Madre di Dio

 

N. 12 dicembre 2004

Un'eredità e un impegno

"Madre di Gesù", "Madre dell’umanità"

Amici lettori

"Tuttasanta sei, Maria!"
  
Gabriele Amorth

Una mariologia di liberazione e promozione dell’uomo
  
Stefano De Fiores

L’Immacolata Concezione
  
Mons. Angelo Comastri

"…trovarono il bambino con Maria sua madre"
  
Giuseppe Daminelli

Un binomio inscindibile
  
Alberto Rum

Il Magnificat di Don Alberione
  
Bruno Simonetto

Fatti e persone
  
a cura di Bruno Simonetto

Davanti all’icona della Madonna, "Fiore immarcescibile" – 1
  
George Gharib

Giovanni, profeta dell’amore di Dio
   Luigi De Candido

 Un "salvacondotto" per tutti i popoli della terra
  
Maria Di Lorenzo

In Libreria

La Mariologia del Beato don G. Alberione - 32
  
Bruno Simonetto

Santuari mariani d'Italia

 

Madre di Dio n. 12 dicembre 2004 - Copertina

 

 

 

 

Apocrifi di personaggi evangelici

di LUIGI DE CANDIDO

Giovanni, profeta dell’amore di Dio
   

Il "discepolo che Gesù amava" diventa il figlio che Maria ama. – Giovanni l’Evangelista narra gli avvenimenti che hanno delineato tale identità di discepolo e figlio dalle Nozze di Cana al Calvario.

"Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" [Gv 1,14a]. Lungo gli ultimi due anni e mezzo, o tre circa, della sua vicenda terrena io sono stato con lui e noi suoi discepoli lo abbiamo visto e toccato, abbiamo mangiato con lui ed io ero il ragazzo, il più giovane nel gruppo. "Noi vedemmo la sua gloria: gloria come di unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità" [Gv 1,14b]. E io nella mia longevità ho assiduamente sondato il mistero del Verbo della vita che era presso il Padre e si è fatto visibile e di ciò ho reso testimonianza affinché la comunione tra i credenti si consolidasse, perché la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo [cfr. 1 Gv 1,1-3].

Proprio il Verbo incarnato io ho veduto, Gesù di Nazaret, figlio di Maria. Io Giovanni, fratello di Giacomo che si associò alla nostra comunanza, figli di Zebedeo padrone della azienda di pesca attiva sul lago di Genesaret, della quale erano soci anche i fratelli Giacomo e Pietro, pur essi nostri condiscepoli. Fu Giovanni il Battezzatore il nostro primo maestro, colui che ci preparò all’incontro con l’ "agnello di Dio", Gesù che seguimmo e che ci accolse primizia dei suoi seguaci [cfr. Gv 1, 35-39]. A me Giovanni, servo di Gesù Cristo e custode della sua rivelazione, l’anziano, il veggente, compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù [cfr. Ap 1,1.9], il Signore ha fatto dono di entrare nella sua luce, di contemplare Dio che è luce e in cui non vi sono tenebre [cfr. 1Gv 1, 5]. Entra nell’orbita di quella vivente luce, la quale abbaglia ma non ferisce, chi possiede ali d’aquila per volare alto e lo sguardo infallibile come le sue pupille per scrutare le integrità di parole ed eventi [cfr. Ap 4, 7d].

Fresque d’Arcabas, La deposizione dal Calvario (part.): Giovanni consola Maria che ha accolto come madre – Basilica Notre-Dame de la Salette, Francia.
Fresque d’Arcabas, La deposizione dal Calvario (part.): Giovanni consola Maria 
che ha accolto come madre – Basilica Notre-Dame de la Salette, Francia.

"Il discepolo che Gesù amava…"

Io sono diventato figlio adottivo di Maria madre di Gesù: egli stesso ci affidò l’uno all’altra [cfr. Gv 19, 26-27]. Questa è vicenda che conclude la breve ma intensa fase discepolare della mia esistenza e inizia la fase filiale di essa, diuturna e fitta di estatiche esperienze. Di quella rendono conto le pagine vergate in memoria e interpretazione simbolica di parole ed eventi; di questa restano tracce da scandagliare tramite deduzioni e verosimiglianze, e tramite la fantasia della mistica, nonché l’analogia di consuetudine tra figlio e madre. Maria davvero divenne madre mia. Nella mia memoria restano incancellabili due avvenimenti, due porte di ingresso nella vicinanza vicendevole. A Cana, in una festa di nozze, la prima porta mi introdusse come attraverso uno spiraglio socchiuso su una prima conoscenza: dove c’era sua madre, anche Gesù venne invitato con noi suoi discepoli [cfr. Gv 2, 1-2]. Sul Calvario la seconda porta ci si spalancò verso un chiaro futuro: stavano ai piedi della Croce di Gesù sua madre, alcune donne, il discepolo che egli amava [cfr. Gv 19, 25].

Sembra lineare come lo scivolare della sillabazione, questa espressione: "il discepolo che Gesù amava". Il discepolo è seguace di un maestro; amare dice il voler bene a qualcuno da parte di qualche altro; ogni maestro autentico vuole il bene del discepolo. Ma quelle parole celano un senso superiore alla lettera feriale: sono parole evangeliche, ossia un messaggio di bene assoluto. Il soggetto è Gesù, il figlio di quel Padre che ha tanto amato il mondo da dare proprio lui, il suo Unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna; quel Padre che ha mandato quel figlio nel mondo non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui [cfr. Gv 3, 16-17]. Lassù io ho riconosciuto la fonte dell’amore: quell’amore è visibile nella presenza del figlio; quell’amore assimila a quel figlio, donato come fratello; quell’amore dall’alto è garantito dalla parola di Gesù stesso: "Tu, Padre, hai amato loro come hai amato me" [cfr. Gv 17, 23b]; è quell’amore che lui stesso ha portato sino al culmine, smentendo l’impossibilità del dare vita e morte per gli amici [cfr. Gv 13, 1b; 15, 3].

Cosimo Musio, Giovanni l'Evangelista e il simbolo dell'aquila che ha potuto scrutare nei cieli il fuoco dell'Apocalisse.
Cosimo Musio, Giovanni l’Evangelista e il simbolo dell’aquila che ha potuto scrutare nei cieli il fuoco dell’Apocalisse.

Questa soppesata liberante meditazione, confermata dall’esperienza quotidiana, mi autorizza a interpretare a modo mio la ricorrente dicitura concernente ‘il discepolo che Gesù amava’. Io sono fiero e felice di riconoscermi in quelle dolci affettuose parole, che sostituiscono il mio nome, ma che ancor più attestano la stretta relazione personale tra chi mette a disposizione se stesso come dono, ossia il medesimo Maestro e Signore Gesù; e chi si va rendendo consapevole, umile nella verità e scevro di orgoglio, della responsabilità connessa all’accoglienza di tale dono, ovvero io medesimo, discepolo e amico.

Ma è altrettanto verace l’interpretazione simbolica di quelle stesse parole, le quali individuano ogni discepolo che Gesù ama, ogni discepolo che ama Gesù. Infatti, non poca è la sorpresa quando ognuno si avvede che queste parole sono pasquali: compaiono all’inizio dell’Ultima Cena del Signore allorché, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Sono parole pasquali, cioè innovative di qualità e robustezza dell’amore, operatrici di una relazione in cui l’amore divino si fa umano e l’amore umano si fa divino. Il discepolo che Gesù ama e che ama Gesù è così a lui talmente vicino sino a stare proprio sul cuore, simboleggiato da quel discepolo che durante la Cena pasquale poté reclinarsi sul petto del maestro [cfr. Gv 13, 23-25]; ogni discepolo che Gesù ama, ogni discepolo che ama Gesù permane nella vicinanza di lui, fosse pure ai piedi della sua Croce [cfr. Gv 19, 26], si affretta a testimoniare che il Signore non giace in un sepolcro ma è risorto [cfr. Gv 20, 2], riesce a riconoscere il Cristo nella penombra delusa di ore lavorate infruttuosamente ma riscattate dalla fiducia nella sua fruttuosissima parola [cfr. Gv 21, 7]; ogni discepolo che Gesù ama e che ama Gesù rimane vigile nell’attesa del suo ritorno [cfr. Gv 21, 20]. Il discepolo che Gesù ama è il rinato nella pasqua.

Io sono il discepolo pellegrino sulle vie della mistica, rifocillato dalle meditazioni e incoraggiato dalla progressione nei pensieri. Ma sono anche il discepolo che racconta gli accadimenti.

… il figlio che Maria ama

Il discepolo che Gesù ama diventa il figlio che Maria ama. Io sono questo discepolo e figlio. So narrare gli avvenimenti che hanno delineato tale identità. Gli avvenimenti determinanti sono due, l’uno fu a Cana all’inizio della mia discepolanza con Gesù; l’altro fu nell’ora della consumazione di tutta l’obbedienza di Cristo alla volontà del Padre sul Calvario.

A Cana, pochi giorni dopo la nostra decisione di stare con Gesù, ci fu uno sposalizio e c’era sua madre. Anche il maestro fu invitato alle nozze e noi insieme con lui. Lui no, ma noi eravamo del tutto sconosciuti agli organizzatori della festa, sebbene tra noi stesse Natanaele, nativo proprio di Cana, uomo piuttosto riservato e quasi eremita, schivo pertanto di festeggiamenti e dunque improbabile mediatore di quell’invito. Nemmeno a Maria eravamo molto familiari: infatti, suo figlio già se n’era andato dalla casa paterna di Nazaret e si era sistemato a Cafarnao, sul lago dalle nostre parti. Ebbene, in grazie di Gesù fummo accolti, non solo accettati. Fu lui che orientò verso di noi la fiducia che la gente nutriva verso di lui stesso. Ecco: stare con Gesù mette a disposizione la fiducia altrui. Sono sicuro che anche da parte di Maria iniziò ad albeggiare la fiducia verso di noi, solamente perché avevamo iniziato a stare con suo figlio come incipienti discepoli: e sono convinto che la madre ci guardò subito con amore, perché anche lei, come suo figlio, non si attardava in preamboli e sfumature ma si prodigava al massimo come autentica serva del Signore.

Esordiente era anche la nostra certezza nei confronti del nostro nuovo maestro. Di un segno avevamo bisogno, inconsapevolmente. E fu proprio lei a mediare quel segno. Venuto a mancare il vino, Maria si intese a tu per tu con Gesù. Disse ai servi: "Fate quanto lui vi dirà". Quelli, sulla parola di Gesù, attinsero acqua dalle giare e versarono vino nelle coppe assetate sebbene già ripetutamente libate. Parole e gesti furono il segno per noi all’inizio del nostro pellegrinaggio di fede in Gesù: lui manifestò la sua gloria e noi credemmo in lui [cfr. Gv 2, 1-11]

Fu il segno dell’amore abbondante, accostato, condiviso. Da quel momento, dopo il segno mediato dalla madre e dopo la nostra prova di fede nel figlio, Maria non ci lasciò soli: con noi suoi familiari, anche lei si fermò dove avevamo preso stanza, sebbene solo pochi giorni. Ma era il cominciamento della nostra comunanza. Ci stavamo avvicinando. Io ho custodito allora la sua tenerezza materna. Ed era già germinato amore.

Il miracolo delle Nozze di Cana – Miniatura della Biblioteca Palatina, Ms. Pal. 169 c. 79v, Parma.
Il miracolo delle Nozze di Cana – Miniatura della Biblioteca Palatina, Ms. Pal. 169 c. 79v, Parma.

Quest’amore di madre e di figlio maturò nell’ora ormai sopraggiunta ai piedi della Croce. Lo strazio del Crocifisso è indicibile: solo un immenso amore donato rasserena il morente. Gesù esaurisce i doni dell’amore donando lo Spirito divino e, insieme, la maternità della propria madre. Io ero il privilegiato che diventava figlio e che al contempo offriva a Maria la continuità della maternità. Ma come me da allora sarebbe stato privilegiato ognuno di quanti Gesù amava e che avrebbero amato Gesù. Il miracolo dell’amore non muore con la morte: Gesù morente non interrompe le relazioni con la vita e con i viventi. Nominare la madre equivale ad evocare la vita; nominare il figlio equivale ad affidare il servizio alla vita.

‘Prendere con sé Maria’ era diventata la consegna di salvaguardare una identità e uno stile; era l’impegno a custodire le preziosità di una vicenda e di una speranza; era dare futuro ad un inizio di quella pienezza dalla quale noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia [cfr. Gv 1, 16]. Per me e per ogni discepolo simboleggiato nella nuova figliolanza in relazione con la madre di Gesù si completava quella unzione ricevuta dal Santo e la conoscenza della grazia [cfr. 1 Gv 2, 20]. Da allora è disponibile il dono della preziosa ispirazione che riverbera dalla madre di Cristo, serva del Signore, beata perché ha creduto, custode della Parola-messaggio e della Parola-presenza.

Nel mio eremo sognante e inabissato nella mistica vidi la madre dentro la nicchia del "segno grande nel cielo": donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di dodici stelle; era incinta e poi partoriente, aggredita dal drago antico esiziale, salvata lei e il figlio per la grazia di Dio [cfr. Ap 12, 1]. Vidi nel simbolo il difficile futuro della vittoria dell’amore.

Io sono Giovanni, il discepolo che rende verace testimonianza di fatti e di parole [cfr. Gv 21, 24]. Sono il discepolo che Gesù amava, testimone che Dio è amore perché ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché avessimo la vita per lui, che è vittima di espiazione per i nostri peccati [cfr. 1 Gv 4, 7.9-10].

Sono colui che Maria madre di Gesù riconosce come figlio amato".

Luigi De Candido