di Cristo Gesù: Venite ad me omnes (cf AD 15); in tale prospettiva ha scelto l’apostolo Paolo (o, forse meglio, si è lasciato da lui conquistare e scegliere); a tale fine ha capito che occorre adoperare tutti i mezzi, soprattutto quelli più moderni, più potenti, più efficaci.

Convinto che Cristo Gesù è il principio di salvezza per il mondo intero,(113) seguendo le orme di San Paolo, "il santo dell’universalità" (AD 64), Don Alberione ha sentito l’urgenza di fare tutto il possibile affinché tutti si dedichino con ogni mezzo a portare il nome e l’opera di Cristo a conoscenza di tutti, nessuno escluso,(114) e a questo ha spronato sempre i suoi: «Quante volte vi proponete il grande problema: dove cammina, come cammina, verso che meta cammina questa umanità che si rinnova sempre sulla faccia della terra?(115) L’umanità è come un gran fiume che va a gettarsi nell’eternità: sarà salva? Sarà perduta per sempre?».(116) La coscienza della missione è stata vivissima in Don Alberione: «Si sentì profondamente obbligato a [...] fare qualcosa per il Signore e per gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto» (AD 15).(117)

Le caratteristiche dell’universalità e dell’integralità sono instancabilmente sottolineate dal nostro Fondatore, che torna una e mille volte sull’aggettivo tutto e tutti: «La Famiglia [Paolina] ha una larga apertura verso tutto il mondo in tutto l’apostolato: studi, apostolato, pietà, azione, edizioni. Le edizioni per tutte le categorie di persone; tutte le questioni ed i fatti giudicati al lume del Vangelo; le aspirazioni: quelle del Cuore di Gesù nella Messa; nell’unico apostolato: "far conoscere Gesù Cristo", illuminare e sostenere ogni apostolato ed ogni opera di bene; portare nel cuore tutti i popoli; far sentire la presenza della Chiesa in ogni problema; spirito di adattamento e comprensione per tutte le necessità pubbliche e private; tutto il culto, il diritto, il connubio della Giustizia e della carità» (AD 65).(118)

Lungo tutta la sua vita Don Alberione è tornato sulla stessa impostazione, ribadendo il fondamento del nostro apostolato e la sua universalità: «Apostolato è dare all’umanità la salvezza: Gesù Cristo Via, Verità e Vita. L’apostolato paolino è universale per i luoghi e per i tempi. [...] Predicare con i mezzi moderni. [...] La Pia Società San Paolo ha qualcosa da dire al mondo;(119) ci siamo messi sopra una strada non per andare a zonzo, ma con meta fissa a mezzi studiati e perfezionati».(120)

Certe volte sottolinea questo aspetto ancora con più incisività: «Tutto il mondo (euntes in mundum universum) si può paragonare ad una immensa parrocchia, la parrocchia del Papa. Essa è il vostro campo nel quale gli operai evangelici continuano a seminare buon grano alla luce del giorno; e il principe dell’errore e del male nelle tenebre vi semina largamente zizzania...(121) La Famiglia Paolina, inserita col suo apostolato, per la definitiva approvazione, nella Chiesa, ha còmpito di stare e prestare umilissimo e devotissimo servizio al Papa nella sua immensa parrocchia, unendosi ai seminatori evangelici con l’uso dei propri mezzi tecnici. Occupa un posto di grande responsabilità, partecipando alla missione apostolica ed eseguendo il divino mandato: "Docete omnes gentes". [...]

»La missione paolina è universale, rispetto agli uomini: Non è una missione per un gruppo o settore di uomini [...]. Invece si rivolge, usando i mezzi tecnici, in qualche misura a tutti: ad ogni classe, ceto, età, condizione, nazione, continente; con ragionevole preferenza alle masse; per portare a tutti il messaggio della salvezza contenuto nella Bibbia, Tradizione, insegnamento della Chiesa.

»Universale quanto ai mezzi tecnici. [...] Tutto quello che per disposizione di Dio, il progresso sarà riuscito ad inventare... sia usato ed abbia realmente a servire per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, ossia per la diffusione della Dottrina cattolica...

»Universale quanto ai tempi; poiché le Costituzioni dicono di usare i mezzi richiesti dalle condizioni dei tempi [...].(122)

»Universale quanto all’oggetto; poiché si tratta di tutto cristianizzare: filosofia ed arte, letteratura e musica, sociologia e morale, storia e diritto, governi e leggi, scuola e lavoro, ecc. Scrive S. Paolo (Fl 4,7-8): "La pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza, custodisca i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. Del rimanente, o fratelli, tutto quello che è vero, puro, giusto, santo ed amabile, tutto ciò che dà buona fama, o se vi è qualche virtù o qualche lodevole disciplina, sia oggetto dei vostri pensieri"» (UPS I, 371-374).(123) (torna al sommario)

5. Punto nevralgico dell’apostolato paolino: rapporto con Gesù Maestro

Tutte queste dimensioni del nostro apostolato hanno come perno, asse o fulcro la Persona di Gesù Maestro. Don Alberione esprime questo punto centrale nel capitolo XXI dell’opera che stiamo analizzando (pp. 98-101), emblematicamente titolato «Omnia vestra sunt: Tutto è vostro» (1Co 3,22), come per farci prendere coscienza delle innumerevoli ricchezze e potenzialità di cui disponiamo, passando subito però alla seconda parte della frase paolina: «Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (ivi 3,23). Di fatti Don Alberione sviluppa questo concetto di appartenenza radicale al Maestro divino in tre sottotitoli molto impegnativi: «Assoggettiamoci a Gesù, come Gesù si sottomise al Padre, con tutto il cuore» (cf 1Co 15,28). Quest’atteggiamento di sottomissione equivale ad una professione di fede che prende tutto l’essere, in linea con l’espressione di Pietro, che fa da occhiello al capitolo: «A chi andremo? Tu hai parole di vita eterna!» (Gv 6,68).

Il Fondatore riesprime nuovamente lo scopo ultimo del nostro Apostolato: «L’Apostolato Stampa ha il fine di attirare alla scuola del Divin Maestro gli uomini tutti, affinché gli rendano omaggio della mente, della volontà, del cuore» (p. 98). Tale è il disegno del Padre, il quale «ha sopraesaltato ed insignito [Gesù] di quel Nome che è superiore a ogni altro nome in modo che davanti a Lui si pieghi ogni ginocchio, degli essere celesti, dei terrestri e dei sotterranei» (Fl 2,10). Ora, «in questa scuola si viene per amore», e quindi «chi non si sottomette al giogo dell’amore, sarà sottomesso al giogo della giustizia».(124)

«Ma chi potrà piegare le menti umane a questo Maestro – si chiede Don Alberione – se non chi sottomette la propria mente a Gesù [...], chi sottomette la sua volontà alla volontà di Dio [...], chi sottomette il proprio cuore al Cuore vitale di Dio?» (pp. 98-99). Tale è il segreto di ogni apostolato, che così si innesta pienamente nel Maestro divino, piegandosi a Lui come Egli stesso, dopo che «tutto gli sarà stato sottomesso, si sottometterà a sua volta a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti» (1Co 15,28). L’apostolato porta quindi ad una unità assoluta, che incomincia con l’unione radicale dell’apostolo col suo Maestro, cioè "una comunione dell’inviato con Colui che lo invia".

Ciò comporta per ogni paolino/na lasciarsi coinvolgere esistenzialmente dall’apostolato che gli è stato affidato: «avere gli stessi sentimenti di Cristo» (Fl 2,5), i suoi stessi atteggiamenti: obbedienza al Padre, abbandono alla sua volontà (attraverso le varie mediazioni concrete), considerarsi membra di Cristo e agire di conseguenza, non cercare mai sé stessi, condursi con umiltà, essere anche convinti che la forza di Dio si attua nella nostra debolezza (cf 2Co 12,10) pur dovendo sforzarci come se tutto dipendesse da noi, affinché lo strumento sia atto e docile quanto si può nelle mani di Dio. Insomma, il paolino, per esercitare l’apostolato, si consegna al suo Maestro e Signore con tutto l’essere: mente, volontà, cuore (pp. 101-102).

Il rapporto intimo con il Maestro avviene in tutta la vita paolina, in tutte le sue componenti, ovviamente con le caratteristiche peculiari di ogni "momento" o di ogni "ruota", senza creare dicotomie, perché è tutta la vita che si consegna nei suoi molteplici intrecci. Non può darsi contraddizione nel Cristo che ci chiama a sé e ci invia ai fratelli (cf Mc 3,14).

In questo senso, Don Alberione, a partire dalla sua profonda esperienza, ha scritto: «Il grande aiuto per la nostra santificazione è l’esercizio dell’apostolato».(125) Ed egli riallaccia subito questa affermazione basilare ad altro "momento" privilegiato della vicinanza a Gesù: «Chi però farà meglio l’apostolato e ne ricaverà maggior frutto? Le anime eucaristiche. Gesù nell’Eucaristia è il Maestro che insegna. Gesù nell’Eucaristia è la Verità, e l’anima eucaristica avrà maggior amore alla Verità, maggior zelo nell’apostolato. Anzi, il frutto della devozione all’Eucaristia dev’essere l’amore all’apostolato».(126) E poi – sempre cercando l’integralità – il Fondatore insiste su altri atteggiamenti che riguardano lo sforzo personale: la retta intenzione e la pazienza, fino a concludere: «La buona volontà è uguale al fervore. Alcune anime [persone] sono mantenute in fervore dall’azione esterna; altre dall’attrattiva della vita interiore; altre dal sentimento di riparazione e di conquista. [...] Coordinando bene la vita contemplativa con la vita attiva si progredisce certamente, perché si è tutto il giorno intenti a rinsaldare l’unione con Dio e a diffondere il bene; questo è amore».(127)

Tornando al nostro libro Apostolato Stampa, c’è da notare il nesso stretto tra il suaccennato capitolo XXI e quelli dedicati alla "Messa in onore di Gesù Maestro" (c. XI), alla "comunione" (c. XIII) e in modo particolare alla "Visita" (c. XII) intesa come «l’andare alla scuola di Gesù», quando cioè «il discepolo va a trattenersi col suo Maestro» per ascoltarlo, imparare da Lui, confrontare con Lui la propria vita e rinsaldare i vincoli di unione personale con Lui. In questo incontro si ha come il crogiolo o focalizzazione di tutta la vita «poiché si riassumono, rischiarano, unificano a servizio di Dio tutte le cognizioni che si acquistarono nella formazione spirituale, intellettuale, naturale e d’apostolato; [...] si uniforma la nostra volontà e tutti i suoi atti a Dio su l’esempio di Colui che piacque sempre al Padre; [...] e si constata che l’apostolato suppone vita cristiana e vita santa, cui viene portato il complemento eroico dello zelo per la gloria di Dio e per le anime».(128) (torna al sommario)

 

           Gesù Il Maestro, ieri, oggi e sempre

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