Madre di Dio

 

N. 5 Maggio 2002

Temi di Maggio: corona di rose offerte a Maria "Rosa Mistica"
  
Editoriale

Madre Teresa, un limpido cielo
  
Mons. Angelo Comastri

Le insidie di certa "consacrazione" a Maria
  
Giuseppe Daminelli

Il Monastero di Vatopédi e le sue preziose icone mariane
  
George Gharib

Fatti e persone
  
a cura di Bruno Simonetto

La forza della fede e della devozione popolare mariana
  
Stefano De Fiores

Gli Universitari d'Europa invocano Maria
  
Alberto Rum

A Maggio, 'il Rosario degli ultimi'
  
Bruno Simonetto

Sui passi di Maria
  
Maria Di Lorenzo

Il Magnificat della quaresima pasquale
  
Luigi De Candido

Noi, "sorelle de La Madonnina", affidate al suo Cuore Immacolato 
  
Sr. Adelina Masiero

In Libreria

La Mariologia del Ven. G. Alberione - 4
  
Bruno Simonetto

Litanie Lauretane

Madre di Dio n. 5 maggio 2002 - Copertina

 

 

 

 

La Madre di Dio nella liturgia orientale

di GIORGIO GHARIB

Il Monastero di Vatopédi
e le sue preziose icone mariane

   

Situato al centro della Penisola athonita e dedicato all'Annunciazione della Vergine, il Monastero occupa il secondo posto, dopo quello della Grande Laura, nella gerarchia dei Monasteri athoniti. - Possiede un ricco corredo di immagini e di reliquie, fra le quali la Aghίa Zòni, o Santa Cintura della Vergine.

Il Monastero di Vatopédi, situato al centro della Penisola athonita e dedicato all'Annunciazione della Vergine, occupa il secondo posto, dopo quello della Grande Laura, nella gerarchia dei Monasteri athoniti. Segue la regola idiorritmica e costituisce l’unico monastero del sacro Monte in cui i monaci, attualmente di cinquanta circa, hanno adottato il calendario gregoriano. Dal monastero dipendono due skite, o centri monastici minori, 27 kellia, ossia abitazioni monastiche (di cui due a Karyes) e 10 kalive, o edifici singoli, ormai tutti in rovine.

Veduta d'insieme del Monastero di Vatopédi, il più grande del Monte Athos, dopo quello della Grande Laura.
Veduta d'insieme del Monastero di Vatopédi, il più grande del Monte Athos,
dopo quello della Grande Laura.

Origine storica e del nome di Vatopédi

Fondato nel 972 circa, il Monastero porta un nome di non facile spiegazione, che fu interpretato dalla tradizione per mezzo di un episodio leggendario che ne attribuisce la fondazione a Teodosio I (379-395).

I figli Arcadio e Onorio di questo Imperatore, ancora fanciulli, navigavano da Roma a Costantinopoli, quando presso l'Athos una tempesta mise in pericolo la nave. Il piccolo Arcadio, aggrappandosi al bordo della nave e cadendo in mare, invocò la Madonna. Cessata la tempesta, il bambino fu trovato non lungi dalla spiaggia che dormiva pacificamente sotto una pianta di lampone, salvato dalla Madonna. Più tardi l'Imperatore per gratitudine fece costruire sul posto (o ricostruire, perché alcuni attribuiscono a Costantino la prima fondazione) un Monastero in onore della Vergine Maria e lo chiamò Vatopédi per ricordare la salvezza del figlio. Infatti, in greco vátos significa "rovo, lampone" e paidίon "bambino". Forse la vera etimologia è da pedίon, ossia "pianura": Vatopédi sarebbe, perciò: "la piana dei lamponi", che infatti ancora vi crescono allo stato selvatico.

La vera costruzione del Monastero di Vatopédi, però, si fa risalire al tempo di Sant'Atanasio Athonita. È attribuita a tre notabili di Adrianopoli (Atanasio, Nicola e Antonio) che erano venuti alla Grande Lavra facendo professione monastica sotto la direzione di Sant'Atanasio. In seguito essi stessi fondarono il Monastero, la cui data si può porre nel 972, anno in cui fu emanato il Typikón di Giovanni I Zimisce. Un documento del 985 menziona Nicola igumeno di Vatopédi. Nel Typikón di Costantino IX Monomaco (1046) il Monastero di Vatopédi figura già al secondo posto nell'ordine gerarchico. Vatopédi ebbe a soffrire del saccheggio da parte dei mercenari catalani di Andronico II (1282-I 328); ma lo stesso Imperatore provvide a restaurarlo.

Fra gli episodi di certo livello da ricordare nella vita del Monastero, c’è il soggiorno a Vatopédi dell'Imperatore Giovanni VI Cantacuzeno quando nel 1355, dopo aver abdicato, si fece monaco e venne all'Athos. Degno di nota anche l'ultimo zar di Serbia prima della dominazione turca, Lazzaro I Greblianovic, che ebbe modo di beneficare Vatopédi, a cui donò la reliquia della cintura della Madonna, che prima era conservata a Costantinopoli. Altre benemerenze verso il Monastero ebbe il voivoda di Moldavia Stefano il Grande (1457-1504), il costruttore nel suo paese dei famosi Monasteri moldavi di Putna, Neamts, Voronets. Le costruzioni monastiche attuali di Vatopédi molto devono anche alle donazioni dei Patriarchi di Costantinopoli, Cipriano (1708/1709-1713/1714) e di Alessandria, Gerasimo II (1689-1710). Posteriori a questi restauri sono gli affreschi del refettorio (1780). Dopo l'incendio che nel 1965 distrusse l'ala sud-est, con la foresteria e molte camere, il progetto e le spese della ricostruzione furono assunti dal Governo greco.

Stupenda inquadratura degli edifìci monastici e della Cappella della Agh?a Zòni (Santa Cintura).
Stupenda inquadratura degli edifìci monastici e della Cappella della Aghίa Zòni (Santa Cintura).

Breve descrizione del Monastero

Il grandioso complesso monastico di Vatopédi è adagiato presso la curva graziosa di un'ampia baia. Le sue mura disposte a triangolo spariscono quasi sotto il cumulo di terrazze, loggiati, balconi; gli edifici dipinti di rosso delimitano un vasto cortile. Vi si trova il katholikón (chiesa principale), dalla consueta struttura "a trifoglio"; la cupola poggia su quattro colonne di porfido che si dice provengano da Ravenna. Due cappelle, dette in greco parecclesíe, fiancheggiano la chiesa principale.

La biblioteca possiede 680 manoscritti, di cui circa la metà su pergamena. Da Vatopédi dipendono la skiti di San Demetrio e la grande skiti di Sant'Andrea, detta anche Sarai, cioè palazzo, un tempo abitata da monaci russi (400 nel 1903), ora senza più monaci ma adibita a ospitare la cosiddetta Athoniás, ossia la Scuola Athonita, data anche la sua vicinanza con il Centro amministrativo di Karyes. Due sono le caratteristiche proprie a Vatopédi: la conservazione di un bellissimo mosaico (Deesis) a sfondo d'oro sul timpano del portale entro il nartece (XI secolo) e una Cappella isolata nel cortile dedicata ai Santi Cosma e Damiano, chiamati Anargiri, ossia medici che curavano senza farsi pagare.

Il katholikón è affiancato da una graziosa fiali rotonda, costituita da due giri concentrici di colonne. Gli affreschi che ornano la chiesa, datati dal 1312 e più volte restaurati, sono della Scuola macedone; un altro mosaico, pure dell'XI secolo, nell'interno della chiesa rappresenta l'Annunciazione, a cui la chiesa stessa è dedicata.

Il vasto cortile, digradante verso il mare, del Monastero di Vatopédi.
Il vasto cortile, digradante verso il mare, del Monastero di Vatopédi.

Reliquie e icone mariane

Il Monastero di Vatopédi, come del resto gli altri Monasteri athoniti, possiede un ricco corredo di reliquie e di immagini. La cappella della Santa Cintura (Aghia Zoni) della Vergine, edificata in pietra da taglio con fasce intercalate di mattoni, si trova isolata nel cortile del Monastero, sul declivio a ridosso dell'ala ovest. Vi è conservata la veneratissima cintura (Zoni) che sarebbe stata tessuta dalla Vergine stessa in pelo di cammello. La leggenda tramanda che, prima della sua Assunzione, Maria avrebbe donato la cintura all'apostolo Tommaso. In seguito venne conservata nel Palazzo imperiale di Costantinopoli fino a quando, nel XIV secolo, un re di Bulgaria non se ne impadronì. Il principe Lazzaro I di Serbia, caduto in un combattimento contro i Turchi nel 1389, ne fece dono al Monastero di Vatopédi. La cintura è considerata miracolosa: portata a Ivíron durante un'epidemia che aveva colpito il Monastero, ebbe la facoltà taumaturgica di estinguerla.

Le icone conservate e venerate fra le mura del Monastero e nelle sue dipendenze non si contano. Nel víma (santuario) sono conservate due piccole icone portative a mosaico risalenti alla prima metà del XIV secolo e raffiguranti la Crocifissione la prima, Sant' Anna con la Vergine bambina la seconda. Vi sono inoltre custoditi alcuni frammenti della Vera Croce, un dittico del Cristo e della Vergine denominato «Ninia di Teodora», in quanto appartenente, secondo la tradizione, all'Imperatrice che, durante il periodo iconoclasta, rimase fedele al culto delle sacre immagini, e numerose preziose reliquie fra cui i teschi di San Gregorio di Nazianzo e di San Modesto di Gerusalemme, un dito di San Giovanni Battista ed il braccio dell'apostolo Bartolomeo.

Interno del refettorio settecentesco di Vatopédi, con grande affreschi della Madonna in trono, sull'abside, e dell'Annunciazione ai due lati frontali (Angelo, sulla sinistra e Vergine, sulla destra).
Interno del refettorio settecentesco di Vatopédi, con grande affreschi della Madonna in trono 
 sull'abside, e dell'Annunciazione ai due lati frontali (
Angelo, sulla sinistra e Vergine, sulla destra).

Particolarmente venerata è l'icona della Vergine Vimataríssa (o Custode del vima), detta anche Ktitoríssa (dei Fondatori); secondo la tradizione, essa fu nascosta, durante un'incursione saracena, in un pozzo sotto l'altare, insieme ad un candelabro, ove rimase per un periodo di settanta anni. Quando gli oggetti furono rinvenuti, l'icona risultò perfettamente integra ed il candelabro ancora acceso.

Nel katholikón sono custodite numerose altre icone legate a leggende e a miracoli, come quella della Panaghía Antifonítria e quella della Panaghía Esfagméni, ed icone di particolare pregio artistico: quella dei Santi Pietro e Paolo (XV secolo), presso la colonna nord-ovest del naós, e quella della Panaghía Odigítria (Colei che indica la via) del XVI secolo, presso la colonna nord-est del naós.

L'Arcangelo Gabriele.

La Vergine.

L'Arcangelo Gabriele e la Vergine, formelle del portale di bronzo del katholicón (XIV secolo).

All'icona della Panaghía Antifonítria (Colei che ha parlato), conservata nella cappella di San Demetrio, è legata la leggenda, da noi già ricordata in un precedente servizio, relativa al divieto alle donne di ingresso all'Athos. Secondo tale leggenda la figlia di Teodosio I, Galla Placidia, venne in pellegrinaggio al monastero di Vatopédi, che era stato fondato dal padre, ove fu accolta dai monaci con grande cerimoniale; all'atto di entrare nel katholikón attraverso una piccola porta situata a nord, una voce proveniente dall'icona della Vergine la fece arrestare intimandole: «Fermati! Che cosa fai tu, donna, qui? Tu sei una regina, ma qui regna un'altra regina. Vai via! Da questo momento nessuna donna violerà questo suolo». Secondo la tradizione, da quel giorno fu vietato l'ingresso all'Athos alle donne.

L'icona della Panaghía Esfagméni (ossia, Trafitta), custodita anch'essa nella cappella di San Demetrio, è a sua volta legata ad un'altra leggenda. Un diacono, al quale, essendosi presentato in ritardo in refettorio, era stata negata la cena, entrato in chiesa, in un eccesso di ira scagliò un coltello contro l'immagine della Vergine che cominciò a sanguinare. Il monaco, sconvolto, reso cieco e con la mano paralizzata, rimase per penitenza per tre anni in piedi sul luogo del misfatto. In un vecchio scrigno sono ancora oggi conservate le ossa annerite del braccio sacrilego di tale monaco.

Il complesso monastico di Vatopédi visto dal mare.
Il complesso monastico di Vatopédi visto dal mare.

È appena superfluo ricordare che anche queste icone mariane sopra menzionate godono di grande prestigio e sono fatte oggetto di universale venerazione in tutte le Chiese del mondo ortodosso.

Giorgio Gharib