Movimenti islamici: uno sguardo ai paesi musulmani del Mediterraneo

La dinamica che ha portato al successo dei Fratelli Musulmani in Egitto ha avuto influsso anche in altri paesi arabi, in Africa, Turchia, Iran, nell'area indo-pakistana e persino nell'arcipelago malese. 

L'influenza dei Fratelli Musulmani è stata rafforzata in misura difficilmente immaginabile dalla realizzazione del progetto sionista in Palestina, sentito dai popoli della regione come un trauma profondo e come un'umiliazione cocente, accresciuta dalle ripetute sconfitte della nazione araba a opera dello stato d'Israele. È un fatto che l'opinione pubblica occidentale sembra non comprendere. Il dominio di Israele sul terzo dei luoghi santi dei musulmani, Gerusalemme, fa considerare il dominio sionista come il primo nemico dell'Islam. La gravità del fatto è accresciuta dal fatto che le tradizioni islamiche sull'ultima Ora sono legate geograficamente alla Palestina. Il risultato: opporsi a Israele diventa per i palestinesi un dovere religioso oltre che patriottico e Israele è considerato l'emanazione stessa del male. Se a ciò si aggiunge la costatazione che molti dei problemi per la popolazione della regione sono sorti proprio dopo la nascita dello stato ebraico, che ha fatto scorrere molto sangue, la miscela diventa esplosiva e le reazioni a catena non hanno generato altro che una destabilizzazione generalizzata, di cui il Libano è un triste esempio. Oggetto dell'odio degli arabi non sono gli ebrei in quanto tali, ma il sionismo e di conseguenza anche le potenze occidentali che lo hanno sostenuto e portato ad affermarsi. Pagare il prezzo dell'antisemitismo nazista viene sentito come una situazione ingiusta e intollerabile, che porta a inevitabili reazioni violente, quello che si suole chiamare "terrorismo palestinese". L'altro tipo di reazione, tipicamente islamica, per spiegare le sconfitte arabe ad opera dei sionisti, attribuisce queste ultime all'infedeltà dei musulmani al messaggio divino: si tratta di un leit-motiv dei sermoni del venerdì, a partire da Kishk, abilmente sfruttato dai Fratelli musulmani, che così si sono assicurati aderenti e simpatizzanti in molti paesi arabi, influendo in modo preponderante sullo sviluppo di correnti integraliste ("islamiste"). I Fratelli musulmani hanno sempre cercato di imprimere il carattere di jihad islamico contro il sionismo alla resistenza palestinese, ma sono ostacolati e tenuti sotto controllo per l'opposizione dei governi arabi, che finanziano l'OLP (organizzazione per la liberazione della Palestina).

In Siria, Fratelli musulmani sono presenti fin dal 1937 (epoca del mandato francese), e con grande ascendente sulla popolazione. Dopo il 1950, sotto i vari regimi succeditisi, svolsero sempre il ruolo di opposizione moderata, ma che nessun governo poteva ignorare a causa del consenso popolare. La novità venne con la nascita del partito Ba'th, salito al potere con un colpo di stato nel 1963. Fondato da un cristiano (Michel Aflaq), il partito si è sempre premurato di rendere omaggio all'islam, ma era d'ispirazione sostanzialmente laica e socialista. Inevitabile il conflitto con i Fratelli musulmani, tanto accanito da configurarsi come una vera e propria guerra civile. La forza del partito ba'thista era legata anche dai forti legami con la minoranza religiosa degli alawiti (ramo dello sciismo ismailita), già favoriti dai governanti francesi e che anche dopo conservarono le leve del potere militare, fornendo diversi personaggi al regime, tra cui Hafez al-Assad, dittatore della Siria dal 1970. L'opposizione contro i nuovi governanti, considerati empi ed antiislamici, non tardò a manifestarsi, soprattutto nelle città, forte anche del sostegno della comunità maggioritaria (sunnita). Era l'inizio di un ventennio di terrore: alla proclamazione di una jihad (guerra santa) contro il nuovo potere da parte delle autorità religiose sunnite fu risposto con bombardamenti brutali, ondate di arresti arbitrari, cui seguì la controreazione di attentati commessi dai Fratelli musulmani. Dopo alcune pause dovute ai conflitti con Israele, le violenze e le rappresaglie ripresero nel 1975 per l'appoggio dato dalla Siria al partito cristiano (maronita) in Libano e culminarono nell'attentato del giugno 1979, in cui perirono 83 allievi ufficiali alawiti. Dopo qualche incertezza, intervennero, nel marzo 1980, unità militari speciali a seminare stragi, oltre ai massacri di migliaia di oppositori del regime (in maggioranza Fratelli musulmani). Seguirono un sanguinoso attentato a Damasco (1981) e un'insurrezione a Hama, la cui repressione pare sia costata almeno 10.000 abitanti. Il partito "islamista" ne usciva smantellato, ma è lecito chiedersi per quanto tempo.

In Iraq, il cui regime emana da un ramo rivale ai Ba'th, i Fratelli musulmani sono relegati alla clandestinità, mentre in Giordania fanno parte del governo; in Libano, poi, non avendo costituito milizie come le altre comunità religiose, si sono trovati meno implicati nella guerra civile. Sono tollerati in Arabia Saudita e hanno ottimi rapporti con gli stati del Golfo, soprattutto in Kuwait, da dove possono esercitare una propaganda attiva. Pare che anche qui i Fratelli si dividano tra moderati ed estremisti, come in Egitto. La propaganda "islamista" che si ispira a Qutb si è intensificata grazie alla rivoluzione iraniana e ha rafforzato le tendenze rivoluzionarie, manifestatesi clamorosamente nel 1970 con l'occupazione della moschea della Mecca: evento che mise sul chi va là il regime saudita.

In Libia, risale al 1969 l'ascesa al potere del colonnello Mohammer Gheddafi, il cui regime non rientra nel quadro del risveglio islamico (come affermano in modo errato i commentatori occidentali): piuttosto è un caso di neonasserismo. Gheddafi, di cui è nota la mancanza di cultura religiosa, si serve evidentemente della religione più come di un mezzo che farne un fine: i suoi interessi sono piuttosto il nazionalismo arabo e il socialismo. Gli arresti seguiti dopo un'iniziale alleanza con i Fratelli musulmani mise in chiaro che gli obiettivi di Gheddafi non erano quelli del risveglio islamico. D'altronde il pensiero e la prassi del dittatore si discostavano in misura notevole dalla "ortodossia" musulmana.

Se poi si passa al Maghreb, dove l'islam ha svolto un ruolo considerevole nella lotta contro la dominazione coloniale, la corrente integralista-islamista vi ha trovato l'ambiente più favorevole, soprattutto tra i delusi dalle ideologie occidentali e ha suscitato anche opposizione ai regimi al potere, considerati poco islamici o addirittura infedeli: tale sommovimento non cessa di preoccupare i governi di Tunisia, Algeria e Marocco. Molto sintomatiche sono le storie del dopoguerra di questi paesi: l'ispiratore della lotta anticoloniale in Tunisia, Habib Burghiba, non poteva fare a meno di riferirsi all'islam per l'impresa, fatta passare per una jihad, ma incontrò forti resistenze, perdendo il sostegno popolare, quando avviò la politica riformista di secolarizzazione e modernizzazione. Soprattutto a partire dal 1976, con la fondazione dell'Al-'Amal al-islami, si è affermata una corrente islamista-integralista legata ai Fratelli musulmani che ha richiamato al rispetto delle forme tradizionali dell'islam, contro l'affermarsi di usi occidentali arrivati con i turisti. Gli islamisti, entusiasti anche per il successo della rivoluzione iraniana nel 1979, dovettero essere limitati, quando non, in alcuni casi, repressi. A ciò va aggiunto il fatto che i dirigenti di Teheran creavano nei vari paesi cellule e reti clandestine per esportare la loro rivoluzione, fatto che portò alla rottura delle relazioni diplomatiche nel 1987. L'Azione Islamica (poi diventata Movimento della Tendenza islamica), portavoce dell'istanza di reislamizzazione delle istituzioni, ha ripreso respiro dal 1987, con la caduta di Burghiba e la presa di potere del generale Zin el-Abidin Ben Ali: questi ne ha graziato centinaia di militanti imprigionati, compreso il loro leader Rashid Ghannushi. 

In Algeria, altro paese proveniente dal dominio coloniale francese, già prima dell'indipendenza, si parlava di "rivoluzione": parola vista con sospetto dagli occidentali, visto che l'Algeria trovava un certo appoggio internazionale nell'ex Unione Sovietica, ma che per i musulmani significava soprattutto lotta contro il potere coloniale, una jihad, una lotta per l'islam. Da questo equivoco iniziale si comprende il dualismo che ha segnato tutta la vita politica algerina, oscillante fra i due estremi di un progressismo laicista e socialista da una parte e di un orientamento che insiste sulla reislamizzazione. Dualismo che si riflette anche nel compromesso raggiunto con la "Carta nazionale" del 1976, che vorrebbe accordare socialismo, ideali rivoluzionari e fede musulmana. Ciò nonostante, le correnti islamiche si sono rafforzate notevolmente ed è grazie all'esercito che l'Algeria è ancora una "Repubblica democratica e popolare", anziché "Repubblica islamica", come vorrebbe ad esempio il movimento integralista 'Ahl ad-Da'wa (le Genti dell'appello). Tale corrente, più o meno tollerata dalle autorità, riscuote molte simpatie nella popolazione, soprattutto dopo il crollo delle strutture tradizionali in seguito alla fine del dominio coloniale, fatto che ha fatto emergere prepotentemente il bisogno di riaffermare la propria identità islamica. Questa "onda" o "spinta di fondo ha investito, oltre alla pratica religiosa, le amministrazioni pubbliche, le fabbriche, le università, scuole coraniche e istituti universitari islamici. Ma gli integralisti più impegnati si sono spinti oltre, arrivando alla violenza, con scontri studenteschi (tra islamisti e marxisti, 1982) e fra gruppi integralisti clandestini e polizia. A questo si aggiunge, in forma non così violenta, la drastica critica dei predicatori delle moschee alla corruzione dei costumi, all'ipocrisia dei potenti e al carattere poco islamico dello stato, critica aiutata anche dalla straordinaria diffusione delle cassette di Kishk. 

Anche il Marocco è stato toccato dall'ondata islamista, anche se in modo meno forte: il paese ha infatti conservato meglio degli altri due le strutture tradizionali, soprattutto la monarchia, dal carattere tipicamente islamico. In Marocco del resto la pietà islamica è saldamente radicata. Ma le diffuse difficoltà economiche del paese e il grande divario sociale tra masse e una borghesia occidentalizzata, che è passata spesso a uno stile di vita piuttosto lontano dalla rigida morale musulmana, hanno scatenato la critica da parte dei gruppi integralisti contro la corruzione dei costumi e gli usi "non islamici". Anche qui il ruolo dei predicatori, seguitissimi, e delle cassette di Kishk non è secondario. La rivoluzione iraniana, vista con entusiasmo dai gruppi integralisti, almeno all'inizio, ha allertato la sorveglianza della polizia.