I Fratelli musulmani (Al-Ikhwan al muslimun)

Si tratta senz'altro del movimento pi¨ influente su tutto il "risveglio islamico", quello conosciuto comunemente sotto il nome di "integralismo" o "fondamentalismo" islamico. ╚ interessante una considerazione di ordine linguistico, legata al loro nome in arabo: i seguaci non si accontentano di considerarsi musulmani (muslimun), ma si autodefiniscono al-islamiyyun. Il termine arabo rivela una tendenza profonda del movimento: i suoi aderenti "desiderano affermare la loro appartenenza a un sistema totalizzante - quello islamico appunto - che intendono difendere e promuovere non soltanto nella sfera della personale adesione alla fede ma anche e soprattutto in quella pubblica e istituzionale" (P. Branca). 

Il movimento dei Fratelli musulmani fondato dallo sceicco egiziano Hassan al-Banna (1906-1949), nonostante difficoltÓ e persino persecuzioni (sotto Nasser), Ŕ quello che meglio di altri ha saputo interpretare le aspirazioni della maggior parte della popolazione, soprattutto tra piccola e media borghesia, ma anche dei giovani delusi del potere. Caratteristiche del movimento sono la convinzione che l'islam sia capace di rispondere alle sfide di oggi e la coscienza di una missione da compiere nel mondo attuale.

Nato in Egitto, si diffuse presto nei paesi appena usciti dal dominio coloniale, fino a dar origine ai gruppi cosiddetti "islamisti", "integralisti" e "fondamentalisti", alcuni dei quali non hanno esitato davanti al ricorso alla violenza, che invece non apparteneva a Hassan al-Banna: questi era piuttosto un predicatore religioso che reagiva al rilassamento che vedeva nell'islam, facendo appello alla pietÓ popolare. Le sue ascendenze culturali si trovano in Muhammad Abduh ma anche nell'islam tradizionale delle confraternite sufiche e nel pensiero riformista salafi, con una nuova coloritura nazionalistica (siamo ancora ai tempi dell'occupazione coloniale inglese, sentita come un'intollerabile umiliazione alla nazione musulmana). Da un gruppo di correligionari che condividevano le sue idee, nacque nel 1928 l'associazione dei Fratelli musulmani, uniti dall'intento di lottare contro la decadenza dell'islam e di lavorare al suo rinnovamento. Trov˛ un forte appoggio popolare, soprattutto in cittÓ: a distanza di dieci anni dalla nascita si contavano giÓ 300 sezioni in tutto l'Egitto, grazie anche al talento organizzativo oltre che oratorio dello sceicco. Nel 1935 un congresso formul˛ il credo del movimento, in primo luogo un'affermazione di fede trascendente ("Credo che ogni cosa appartiene a Dio, che il nostro maestro Maometto - che la benedizione di Dio sia di lui - Ŕ l'ultimo profeta inviato a tutti gli uomini, che il Corano Ŕ il libro di Allah, che l'islam Ŕ una legge generale dell'ordine di questo mondo e dell'aldilÓ"). Altri punti impongono agli appartenenti l'adempimento scrupoloso dei doveri religiosi, in particolare dei precetti etici riguardanti la famiglia e l'educazione dei figli. Fondamentali sono le idee espresse al n.5: "Credo che il musulmano ha il dovere di far rivivere la gloria dell'Islam attraverso la rinascita dei suoi popoli e la restaurazione della sua legislazione. Credo che la bandiera dell'islam deve dominare l'umanitÓ e che il dovere di ogni musulmano consiste nell'educare il mondo secondo le regole dell'islam. Io mi impegno a lottare finchÚ vivo per realizzare questa missione, ad essa sacrificando tutto ci˛ che possiedo". Un altro punto si ricollega al pensiero della salafyyia di Afghani e Abduh: "Credo che il segreto del ritardo dei musulmani sta nel loro allontanamento dalla religione, che la base della riforma consisterÓ nel ritornare agli insegnamenti dell'islam e ai suoi giudizi, che questo Ŕ possibile se i musulmani operano in questo senso". ╚ una convinzione attuale pi¨ che mai per molti musulmani, che la sottoscriverebbero in pieno, e che orienta molti movimenti "islamisti". Intanto l'associazione dei Fratelli musulmani si organizzava, in modo non sempre chiaro, con cellule, poi anche organizzazioni segrete e formazioni paramilitari, che si suppone fossero in contatto con i cospiratori militari e politici presenti in Egitto all'epoca, in particolare gli "ufficiali liberi", tra cui Nasser e Sadat, autori della rivoluzione del 1952 che pose fine alla monarchia. Il movimento, con ormai oltre 1.000.000 di iscritti, si distinse per la coraggiosa partecipazione alla rivolta palestinese (1936-1939), alla guerra contro Israele (1947-1948), ma anche ebbe responsabilitÓ di sommosse in Egitto e attentati (dicembre 1948), che ne decretarono lo scioglimento, senza che terminassero peraltro le violenze: oltre all'assassinio del primo ministro Noqrashi, fu eliminato lo stesso Banna (febbraio 1949), che era contrario alle violenze. L'organizzazione pass˛ alla clandestinitÓ, per riemergere nel 1951 sotto la guida del moderato Hassan al-Hudaybi, il cui motto era: "Niente segreti nel servizio di Dio, niente segreti nel Messaggio, nÚ terrorismo in religione". Ma i fatti avevano rivelato la varietÓ di tendenze all'interno dei Fratelli musulmani e, in particolare, la disaccordo su quali mezzi usare per raggiungere lo scopo: si va dai moderati, che si rifanno al Corano ("Niente coercizione in campo religioso", II,256) agli estremisti che ammettevano il ricorso alla violenza e persino al terrorismo. Le due tendenze erano comunque unite dal comune ideale d'instaurare lo Stato islamico. Il colpo militare di Nasser (23 luglio 1952), che si servý dei Fratelli musulmani per instaurare in realtÓ la sua dittatura invece dello Stato islamico che essi sognavano, port˛ a una dura repressione contro il movimento, dopo un attentato fallito allo stesso Nasser (gennaio 1954). Seguirono processi di un migliaio di Fratelli, con sette condanne a morte (tra essi lo stesso Hudaybi) e l'inizio di un sistema di brutalitÓ e torture. Una nuova fase di esecuzioni e brutalitÓ contro il movimento si ebbe tra il 1965 e il 1967: tra i giustiziati, ci fu Sayyid Qutb (1906-1966), il maggior ideologo dopo Banna: uomo colto, che era stato in Occidente, dopo l'adesione al movimento, pag˛ personalmente per le sue idee: imprigionato e maltrattato a lungo sotto Nasser, finý la vita da martire esemplare, sicchÚ finý per influire ancor pi¨ dopo la sua morte, radicalizzando la corrente antioccidentale e le tendenze rivoluzionarie del movimento. Nell'opera Giustizia sociale nell'islam (1949) ribadý l'idea cara al "risveglio" che l'islam Ŕ in grado di risolvere i grandi problemi sociali e politici del nostro tempo. Nelle opere successive insiste sulla necessitÓ di cambiare la societÓ e di compiere una vera rivoluzione per restaurare veramente l'islam, perchÚ "la fondazione del regno di Dio sulla terra non si fa con le prediche e i discorsi". In un'altra opera, Tracce di percorso, pietra miliare dell'ala radicale degli islamisti, dopo l'accusa di bancarotta rivolta all'Occidente, afferma che nel nostro tempo tutto il mondo vive nella jahiliyya, in uno stato d'ignoranza simile a quello dell'epoca preislamica, compresi i paesi musulmani, influenzati dall'Occidente miscredente: addita i loro dirigenti, che ritiene dei rinnegati, alla vendetta dei veri credenti. La novitÓ stava proprio nell'accusare uno stato ufficialmente musulmano di essere vittima della jahiliyya, cioŔ di non essere musulmano. Ma con questo atto Qutb invocava la jihad contro i dirigenti di un paese musulmano: la sua linea di appello all'azione violenta, pur sconfessata da Hudaybi e dai dirigenti dei Fratelli musulmani, pi¨ propensi alla lotta contro l'ignoranza con mezzi pacifici e con la persuasione, riscuoteva simpatie, soprattutto tra i pi¨ giovani, e pi¨ tardi anche all'estero. Era evidente la scissione tra riformisti (che interpretano l'azione in termini di propaganda e predicazione) e rivoluzionari (che ammettono anche la violenza). Ma la logica stessa di Qutb di accusare dei musulmani di jahiliyya costrinse i rivoluzionari alla clandestinitÓ, in Egitto, ma anche in Siria, in Libano, dove trovarono molti simpatizzanti tra i giovani universitari, con la relativa formazione di gruppi che richiamandosi a Qutb in realtÓ sono cospiratori e terroristi. Sono questi gruppi, chiusi in un settarismo fanatico, a ritenersi investiti della sacra missione di ristabilire il regno islamico e a pronunciare anatemi contro i poteri costituiti e i suoi "complici": intendono prendere le distanze dai regimi musulmani colpevoli di jahiliyya imitando l'emigrazione (Ŕgira) del Profeta dalla Mecca a Medina. Tra i vari gruppi ispirati a tali idee, va ricordato almeno uno noto come Al-jihad (La guerra santa), che assassin˛ il 6 ottobre 1981 il presidente Anuar al-Sadat, considerato non solo rappresentante di un potere empio ma anche colpevole di aver fatto la pace con Israele, nemico principale dell'islam. La rivoluzione islamica in Egitto non ebbe luogo, ma l'evento fece prendere coscienza ai capi di stato e dirigenti musulmani della minaccia costituita da tali gruppi.

I gruppi pi¨ moderati dei Fratelli musulmani si servono, pi¨ pacificamente, di vari mezzi, tra cui anche pubblicazioni, che influiscono su ambienti intellettuali e giovani universitari, ma soprattutto dell'uso diretto della parola. Tra questi predicatori si distingue Abd al-Hamid Kishk (1903-), famoso imam di una moschea del Cairo. La sua oratoria calda e impetuosa ha scosso le coscienze dall'Iraq al Marocco, attraendo folle immense ai suoi sermoni del venerdý e attirandogli anche la persecuzione della polizia di Nasser (fu varie volte in carcere, l'ultima nel 1982). Grazie alle cassette, le sue parole potevano giungere dovunque si comprendesse l'arabo, anche se spesso solo clandestinamente, per le idee considerate sovversive: "per molti Ŕ la voce stessa dell'islam" (Du Pasquier). Se da una parte si capisce l'eloquenza di Kishk all'interno di una cultura in cui la prioritÓ assoluta Ŕ data alla parola, egli sa anche arroventare l'emotivitÓ popolare e avvantaggiarsi delle sue avversioni politiche. Dotato di una raffinata tecnica comunicativa (citazioni dal Corano che sanno commuovere, inviti a pregare e a cantare con le formule sacre), Kishk espone poi le idee care all'islamismo: attacca i nemici dell'islam (imperialisti occidentali, sionisti, comunisti), denuncia i falsi musulmani, gli ipocriti di ogni tipo, i regimi corrotti, la decadenza dei costumi, gli intrighi di gruppi minoritari (ad es. i cristiani copti d'Egitto), infine proclama che la giustizia sarÓ ristabilita e che la nazione musulmana ritornerÓ al suo splendore se la comunitÓ dei credenti (umma) ritornerÓ al vero islam e alla pratica integrale della legge.

Un'altra corrente "di sinistra", ma minoritaria, fa capo a Hassan Hanafi, impregnato di cultura e pensiero europeo (soprattutto marxismo), di cui Ŕ imbevuto alla Sorbona, e influente su intellettuali e universitari. Tipico di questa tendenza Ŕ la decurtazione della dimensione trascendente dell'islam, ridotto a moderna ideologia. Il caso dell'Iran rivela, significativamente, che all'avvento del regime khomeinista contribuirono in larga misura intellettuali formatisi nelle universitÓ francesi. Non si pu˛ sottovalutare la capacitÓ delle idee di alimentare l'azione politica.