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N. 1 Gennaio 2002
Maria nei suoi Santi - S. Giovanni Bosco
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XXXV
Giornata Mondiale della Pace "Senza Perdono
non c'è Pace" Nella spirale di conflitti in cui è avvolto il mondo, un'autentica "ecologia umana" della pace presuppone la conversione a propositi di comprensione e a scelte di giustizia. - Riaffidamento dell'umanità a Maria, Regina della pace. Il 1 gennaio ricorre la solennità liturgica di Maria Santissima Madre di Dio. Ed è la Giornata Mondiale della Pace, quest'anno la XXXV, sul tema Senza perdono non c'è pace. Tema che si pone in continuità con quello del Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1975 (La riconciliazione, via della pace) e con quello del 1997 (Offri il perdono, ricevi la pace). Il Santo Padre Giovanni Paolo II indica come, attraverso il perdono e la riconciliazione, si creino le condizioni necessarie per sviluppare la pace, nella spirale di conflitti in cui è avvolto il nostro mondo, a cominciare dalla sciagurata 'guerra totale' in atto nel martoriato Afghanistan, dove anche l'Italia "è in guerra"!
L'Osservatore Romano, annunciando il tema della Giornata della Pace di quest'anno, sottolineava come "un'autentica "ecologia umana" della pace presuppone la conversione del cuore da propositi di male a propositi di bene, da scelte di violenza a scelte di giustizia e di pace. La conversione del cuore predispone gli animi al perdono e alla riconciliazione; e la strada del perdono e della riconciliazione è la più dritta e sicura alla pace" (cfr. ibid., 30.6.2001). La Chiesa stessa, seguendo come segno di speranza per il futuro il cammino di "purificazione della memoria" intrapreso con coraggio e umiltà nel recente Giubileo dell'Incarnazione, alle soglie del Terzo Millennio, ha indicato la necessità di porre fiducia nell'amore misericordioso di Dio e nella protezione della Vergine Maria, Regina della Pace; e da sempre incoraggia il mondo a confidare nella forza della verità sull'uomo e della fraternità universale. Lo ha recentemente ricordato il Papa, nel suo discorso alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite: "È l'ora della speranza, che ci chiede di togliere l'ipoteca paralizzante del cinismo dal futuro della politica e della vita gli uomini". Ma, mentre il Santo Padre non si stanca di indicare nella giustizia e nel perdono la via alla pace, pare che siano rimasti in pochi a fargli eco. Lo stesso Messaggio finale al Popolo di Dio della X Assemblea del Sinodo dei Vescovi, conclusasi domenica 28 ottobre, è stato molto esplicito nella denuncia del terrorismo talebano ("che nulla può giustificare" e che i Vescovi condannano "in maniera assoluta"), ma non ha nemmeno nominato la criminale guerra in Afghanistan, limitandosi ad elencare "le tragedie di cui oggi siamo testimoni", i "tanti drammi collettivi" dell'umanità. Certo, "ogni Pastore - come annotava l'Avvenire del 27 ottobre - s'è portato nella bisaccia i dolori del suo gregge: fame e povertà, malaria e Aids, analfabetismo, infanzia abbandonata, donne sfruttate, i business della droga e delle armi, la massa dei rifugiati e dei migranti messa in moto dalle guerre, dall'oppressione politica, dalla discriminazione economica; fino all'intolleranza e allo 'sfruttamento inaccettabile della religione' per scopi violenti". Hanno pure ribadito i Vescovi che "è urgente tenere presenti le 'strutture di peccato' di cui ha parlato Papa Giovanni Paolo II, se vogliamo tracciare nuove vie per il mondo". Ma la guerra in Afghanistan e nei Paesi confinanti del Centro-Sud asiatico non è stata chiamata per nome con una precisa denuncia del fatto che l'Alleanza guidata dall'America ha superato ogni limite ragionevole di "rappresaglia militare" o di reazione all'affronto subìto con l'abbattimento delle Torri Gemelle del World Trade Centre di New York. Perché non è certo questa "la strada più dritta e sicura alla pace"!
"Tracciare nuove vie per il mondo" Diverso è l'approccio al problema che hanno, ad esempio, i Religiosi impegnati in territori di missione e le loro riviste missionarie. Chi 'visita' su Internet il sito delle news.list@vidimusdominum.org, trova ogni giorno informazioni e appelli molto più 'cristiani', che fanno onore ai tanti Religiosi che si espongono in prima persona, talvolta fino al martirio, per annunciare il Vangelo della carità sulle frontiere delle povertà del mondo.Citando in ordine sparso, leggiamo sulle news del 9 novembre che i Missionari Comboniani, nella rivista "Negrizia" non esitano a scrivere che "questa guerra è una bestemmia", condannando fra l'altro il voto del Parlamento italiano che ha autorizzato il nostro intervento militare, appena corretto da 'ragioni umanitarie' di assistenza ai profughi. I teologi della rivista "Concilium", invitando a unirsi contro tutte le vittime della violenza della globalizzazione, chiedono all'Occidente "di non dare al terrorismo risposte miopi". Mons. Fitzgerald, dei Missionari d'Africa e Segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, avverte che "è invece tempo di approfondire il dialogo, anche se talora difficile, tra Cristiani e Musulmani"(news dell'8 novembre). Si spinge ancora più oltre padre Franco Cagnasso, l'ex-Superiore generale del PIME, che riflettendo sulla dura lezione del perdono e della conversione che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, arriva ad affermare che "dobbiamo amare Bin Laden". "Noi - scrive sulla rivista "Mondo e Missione" p. Cagnasso - dobbiamo amare i talebani; anzi, dobbiamo pregare per Bin Laden e, se è possibile, fargli del bene". Spiega che "dobbiamo amare le loro persone, anche se hanno costumi da straccioni, facce stralunate, mitra in mano, sguardi sprezzanti, parole d'insulto e violente. Come dobbiamo amare i nemici dei talebani, gli Occidentali. Anche quelli che esaltano le pseudoragioni della guerra perché fanno soldi vendendo armi, quelli che vogliono dominare il mondo perché si ritengono superiori, quelli di cui il Salmo dice: "L'uomo nella prosperità non comprende; è come gli animali che periscono" (Sl 49, 13). Ora - continua p. Cagnasso - questi si propongono come difensori dei valori cristiani, domani riprenderanno a distruggere proprio i valori in cui crediamo e a deridere le nostre realtà più belle: la fede in Dio, la semplicità, la mitezza, la sobrietà… Dobbiamo amare gli uni e gli altri, perché uomini e donne creati da Dio e amati da lui (…). Quanto più il mondo impazzisce - e ci sembra che interi popoli siano in preda della follia -, tanto più dobbiamo pensare che è necessaria la missione, cioè la venuta dello Spirito di Dio che è amore, pace, perdono e invito al pentimento". La via da seguire, insomma, è proprio quella indicata dal tema della Giornata Mondiale della Pace di quest'anno, quella del realismo cristiano, secondo il quale si può cambiare il mondo cominciando a cambiare il cuore e ripensando a un diverso approccio all'altro.
"La politica statunitense - scrive p. Ugo Pozzoli infine sulla rivista "Missioni Consolata" - non si è dimostrata particolarmente illuminata sul rapporto Nord-Sud del mondo. Il religioso sottolinea che da parte degli Stati Uniti "c'è stata arroganza nelle scelte riguardanti l'ambiente, il nucleare, gli armamenti, per non parlare dell'embargo contro Iraq e Cuba". Guardando al futuro, adesso che Kabul è caduta, che i talebani sono stati messi in rotta, che un nuovo riequilibrio socio-politico si va ridisegnando nell'area tormentata del Centro-Sud del Continente asiatico, p. Pozzoli ricorda che occorre lavorare per una "leadership illuminata" che "tiene conto di chi lavora a fianco, lo promuove, lo guida per ottenere i risultati migliori del bene comune: questa è la leadership che il mondo si aspetta dagli USA e che potrà sconfiggere con successo ogni tentativo terrorista di minare i valori della democrazia e libertà di cui gli Stati Uniti si dichiarano paladini". Solo così - aggiungiamo noi - molti popoli di religione musulmana (e non solo i talebani dell'Afghanistan o del Pakistan) potranno credere di non ricevere dal grande Paese della libertà solo cascami di consumo, offensivi della loro dignità, senza contropartite. E i milioni di uomini: vecchi, donne e bambini, e i profughi a rischio di vita nei Paesi asiatici coinvolti nella guerra potranno finalmente uscire dall'inferno per tornare a vivere. E la terra afghana, divisa dal tribalismo delle diverse etnie e distrutta da quasi vent'anni di guerre, a rischio di scivolare nell'anarchia tra talibani e mujahiddin, Alleanza del Nord di tagiki e uzbeki e turkmeni e i pashtun del Sud, tornerà a fiorire… Aquile o anatre? Quella americana ("Operation noble eagle", Operazione aquila nobile, come è stata battezzata) sarà certo una guerra di aquile, cioè di bombardieri che volano alto; una guerra aerea 'a costo zero' da una parte e 'a costo variabile' dall'altra. E al tutto continua ad accompagnarsi inevitabilmente una sensazione penosa di una inconscia dismisura fra la preziosità della vita da una parte e dall'altra, fra gli uomini dell'Ovest e dell'Est, con una pericolosa empatia verso chi combatte ad armi impari… Insomma, per la propaganda forsennata dello sceicco Bin Laden o del mullah Omar che con la loro Al Qaeda hanno voluto far passare di fronte al mondo musulmano questa guerra come una nuova lotta ('guerra santa') contro i 'crociati', c'è da una parte un Orlando con i missili da crociera e dall'altra parte Agramante con il suo mitra. Speriamo solo che i tempi di questa guerra, come i modi, non rimangano ancora per molto oltremodo vaghi: 'enduring freedom', è stata anche chiamata; e vogliamo sperare che più che di 'libertà infinita' non la si debba meglio dire: 'libertà indefinita'. Indefinita nel tempo, l'operazione rimane indeterminata nello spazio. Anche perché il Segretario di Stato americano Colin Powel ha censìto ben ventuno organizzazioni terroristiche da sradicare e ben sette Stati (Irak, Iran, Siria, Libia, Sudan, Corea del Nord e Cuba) sospettati di sostenere il terrorismo. Ma mai come in questo caso è presuntuoso e pericoloso il motto di Guglielmo d'Orange "molti nemici, molto onore". Così la guerra, anziché distruggere, fabbricherebbe altri nemici: non è una prospettiva da voli d'aquila, ma di acque stagnanti dove sguazzano le anatre… Bruno Simonetto
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