Madre di Dio

n. 9 novembre 2013

 Orazione amata

 Via al cielo
   Madì Drello

 È la prima missionaria del Vangelo
   Giovanni Ciravegna

Pii esercizi? Sì, grazie!
   Giuseppe Daminelli

Icona della compassione
   
Salvatore M. Perrella

Nella tua casa...
   Vincenzo Avvinti

Recuperare il senso della vita
   a.s.

Formatrice del Santo e dei santi
   Sergio Gaspari

Ogni giorno in ascolto della Parola
   Ennio Staid

Fatti e persone
   

La festa del congedo?
   
Giuseppe Maria Pelizza

«Ridoni Dio al mondo»
   
Luigi M. De Candido

“Regina del rosario...”
   
mons. Renato Boccardo

Come roccia scabra
   
Maria Di Lorenzo

Bisogna imparare a tacere
   
Luisa Tarabra

Informazioni

Annotazioni

Scaffale

O Donna gloriosa
   
Corrrrado MAGGIONI

Famiglia Paolina
   Giovanni Perego

Madre di Dio n. 5 giugno 2013- Copertina

 Studi e ricerche

  di SALVATORE M. PERRELLA, osm

Icona della compassione

«Solo l’amore concreto può abbattere le barriere dell’indifferenza e dell’egocentrismo».

G. B. Gaulli
(“Il Baciccio”), La Pietà (part., 1667),
palazzo Barberini, Roma.

G. B. Gaulli (“Il Baciccio”), La Pietà (part., 1667), palazzo Barberini, Roma.

Nella recente enciclica Lumen fidei (= LF) del 29 giugno 2013, Papa Francesco, a cui sta a cuore il veicolare alla gente di oggi il grande amore misericordioso e compassionevole che Dio ha per noi, ha ben evidenziato come nella «“modernità” si è cercato di costruire la fraternità universale tra gli uomini, fondandosi sulla loro uguaglianza. Poco a poco, però, abbiamo compreso che questa fraternità, privata del riferimento a un Padre comune quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere. Occorre dunque tornare alla vera radice della fraternità. La storia di fede, fin dal suo inizio, è stata una storia di fraternità, anche se non priva di conflitti. Dio chiama Abramo a uscire dalla sua terra e gli promette di fare di lui un’unica grande nazione, un grande popolo, sul quale riposa la Benedizione divina (cf Gen 12,1-3). Nel procedere della storia della salvezza, l’uomo scopre che Dio vuol far partecipare tutti, come fratelli, all’unica benedizione, che trova la sua pienezza in Gesù, affinché tutti diventino uno.

C. Lasinio, Abramo e i tre angeli
(1806-1812), immagine tratta
da un affresco di Benozzo Gozzoli,
Museo dell’Opera del Duomo, Pisa.

C. Lasinio, Abramo e i tre angeli (1806-1812), immagine tratta da un affresco di Benozzo Gozzoli, Museo dell’Opera del Duomo, Pisa.

L’amore inesauribile del Padre ci viene comunicato, in Gesù, anche attraverso la presenza del fratello. La fede ci insegna a vedere che in ogni uomo c’è una benedizione per me, che la luce del volto di Dio mi illumina attraverso il volto del fratello. Quanti benefici ha portato lo sguardo della fede cristiana alla città degli uomini per la loro vita comune!» (LF 54). L’umanità di oggi è percorsa da tempo da una profonda e molteplice crisi che attanaglia Stati, famiglie, città e persone, offuscando la speranza nel futuro. Per cui, sempre più comprende che una via d’uscita credibile e duratura da questa pesante impasse si ha solo globalizzando la fraternità solidale e compassionevole. Noi cristiani, in modo particolare, dobbiamo rendere ragione al mondo del comandamento dell’amore agapico e samaritano, che ci impegna a vedere nel volto e nei bisogni dell’altro il volto e i bisogni di Gesù.

La stessa nostra condizione umana, inoltre, ci obbliga ad aprire gli occhi dinanzi alla nostra caducità, fragilità e debolezza; condizione che non può non portarci a farci carico dell’altro e, in Cristo, degli altri, offrendo la nostra sollecitudine fraterna: è la “civiltà dell’amore” tanto vagheggiata da persone come Paolo VI (1897-1978), nella ferma convinzione che solo l’amore concreto può abbattere le barriere dell’indifferenza e dell’egocentrismo, causa dei molti mali che ci affliggono.

Scrive un filosofo dei nostri giorni: «L’esistenza umana si mostra non solo segnata da una vulnerabilità radicale, ma anche da una singolare capacità di resistenza che riguarda, più che la sola sopravvivenza, la libertà, la verità e la destinazione del nostro viaggio [...]. La via attraverso cui la nostra fragilità vede inverati il patire, l’agire e la stessa libertà è quella che passa per la compassione e la misericordia. «Queste due categorie sono unite nell’apertura al sentire degli altri che sfocia nel riconoscimento del valore creaturale e umano non solo di chi subisce un male, ma anche di chi lo causa. Se la compassione, evocata di per sé, viene di solito riferita ai sofferenti e alle vittime, sottintendendo che si tratta di esseri innocenti, la misericordia mostra come l’autentica compassione, che è tale in quanto gratuita e incondizionata, si dilati sino ad abbracciare quanti consideriamo colpevoli e non amabili» (Roberto Mancini).

Nella Bibbia, compassione e misericordia sono intrecciate da e in colui che è fonte di entrambe, venendo il Dio della Rivelazione ebraicocristiana sperimentato e invocato non solo come il totalmente Santo e Altro, ma anche come il Dio colmo di pathos per le sue creature; si tratta, ha scritto il biblista A. J. Heschel, di «una connotazione teologica indicativa del coinvolgimento di Dio nella storia», che trova la sua piena manifestazione nella persona e nell’evento kenotico e pasquale del Verbo incarnato, crocifisso e risorto. Da questa sorprendente e inaudita fonte di compassione, di misericordia e di pathos prende le mosse e si sostanzia la compassio Virginis, della quale sia Giovanni Paolo II che il pensiero non solo teologico hanno offerto oggi interessanti spunti di riflessione e di stimoli, perché, sperimentando tutti l’umana indigenza, si possa insieme attivarsi per promuovere una civiltà dell’agàpe solidale sotto il segno della paternità-maternità di Dio, di cui Maria, madre della misericordia e della gioia, è beneficiaria, testimone e guida.

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Salvatore Perella, smm