Madre di Dio

N. 10 novembre 2011

 Una ricchezza

 «Terra del cielo»
   Madì Drello

 La legge di ogni vero amore
   Giovanni Ciravegna

Maria, realizzazione piena
   Giuseppe Daminelli

«Maria, prima educatrice»
   
Salvatore M. Perrella

Il volto materno di Dio
   Stefano De Fiores

Perché la Madonna piange
  

Segno luminoso di speranza
   Sergio Gaspari

Esperienza di fede indicibile
   Fiorino Triverio

Fatti e persone
   

«Faccio come mi pare»
   
Giuseppe Maria Pelizza

Il primato della carità
   
Luigi M. De Candido

Solo attraverso la croce
   
Gianni Moralli

«Se mai ti dissi Madre»
   
Maria Di Lorenzo

Naviganti sul mare della vita
   
Luisa Tarabra

Informazioni

Scaffale

"Porta del cielo..."
   
Riccardo Fontana

Famiglia Paolina

La Madre di Dio nella musica
   Franco Careglio

Madre di Dio n. 10 novembre 2011 - Copertina

 Incontri con Maria

  di MARIA DI LORENZO

«Se mai ti dissi Madre...»

L'opera poetica di Giacomo Leopardi è una delle più alte e commoventi testimonianze religiose dell'ottocento italiano.

Neopagano, nichilista, mistico senza Dio. Lo hanno definito in molti modi, ma di certo non è possibile racchiudere la sfaccettata personalità umana e letteraria del maggior poeta italiano dell'Ottocento in una rigida, nonché univoca, gabbia interpretativa. Tutto in Giacomo Leopardi agisce e si muove secondo la logica degli opposti (vita- morte, Dio-nulla, immaginazione-"arido vero"), così da non poter assolutamente essere rappresentato dalla parzialità delle riduzioni ideologiche, che si sono via via sovrapposte nel corso di quasi due secoli. Come scrisse il De Sanctis, Leopardi è quell'autore che «odia la vita e però te la fa amare».

Ma c'è di più. Se accade che «in Dante il cristianesimo è la forma di una civiltà, in Manzoni la visione di un mondo guidato dalla Provvidenza, in Leopardi il mondo – tutto: la storia, la società, il progresso – è scomparso. Non rimane che l'uomo, ma la solitudine dell'uomo è come il segno di una presenza». Lo scrive assai efficacemente don Divo Barsotti nel suo studio sul poeta recanatese (La religione di Giacomo Leopardi, San Paolo 2008, pp. 286, H 17,00), stabilendo il nesso inequivocabile tra il pessimismo del poeta e la ricerca del trascendente che in questo irriducibile pessimismo si annida.

È lecito allora parlare di religione nell'opera di Giacomo Leopardi? Il poeta è stato sovente dipinto dalla critica ufficiale come l'assertore del nulla e della «infinita vanità del tutto». Ma il sentimento religioso della vita, lo sappiamo bene, è qualcosa di più della pura e semplice appartenenza a una fede. E in tal senso, seppure Leopardi non fu mai cristiano – giacché non conobbe mai il vero volto del cristianesimo, ridotto a un vuoto formulario di regole dall'educazione formalistica ricevuta in famiglia – non si può certo ignorare la potente interrogazione metafisica che pervade l'intero corpus delle sue opere. Dal bello al vero. Nato a Recanati (Macerata) il 29 giugno 1798, Giacomo Leopardi aveva trascorso l'infanzia e la prima giovinezza studiando nella ricca biblioteca del padre, il conte Monaldo, che era un bibliofilo, e in quelli che lui stesso ebbe a definire «sette anni di studio matto e disperatissimo » (dal 1809 al 1816) si era impadronito grandemente della cultura classica, elaborando (tra il 1816 e il 1819) il primopassaggio dall'erudizione al bello, e dal bello al vero, mentre si acuivano i problemi di salute e la sua crescente insofferenza verso l'asfittico luogo natio.

Nel 1819 si ammala agli occhi, malattia che condurrà il suo fisico già debole a soffrire per il resto della vita, e c'è un primo tentativo di fuggire da Recanati, divenutagli insopportabile, tentativo andato a vuoto giacché il padre scopre e blocca la sua fuga. Nel 1822 compie un viaggio a Roma, che carica di aspettative presto deluse: la vita in casa di uno zio materno riproduce lo stesso ambiente asfittico da cui era fuggito. Torna allora a Recanati, per poi lasciarla e trasferirsi a Milano, quindi a Bologna, Firenze e Pisa. Nel 1828 torna nuovamente a Recanati, per poi abbandonarla definitivamente nel 1830. Gli ultimi anni della sua vita il poeta li trascorre tra Firenze e Napoli, dove morirà nel 1837, a soli 39 anni di età. «Giacomo Leopardi mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in pericolo; e così ho fatto, ed ebbe il prete, e il Viatico e tutti i sacramenti». Così avrebbe testimoniato l'amico che a Napoli lo ospitò nell'ultimo scorcio della sua vita, Antonio Ranieri, avvalorando la tesi di una sua dipartita "da cristiano". Ma, credente oppure no, quello che è chiaro è che nell'opera leopardiana c'è una domanda continua che risuona, il senso ineludibile di un'inquietudine metafisica.

Ignoto, Natale, miniatura del 1477-1478, Codice urbinate latino 2, Biblioteca apostolica vaticana.

Recanati, la torre del passero solitario nel Centro mondiale di poesia, già monastero di clarisse, dedicato a Giacomo Leopardi (foto FERRARI).

Nella lontananza di Dio. Uno dei componimenti più significativi della sua produzione poetica è il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, / silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli? / [...] Dimmi [...] a che vale /... la [...] vita mortale? / ... ove tende / questo vagar mio breve / [...]. Se la vita è sventura, / perché da noi si dura? / ... Forse in qual forma, in quale / stato che sia, / dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale». In esso, come vediamo, si fondono tutte le domande fondamentali dell'esistenza, in una interrogazione cosmica che non trova risposta. Per questo il poeta è stato anche definito un "ateo religioso", per tale suo costante interrogarsi sulla vita destinato a non avere mai altra risposta che il silenzio.

«Nella lontananza infinita di Dio», scrive don Barsotti, «il poeta sentì che la sua parola si perdeva soltanto nel silenzio». E fu così che la sua religione divenne rivolta. Nel pensare leopardiano nessuno prende il posto di Dio, nessun mito di progresso umano, nessuna illusione sulle magnifiche sorti e progressive dell'umanità, nessuna filosofia. Il mondo è vuoto. E in questo vuoto il poeta lancia il suo grido, quasi una bestemmia verso il cielo, ed è il grido di chi non accetta le facili consolazioni del mondo, le sue "illusioni".

Così il senso religioso si rivela proprio là dove sembrerebbe che sia negato. Leopardi, sostiene il critico padre Ferdinando Castelli, mostra «l'aspirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il silenzio indica e il ricordo suscita è l'esistenza di un altro mondo che attrae tutta l'anima a sé e già in qualche modo misteriosamente si fa presente nel cuore». Di qui il carattere «eminentemente religioso, più che filosofico» del pensiero leopardiano, secondo padre Castelli. Dio resterebbe il soggetto della poesia e del pensiero di Leopardi «perché tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è creduto, quanto è più negato».

Raffaello, Risurrezione di Cristo (sec. XVI), Museo delle arti, San Paolo del Brasile.

La casa natale (part.) di Giacomo Leopardi a Recanati.

«Tu che sei già grande e sicura...». Tra il novembre e il dicembre del 1816, Giacomo Leopardi scrive un componimento intitolato L'appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell'uso della forma metrica. In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un'invocazione alla Madonna. Scrive: «O Vergin Diva, se prosteso mai / caddi in membrarti, a questo mondo basso, / se mai ti dissi Madre e se t'amai, / deh tu soccorri lo spirito lasso. / Quando de l'ore udrà l'ultimo suono, / deh tu m'aita ne l'orrendo passo». Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell'ora della morte e questa invocazione fa il paio con quella contenuta negli abbozzi degli Inni cristiani, progettati e mai attuati da Leopardi nell'estate del 1819.

Il critico Giovanni Getto la commenta così: «Sono poche righe, ma di una pienezza e di una sincerità tali da farne una preghiera unica, quale non è dato di trovare facilmente nella letteratura di devozione. Una preghiera che invita a pregare, come non invitano evidentemente, per la loro elaborata natura artistica, le celebri invocazioni di Dante, Petrarca, Manzoni».

La Madonna, invocata sotto il titolo di Consolatrice degli afflitti, era venerata nella cappella gentilizia dei conti Leopardi, in un dipinto eseguito nel 1737 a Vienna e portato a Recanati dal cappuccino Giovanni Biscia. Era questa l'immagine davanti a cui aveva pregato tante volte Giacomo bambino. Alei, dunque, il poeta poteva rivolgersi con fiducioso abbandono: «A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie».

Maria Di Lorenzo